Seconda Parte
La ricerca durava ormai da una settimana e i fogli che Jilien aveva riempito con descrizioni, disegni e teorie sull’origine della collana che indossava cominciavano ad accatastarsi in maniera confusa sul tavolo della biblioteca. Nonostante la mole di informazioni a sua disposizione, Jilien era riuscita solo a rintracciare l’area di provenienza grazie alla pietra centrale della collana. Quella piccola sfera era originaria di una regione a nord-est rispetto Mohrsen, una parte del regno celebre per le opere orafe. Questo voleva dire tutto e niente: il gioiello poteva essere un lavoro su commissione, quindi essere un pezzo unico e facilmente associabile ad un gioielliere, oppure una semplice replica acquistabile per poco in ogni mercato.
“Sembra che il Fato non voglia che io scopra la mia origine…” pensò la ragazza-gatto mentre chiudeva l’ultimo libro che aveva consultato. Guardandosi intorno vide che solo lei ed il Maestro addetto alla biblioteca erano rimasti lì dentro, quindi decise di concludere per quel giorno la ricerca. Raccolse tutti i suoi appunti, li mise nella borsa e lasciò quel luogo di cultura per andare verso la parte della struttura dedicata all’alchimia.
Quel miscuglio di odori, alambicchi e fiamme avevano un effetto incredibilmente rilassante, come se creare sostanze letali la facesse stare meglio. Senza indugiare si diresse verso il Maestro alchimista e chiese di poter usare uno dei mortai:-Cosa devi creare?- chiese il Maestro
-Sinceramente non saprei, vorrei solo fare qualcosa per passare il tempo e distrarmi- ammise Jilien. Aveva già provato a mentire al Maestro bibliotecario quando aveva iniziato la sua ricerca sulla collana, ma era stata smascherata subito, come se avesse detto esplicitamente che stava inventando una scusa. –Non devi mai temere le tue motivazioni- le aveva detto il Maestro con un sorriso.
Il Maestro alchimista annuì e indicò alla ragazza la postazione di lavoro più vicina al mobile dove erano rinchiusi gli ingredienti. Jilien si avvicinò al grande mobile in legno e passò in rassegna con lo sguardo tutti i cassetti: ognuno di loro conteneva materiali, piante e anche parti animali che, presi singolarmente, erano innocui o poco tossici, ma se mescolati sapientemente potevano creare delle tossine che uccidevano in meno di un giorno.
La ragazza-gatto cominciò prendendo un erba comune, il cui colore e consistenza assomigliava a quello del fieno, e una manciata di foglie larghe provenienti da una pianta dal potere lenitivo. Aveva deciso di non dedicarsi a niente di mortale, ma di rifornirsi di un unguento che, se applicato sulle ferite, evitava che queste si infettassero. Aveva un odore piuttosto pungente, ma sopportare quella piccola punizione era di certo migliore del dolore derivante da una ferita infetta.
Jilien portò il tutto verso il mortaio e cominciò a pestare quelle erbe, concentrandosi solo sul colore che il composto stava assumendo. Quando vide che le foglie e l’erba erano ben sminuzzate, allungò la mano verso una delle bottiglie che erano presenti sul tavolo. Era una bottiglia contenente un’acqua particolare, importata dalle regioni orientali, il cui effetto sulla pelle era di ringiovanimento. Ne versò un poco nel mortaio e continuò a pestare, finchè il composto non aveva l’aspetto di una poltiglia informe e non certo beneodorante. Per concludere il processo che avrebbe portato all’estrazione dell’olio, mancava un fungo che avrebbe favorito l’estrazione di tale sostanza. Jilien si diresse quindi verso l’armadio degli ingredienti ed estrasse qualche fungo dal gambo tozzo e dal cappello bianco. Le lamelle presenti sotto al cappello lo rendevano difficile da confondersi con altre specie. La ragazza rimase un po’ delusa dalle dimensioni di quegli esemplari, più minuti rispetto al solito, ma non ne fece un cruccio: l’unguento sarebbe venuto fuori anche con una dose ridotta di quel fungo. Mise anche quest’ultimo ingrediente nel mortaio, lo sbriciolò e versò il contenuto nel filtro posto lì accanto. Mentre l’olio gocciolava nella boccetta che Jilien aveva posto al di sotto, la ragazza si rimise a rimuginare sulla collana che aveva al collo, sulla sua provenienza, sulla…
“No!” si disse “È inutile continuare a pensare a ciò che non posso sapere. Meglio concentrarsi sul momento, se poi potrò sapere la mia origine, ne sarò lieta”. Vedendo che la boccetta era ormai colma, la tolse dal supporto del filtro e mise una goccia dell’unguento sulla punta di un dito: assaggiandolo avrebbe dovuto avere un sapore dolciastro, altrimenti voleva dire che aveva sbagliato gli ingredienti.
Appena messa in bocca, il sapore fu decisamente diverso da quello che si aspettava. Il sapore decisamente amaro le fece capire di aver sbagliato qualcosa.
Quasi subito sentì una forte nausea e la pelle del viso diventarle rossa, come se stesse bruciando. “Ho sbagliato qualcosa… ma cosa? Cosa mi succederà ora?” pensava, presa dal panico. Sentì un paio di braccia afferrarla mentre cominciava a sentire l’ambiente circostante più vicino a sé, come se i suoi sensi fossero stati liberati.
Mentre era preda delle allucinazioni, ricordò solo di essersi sdraiata, poi più nulla.
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