lunedì 14 febbraio 2011

Brillantina - Cap 1

Avevo parcheggiato come al solito davanti a scuola e me ne stavo chiusa dentro la macchina ad ascoltare musica, in attesa che suonasse la campanella delle due. Quel giorno ero rimasta a casa per una visita medica ed avevo chiesto a Nicolò se voleva che lo passassi a prendere.
Non mi aspettavo una risposta positiva. In fondo già dalle medie le mamme diventano un peso ingombrante, del quale ci si deve disfare in fretta, soprattutto davanti alla scuola, quando sei contornato da ragazzine che ti sgambettano intorno ed amici che fanno i bulli e magari fumano. Le mamme sanno cogliere tra quegli sguardi quelli ai quali tu tieni di più e sanno odorare ad un chilometro la tua boccata di fumo data dietro un albero. Perciò meglio tenerle lontane da quel territorio... E invece Nicolò aveva accolto entusiasta quella proposta ed io avevo passato tutta la mattina a chiedermi cosa c’era sotto e quale ricatto stava meditando.
Mi stavo godendo il tepore dell’auto che avevo parcheggiato appositamente sotto il sole quando sentii bussare al vetro
e mi accorsi di essermi chiusa dentro. Aprii a Nicolò e ad altri tre suoi compagni di classe, che quasi in coro mi chiesero se potevo accompagnare anche loro a casa.
- Salite tutti, dai... – dissi sorridendo della mia ingenuità e scoprendo il motivo banale per il quale Nicolò era stato entusiasta.
Così iniziai la mia corsa da taxi, realizzando mentalmente il mio progetto sulla mappa topografica della zona, per scegliere un percorso logico e ottimizzato: nell’era dei navigatori, io ero dotata di un bolide degli anni novanta, senza alcun aiuto tecnologico.
Dopo circa venti minuti ero rimasta sola con mio figlio in macchina. Non mi disturbava il fatto che restasse in silenzio, nè il fatto che avesse la testa appoggiata al finestrino e stesse guardando fuori: quante volte l’avevo fatto io con mio padre, quando mi veniva a prendere a scuola! Così guidavo e canticchiavo, muovendomi tra incroci e rotonde con agilità, al ritmo di musica.
- Mamma – disse Nicolò guadando il fiume tra di noi – devo dirti una cosa importante.
- Dimmi... – dissi, iniziando a tremare al pensiero di cosa fosse questa cosa importante. In fondo lui aveva quindi anni e cosa poteva essere una cosa importante per lui? Tre potevano essere gli argomenti: scuola, sport e ragazze. Sui primi due ero preparata. Sul terzo avrei desiderato che certi argomenti li trattasse con il padre, non con me. Eppure qualunque argomento fosse stato, gli dovevo dare una risposta...
- Forse mi bocciano... – disse velocemente cercando di rimangiarsi le parole appena dette
- Cosa? – esplosi, non con tutta la mia forza, perchè una parte di me si stava rilassando per il solo fatto di avere escluso l’argomento sesso e ragazze
- Forse mi bocciano...
- E perchè, di grazia, dovrebbero bocciarti se hai tutti otto in pagella? – Era vero. Aveva portato una pagella di tutti otto e quindi non capivo dove fosse l’inghippo. Forse aveva falsificato la pagella? No... non potevamo essere stati così stupidi in due ad esserci cascati.. Vecchi sì, anzi vecchi forse, ma non rincitrulliti...
- Perchè ho preso una nota, no?
- Hai preso una nota – affermai e mi soffermai sulle mie parole per un po’, per poi continuare – e quando? Visto che non mi risulta? Me l’hai nascosta?
- Oggi, ma’, dai... l’ho presa oggi, no?
L’avrei ucciso. Se avessi potuto l’avrei fatto. Per lui era ovvio... tutto era scontato. Prendo una nota e mi bocciano... Per la rabbia inchiodai al semaforo, ringraziando poi il cielo che nessuno fosse dietro di me in coda.
- Che cappero hai combinato?
- Niente...
- Come niente.. se ti hanno dato una nota avrai combinato qualcosa, no?
- Massì, mamma, ho solo sventrato una porta...
- Sventrato una porta? E perchè l’hai fatto?
- Mi sono incazzato con il prof di ginnastica.
- Perchè?
- Perchè non mi ha convocato alla partita di domenica ed io ci tenevo perchè è la più importante del campionato. Lui lo sapeva ma non mi ha convocato. “Perchè sei un ‘veneziano’” ha detto... ed io gli ho risposto che invece lui è un terrone di merda, sono andato in bagno e ho dato un pugno alla porta. Che si è sfondata...
- Ma tu sei scemo, Nicolò, o fai lo scemo? Ma come puoi permetterti una roba del genere....?
- Beh, comunque il prof ti vuole vedere alle due e mezza...
- Nicolò ma sono le due e venticinque... ascolta: ora tu sali a casa e ti arrangi a mangiare qualcosa. Io vado al colloquio e quando torno facciamo i conti. Non salti solo la partita di domenica, salti tutto il campionato da adesso fino a fine anno... ci siamo capiti?
- Ma’ no dai... tutto il campionato.. ma sei scema?
- Scema? Non ti permettere, sai? Fila a casa, queste sono le chiavi e se sento ancora una frase su questa storia ti casso anche le uscite con gli amici, chiaro?

Ero fuori di me, davvero. Nicolò era sempre stato un bambino “terribile”. Quando era piccolo non stava mai fermo, non aveva il senso del pericolo e dovevo sempre stare con gli occhi aperti perchè non si facesse male. All’asilo mi richiamavano in continuazione perchè non voleva seguire le regole. Idem alle elementari, quando sono arrivata addirittura a fargli saltare la festa di compleanno dei dieci anni perchè aveva smontato un tubo a scuola. Adesso però aveva esagerato. E tra l’altro mi spaventava l’idea che avesse accumulato talmente tanta rabbia in corpo da esplodere in questo modo incontrollato. Sicuramente quel prof c’entrava. Nicolò non ne aveva mai parlato bene ed anche mio marito, che seguiva Nicolò al calcio come fosse un campione, nonostante i miei rimproveri, sosteneva che c’era un filo di antipatia e in qualche modo Nicolò veniva sempre penalizzato in un modo o nell’altro: non lo convocava, non lo faceva giocare lo stesso tempo degli altri, lo faceva correre di più, in alcuni momenti durante l’allenamento lo sistemava in porta per non farlo giocare. Io avevo sempre guardato con un po’ di indulgenza a questi “dispetti”, sostenendo che aiutavano Nicolò a crescere e a non aspettarsi che tutto nella vita fosse scontato e facile.
Mi chiedevo tuttavia se dopo tutto una tale rabbia non fosse un effetto secondario e pericoloso di un atteggiamento assunto dal professore per educare. E poi soprattutto non mi stava bene che una cosa del genere, forse persino provocatoria, giungesse a mettere in pericolo il curriculum splendido che Nicolò portava avanti. Così non giunsi proprio serena al colloquio.
Parcheggiai e mi recai presso l’istituto. Entrai, chiesi del Professore De Crescenzo e mi fu indicata una sala d’attesa. Ero in ritardo: mi approntai a trovare una scusa plausibile da enunciare appena il professore avesse varcato la soglia. Aspettavo da dieci minuti, quando un rumore dietro di me ed una voce mi colsero di sorpresa:
- Sei bellissima, sei stupenda... sembri un’ananas!
Mi girai perplessa nel sentire quella frase che non mi giungeva nuova, così mi girai. Davanti a me c’era un fantasma... il fantasma di Danny Zucco, di Grease e la frase appena pronunciata era una delle più famose del film...
Mio Dio, quanti anni erano passati? Venti? No, trenta... facevo il conto mentalmente “dunque oggi ho quarantasette anni, all’epoca ne avevo diciassette.. sì trent’anni”. Frequentavo il quarto liceo linguistico e lui era al quinto anno del liceo scientifico. Quell’anno l’ultimo biennio avevano organizzato una commedia teatrale in inglese. Io ero la migliore della mia classe in inglese e lui lo era della sua. Così eravamo i protagonisti di Grease, il musical del 1978 che aveva poi spopolato in tutto il mondo e che ancora oggi affolla i teatri di ogni posto civilizzato. Io Sandy, lui Danny. E il bacio. Quel bacio indimenticabile che doveva essere per finzione ed invece fu molto più reale di quanto mi aspettassi. Io lo adoravo: lui era il principe del liceo, il ragazzo più bello dietro al quale morivamo tutte noi ragazzine del linguistico. Le ragazze della sua classe ci avvisavano sempre sui suoi spostamenti perchè potessimo appostarci a guardarlo.
Adesso era lì davanti a me. Nonostante fosse una giornata invernale, sfoggiava pantaloncini e maglietta, era un po’ sudato e questo conferiva alla sua pelle un lucido simile a quello dei muscolosi atleti che si vedono in televisione. E poi il suo sorriso ed i suoi occhi. Fui catturata dalla sua bocca e in me uno dopo l’altro passarono gli istanti di quel mitico bacio tra Sandy e Danny.
- Danny... – fu l’unica cosa che riuscii a dire
(segue)

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