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domenica 12 settembre 2010

The Lift

Prima Parte

Non importa come mi chiamo. Potrei avere un nome qualunque, banale, di quelli dei quali l’anagrafe è piena oppure uno di quei nomi strani e buffi che prendono piede quando i serial americani hanno successo. Se avessi un nome diverso sarei sempre la stessa e sarebbe sempre la stessa la storia che sto raccontando.

Abito in una metropoli di quelle che d’inverno soffrono il freddo e quando esci di casa ti cola il naso e ti lacrimano gli occhi tanto è pungente l’aria della mattina. D’estate invece soffochi dal caldo, mentre i tacchi stretti e sottili affondano e si incastrano nell’asfalto molle e un po’ di vapore da terra crea una strana atmosfera. Una di quelle città del Nord dove il cielo non è mai azzurro, se non quando il vento soffia forte e si vedono le montagna. Una città qualsiasi che non cambierebbe se avesse un nome diverso e non cambierebbe la storia, questa maledetta storia.

Non ero sposata. Non avevo figli. Ero sola a trentacinque anni e non chiedetemi perchè. Amori sbagliati, amori perduti, amori soffocati: nomi che, quelli sì, sono ancora talmente importanti che basta riecheggiarli per far sanguinare le ferite che mi porto dentro. Eppure non mi piangevo addosso: avevo il mio lavoro da una parte e dall’altra i miei amici ed i miei hobby, che difendevo strenuamente dall’invasione di colleghi che solo perchè non sei sposata e non hai figli si sentono in diritto di rifilarti lavori fino a tarda sera o durante il week-end.

The Lift

Seconda Parte

Certe fortune capitano una volta sola nella vita, direte.

No! Vi dico io. “Quella” fortuna mi capitò anche altri giorni, perché il “signore” abitava esattamente al piano di sopra del mio dal giorno prima e sembrava single, celibe, libero... capite?

Io mi chiedo adesso cosa io avessi fatto di così male in tutta la mia vita, fino ai miei trentacinque anni, per meritare una disgrazia simile. So che molte di voi staranno lanciando anatemi e vorranno inveire contro di me, ma vi posso giurare che avere un essere simile al piano superiore e incontrarlo praticamente ogni giorno non può che essere alla fine considerata una disgrazia.

Perché? Nessun problema la mattina, quando sei truccata, curata nei minimi particolari, con i vestiti stirati e in ordine e apri la porta e senti che qualcuno sta scendendo le scale: allora sei libera di girarti e sfoggiare il migliore sorriso del mondo, provare ad attaccare bottone cercando di rinfacciargli che la sera prima ha avuto ospiti e ha fatto tardi – mentre tu morivi dalla voglia di salire su e chiedere se potevi autoinvitarti alla festa. Hai certo le forze per scendere le scale con il tacco a spillo altezza dieci fingendo una disinvoltura che non è reale ed infine salutarlo con un sorriso sperando che ti chieda se sei libera la sera... Questi incontri sono davvero sporadici...

The Lift

Terza (ed ultima) Parte

Inutile dire che la mia vita cambiò. Cambiò come può cambiare la vita di un rospo dopo che è baciato dalla principessa e diventa principe anche lui. Solo che qui era il principe che aveva dato il bacio e il rospo ero io. Non riuscivo a capacitarmi di quello che era successo, ma soprattutto non mi capacitavo del fatto che lui non si facesse sentire. Mi sembrava di essere tornata adolescente, ferma davanti al telefono muto, mentre lo implora di squillare e quando squilla resta delusa pronunciando le fatidiche parole “Ciao mamma... sì sto bene... tu e papà?”, perchè si sa che i genitori hanno quel sesto senso che li porta sempre a chiamare quando aspetti un’altra telefonata o quando mangi.

In queste situazioni la fantasia si scatena: sarà malato gravemente e non riuscirà ad alzarsi dal letto nemmeno per telefonarmi... sarà rimasto bloccato in ascensore... sarà andato via per lavoro... sarà... Certo, sarà un milione di cose diverse, finchè non lo vedi rientrare con una bella bionda al suo fianco, in pantaloncini bianchi, che mostra due gambe che la loro rotula arriva al tuo ombelico ed un sedere da brasiliana che ti rassicura sul fatto che Dio non è stato giusto con te.