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domenica 8 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Epilogo


Il sole era alto nel cielo. La spiaggia era rimasta quasi desolata dopo la notte dei festeggiamenti del Capodanno. La musica aveva lasciato posto al ritmico infrangersi delle onde sulla battigia, il buio della notte si era arreso ai colori accecanti del giorno.

Viola era seduta sulla duna più alta, sola, con le gambe attaccate al petto e le braccia che le tiravano ancora di più verso sé. Era chiusa nel suo dolore di sempre, in compagnia dei rimorsi che le corrodevano la coscienza ancor più che in passato, dopo che Didi le aveva rinfacciato di non averle mai confessato nulla di ciò che sapeva. Aveva pianto da quando lei se n’era andata. Non aveva avuto il coraggio di fermarla, stretta nella sua colpa che la inchiodava a terra e più in giù, nel profondo del suo cuore. Aveva le labbra ferite per i morsi, il vento ed il sale che quasi la stavano corrodendo come una roccia erosa dal mare, ma restava lì, con lo sguardo perso nel vuoto e l’animo che vagava tra il presente ed il passato.

Aveva deciso di confessare tutto a Didi. Lei l’avrebbe capita. L’aspettava lì, nel punto più alto da dove l’avrebbe vista tornare.

Lizge la vide e si fece coraggio. Viola la vide arrivare da lontano. Era la seconda volta che saliva sulla duna. Lizge non aveva idea di cosa fosse accaduto tra le due amiche, ma la feriva vedere Viola così disperata. La prima volta che l’aveva raggiunta, aveva cercato di consolarla, di riportarla giù per mangiare qualcosa e riposare. Viola si preparava a ripeterle, con calma, che finchè Didi non fosse tornata, lei non si sarebbe mossa.

«Viola, devi venire giù con me.» le disse Lizge appena le fu accanto.
«Lizge, sei un angelo, ma io non posso muovermi, finchè Didi non torna. Devo parlarle, devo aspettarla qui.»
«Viola, devi venire giù con me, mi spiace.» Lizge abbracciò Viola forte e continuò: «Didi non tornerà...»
«Perchè? Se n’è andata? Non l’ho vista, Dio mio! Non mi sarò mica addormentata senza accorgermene e non l’ho vista?» le disse Viola, mentre i suoi occhi iniziavano a riempirsi di terrore ed il suo cervello si metteva in allarme, certo che qualcosa di più grave fosse successo a Didi.
«Didi... Didi è morta. Mi spiace.»

sabato 7 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 6

Didi era visibilmente turbata da quell’orribile ricordo che con la velocità di un lampo aveva illuminato la sua memoria. La voce di Viola che parlava tra sé a fior di labbra, inizialmente venne raccolta solo dal vento, rimanendo invisibile, come sospesa nel nulla. Poi qualcosa accadde e Didi soffermandosi come ipnotizzata sulle parole dell’amica, finalmente riuscì a dare un senso a ciò che aveva sentito.

“ Tu lo sapevi, l’hai sempre saputo! Come hai potuto tacere per tutto questo tempo! Come hai potuto restarmi accanto tutti questi anni portandoti nel cuore il peso di quell’orribile abuso perpetrato al mio corpo ed al mio spirito, senza dirmi nulla! Come hai potuto farmi questo! Ti odio! Maledetto il momento in cui ti ho incontrata quella notte e maledetto il giorno in cui sono venuta in Italia! “

“ Didi ti prego, lasciami spiegare…”

Didi sconvolta da quelle rivelazioni, si divincolò dall’ abbraccio di Viola e scappò singhiozzando stretta in quel suo candido vestito bianco ora macchiato dal rosso vivo di quella violenza riaffiorata dai bui meandri della sua mente.

Didi corse a più non posso nel buio della notte guidata dalla luna piena che pareva indicarle la strada. Passò davanti al cimitero e girando sulla destra imboccò il sentiero che l’avrebbe portata alla Pedra Furada. Le mancava il fiato, a tratti era costretta a rallentare il passo e a volte a fermarsi, tanto era il dolore ai piedi scalzi che ormai sanguinavano per quella disperata corsa . Finalmente raggiunse la meta designata e grazie alla bassa marea potè raggiungere la spiaggia sottostante. Il suo corpo e la sua mente distrutti dal dolore si accasciarono sulla sabbia che brillava per effetto della luna. Né la vista dell’ immenso oceano illuminato dai riflessi lunari, né il profilo di quella meraviglia della natura che si ergeva di fronte a lei, riuscirono a dar sollievo al suo dolore.

Didi sentì la necessità di liberare il suo corpo da quegli indumenti che la facevano sentire sporca, inadeguata. Con rabbia si strappò i vestiti da dosso e lasciò che la luna illuminasse il segreto che il suo corpo nascondeva.

Si sdraiò sulla sabbia umida, con braccia e gambe aperte per poter far aderire il più possibile il suo corpo color della cioccolata, a quei finissimi granelli bianchi, alla ricerca di un contatto che potesse coccolargli l’anima e da quella posizione si mise a scrutare il cielo che lo sovrastava. Mentre la sua mente tentava di affrontare quei dolorosi ricordi, i suoi occhi assistettero ad uno spettacolo che rimase per sempre ancorato al suo cuore come un segno di rinascita. Una stella cadente dietro l’altra, passando per il cielo, gli diedero la forza di ricordare.

Socchiudendo gli occhi Didi può sentire lo scroscio dell’acqua che si infrange sull’asfalto. Dorme, ma un lampo illumina la stanza. Ora può vedere nitidamente chi si nasconde dietro quell’immagine sfuocata, come ricorda perfettamente quelle grosse mani che le serrano la bocca e quella cicatrice a forma di croce posta alla base del collo, proprio sotto il pomo di Adamo. Il terrore lo paralizza, è inerme di fronte a quell’uomo che fino a qualche minuto prima aveva considerato come un padre. Non capisce cosa gli stia capitando, tenta di divincolarsi da quella stretta, ma quella grande mano gli sferra un colpo sul viso, non capisce più niente, sente solo un gran dolore mentre le grandi mani del padre di Viola, sollevano il candido lenzuolo di lino e si infilano tra le sue cosce fino ad arrivare al suo pene. Tenta con tutta la forza che ha di scappare, ma un altro colpo gli viene inferto sul viso e lui lo prende, lo gira e lo butta nuovamente sul letto. Ora sente solo un gran dolore, un dolore acuto, non sa individuare da quale parte del corpo provenga. La sua carne è lì, può sentirla contorcersi dal dolore, ma la sua mente si è persa, sta vagando in un mondo parallelo e non vuole far ritorno per non dover affrontare la realtà di quello che sta accadendo.

Forse fu proprio per questo, che Paulo aveva voluto seppellire per sempre il ricordo di quella notte infernale sotto la polvere dell’oblio e che negli anni a venire aveva trasformato il suo corpo in quella che ora si chiamava…Divine.

Divine trovò la forza di alzarsi, il suo meraviglioso corpo nero, ricoperto da candidi granelli di sabbia, brillava al cospetto della luna. Indossava ancora la collana di perle con la quale viene raffigurata Iemanjà, che alternava sette perle bianche a sette perle celesti, poi una bianca ed una celeste, il tutto alternato per sette volte. Lentamente, vestita solo delle perle di Imanjà e dei freddi raggi della luna, si avvicinò alle buie acque dell'oceano attratta dalla bianca scia di quell' astro, che riflettendosi nel mare, pareva indicarle la strada per potersi assentare per sempre dall' eterno dolore che aveva caratterizzato la sua vita.


venerdì 6 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 5


Il pomeriggio del giorno seguente Viola aveva lasciato Didi e Lizge per andare a Pedra Furada. Aveva camminato a lungo ed era arrivata, stanca ma contenta di poter vedere una delle più belle e spettacolari rocce sulla Terra. Non aveva molto tempo se voleva tornare indietro per le undici, in tempo per i festeggiamenti del Capodanno.

Viola camminava stretta nel suo vestito aderente di lino bianco. I capelli raccolti in alto si intrecciavano con alcuni bianchi fiori di palma, le gambe leggermente abbronzate fuoriuscivano da uno spacco laterale profondo che le arrivava fino ai fianchi, ed i piedi scalzi rabbrividivano al contatto mentre l’acqua del mare, fredda, le si attorcigliava alle caviglie. Guardava verso la roccia più bella che avesse mai visto e rimpianse che non fosse luglio, quando, al momento del tramonto, Didi le aveva raccontato che il sole attraversa l’arco di quella pietra con i suoi raggi, regalando agli spettatori sulla battigia uno spettacolo di fuoco.

Decise di tuffarsi, ma esitò al pensiero di non avere nulla per cambiarsi. Aveva freddo, ma la voglia dell’abbraccio materno di quell’acqua era irresistibile in lei. Non c’era nessuno, perchè perfino i turisti erano andati via, attirati dai preparativi per la notte di Capodanno. Quando era passata dal villaggio aveva sentito addosso alla sua pelle l’eccitazione della gente, soprattutto quella dei bambini, che si stavano preparando al battesimo con la dea Iemanjà, alla quale avrebbero offerto il loro primo dono pieno di speranza e che non vedevano l’ora di perdere il respiro in quei minuti in cui non sapevano se la corrente avrebbe trascinato al largo i loro doni, come promesssa di felicità, o li avrebbe riportati verso la riva, come presagio di sventura. Quando era arrivata al mare, ne aveva visti altri provare a cavalcare le onde, di seguito, tutti tesi a non scivolare, perchè quella sera non avrebbero potuto sbagliare nemmeno una delle sette onde sulle quali ci si aspettava che volassero. E inevitabilmente aveva pensato alla sua prima volta con Didi, a Copacabana, a quel momento in cui al quinto salto, mano nella mano, erano scivolate l’una sull’altra, a quella sensazione di sconfitta, al presagio che si era infilato nei loro cuori, nero e melmoso, oscurando la felicità di quel primo Capodanno insieme.

giovedì 5 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 4

Didi rimase turbata da quella rivelazione. Come un lampo, che illumina le tenebre della notte, le parole di Viola riproposero alla sua mente l’immagine di quell’uomo filtrata dai suoi ricordi di bambina. Rimembrava un bell’uomo, non riusciva a visualizzare il suo volto, ma poteva ricordare perfettamente le sue mani, mani grandi, mani forti, mani che in molte occasioni le avevano accarezzato il capo con l’affetto di un padre che coccola la sua bambina nei momenti di difficoltà.

Per un istante il ricordo di quella mano che sfiorava i suoi capelli le fece percepire un brivido lungo la schiena.

Poteva rammentare quante volte aveva desiderato che il papà di Viola potesse essere anche il suo e quante volte aveva provato invidia per la fortuna che Viola aveva avuto a nascere in quella famiglia, molto simile a quella che lei aveva sempre desiderato e che purtroppo invece non era riuscita a meritarsi.

Per un momento provò rabbia nei confronti di Viola, non riusciva a comprendere la ragione per cui fosse giunta ad un gesto tanto estremo. Forse avrebbe dovuto chiederglielo, ma si rendeva conto che probabilmente in quel momento non avrebbe ottenuto risposta alcuna, considerando lo sforzo estremo che già Viola aveva compiuto nel raccontarle chi fosse la persona che aveva ucciso.

Con la saggezza che da sempre la caratterizzava Didi disse: “ non ti preoccupare Viola, sicuramente avrai un valido motivo per aver compiuto un gesto così estremo. Tranquilla, quando ti sentirai di riparlarne io sarò al tuo fianco ad ascoltare. “

Viola continuava a singhiozzare mentre ripeteva parole senza senso “ perdonami… è stata anche colpa mia… perdonami…”

Didi non capiva cosa significassero le parole che l’amica farfugliava, comprendeva solamente che doveva a tutti i costi far tornare a splendere il sorriso su quel volto distrutto dal dolore. Cercò di tranquillizzarla, ma resasi conto di non riuscire a lenire la disperazione di Viola con le parole, pensò che forse facendola tornare a ridere avrebbe potuto allontanarla da quei suoi bui pensieri. Fu così che come un lampo, adocchiato un ragazzone passeggiare per l’Avenida, Didi con la sua minigonna bianca svolazzante, che evidenziava quelle sue bellissime gambe rifinite con eleganza ed armoniosità dalla natura, si diresse verso di lui. Lo superò pattinando con disinvoltura e fermandosi improvvisamente a pochi passi davanti a lui, si chinò con nonchalance a raccogliere qualcosa di immaginato, lasciandogli vedere in tutta la sua bellezza quell’incredibile rotondità, tanto perfetta da sembrare lavorata al tornio, coperta solo da un esile pizzo che ben poco lasciava all’immaginazione. Dopo quella visione, a giudicare dall’espressione fissata sul suo viso, il ragazzo probabilmente capì cosa intendesse dire Oscar Wilde quando affermava che un fondoschiena ben fatto è l’unico legame tra Arte e Natura.

Viola che seguiva la scena da lontano non potè fare a meno di sorridere per l’audacia e l’impertinenza del gesto compiuto da Didi e infine scoppiò a ridere nel vedere l’espressione sbalordita sul volto di quel ragazzone che si impressionò a tal punto da inciampare nei suoi stessi piedi e cadere con un gran tonfo a terra. Viola raggiunse Didi e ridendo a più non posso la prese per mano per scappare via, regalando i loro volti sorridenti al vento che accarezzando i loro pensieri li rese per alcuni istanti più sereni.

Didi era felice per quell’attimo di gioia che aveva saputo donare a Viola e non voleva che il buio ricomparisse su quel volto provato dagli eventi. Didi sapeva che se si fossero fermate a Rio per il Capodanno, i fantasmi del passato sarebbero tornati a divorare le loro anime, e non poteva permetterlo.

L’ anima di Didi era sempre pronta a farsi carico dei pesi altrui cercando di alleviarli, dimenticando a volte di possedere lei stessa un’anima da dover salvaguardare. Conosceva fin troppo bene i carichi che le opprimevano corpo e spirito, a volte in maniera talmente forte da toglierle il respiro e forse pensava che spostando la sua attenzione verso i dolori altrui, avrebbe potuto seppellire nel fondo della sua memoria tutto ciò che le faceva male e che la faceva dannatamente soffrire.

Didi prese per mano Viola e le disse: “ Vieni, torniamo in albergo a fare le valige! Si parte!” – “ Ma come? Dove vuoi andare? Non dovevamo passare il Capodanno con i tuoi? “ – “ Ma chissenefrega dei miei! Me ne fotto altamente di loro, in fondo l’unica cosa che gli interessa di me sono i soldi e poi odio quando si impicciano della vita che conduco a Milano e quei loro sorrisini ironici quando parlano alle mie spalle! Per una volta nella nostra vita pensiamo a noi stesse, i soldi non ci mancano! Spendiamoli! La vita è una sola e non ci sarà data la possibilità di viverne un’altra. “

Viola titubante la seguì, in fondo al suo cuore sapeva che Didi aveva ragione e volle seguirla in questa sua follia: pur non sapendo esattamente cosa avesse in mente, si fidava ciecamente di lei. Appena tornate in albergo, mentre Viola metteva le poche cose che aveva nella sua ventiquattro ore, Didi si mise al computer dell’albergo per cercare un volo Low Cost che le avrebbe portate a destinazione. “ Bingo‼! Che culo, proprio due posti sul volo delle 19.11 diretto a Fortaleza! E’ fatta!”.

Ora non le restava che prenotare un albergo per la notte e poi avvisare Gianluca, di mandare una jeep a prenderle all’hotel Americas l’indomani mattina.

Didi aveva conosciuto Gianluca in un viaggio fatto in Brasile anni addietro. Nonostante si fossero visti solo un paio di volte nella loro vita, Gianluca era una di quelle persone che rimangono nel cuore e che difficilmente puoi dimenticare. Gianluca era sposato con una ragazza brasiliana, Lizge. Il ricordo che Didi aveva di lei, era quello di un' esile creatura che profumava di pane appena sfornato e che soleva nascondere la sua nobile anima dietro ad un grande paio di occhiali scuri.

Didi organizzò tutto senza lasciare nulla al caso, per il momento avrebbe tenuto nascosta la destinazione finale a Viola perchè voleva fosse una sorpresa.

Poco dopo aver preparato le valige, Didi chiamò un taxi e si diressero in aeroporto.

Giunte a Fortaleza mangiarono un boccone velocemente e si ritirarono nelle rispettive camere. Didi cercò di non aprire i bagagli, a differenza di Viola si portava appresso due grosse valige leopardate. Per non creare confusione estrasse piano piano una maglietta e se ne andò a dormire solo con quella addosso. Appena toccò il letto Didi schiantò in un sonno profondo.

Dalla finestra aperta della stanza si avverte lo scroscio dell’acqua che si infrange sull’asfalto. Dorme, ma il suo sonno è agitato. Improvvisamente un lampo illumina la camera, svegliandosi intuisce una presenza al suo fianco, cerca di mettere a fuoco quell’immagine ma rimane sfocata e mentre disperatamente prova ad allontanare la sensazione di quella mano, che alzando il candido lenzuolo bianco di lino finirà in mezzo alle sue cosce, un altro lampo illumina quella stanza senza tempo lasciando impresso nella sua memoria il ricordo di una croce.

Didi si svegliò di soprassalto, la fioca luce dell'abat-jour non fu sufficiente ad allontanare i fantasmi del passato e a quella croce che vide illuminarsi in sogno, non sapeva dare un significato. Quello che era certo è che nel vederla un’ansia tremenda le serrò il cuore ed ebbe la netta percezione di aver già provato quell’agghiacciante sensazione. Didi passò il resto della notte a rigirarsi nel letto con impressa nella mente quella croce che non riusciva a dimenticare.

Didi e Viola si ritrovarono in tarda mattinata nella hall dell’albergo e mentre aspettavano l’arrivo di Tiago, che con la sua jeep le avrebbe condotte alla meta designata, sorseggiarono un tè accompagnato da dei deliziosi biscottini. Didi, come del resto anche Viola, non aveva voglia di affrontare argomenti seri e così le ragazze passarono il tempo a spettegolare su tutti coloro che passavano a tiro.

Viola non stava più nella pelle, la curiosità la stava consumando, ma Didi sembrava irremovibile nella sua decisione nel non dire nulla, se non giunte a destinazione.

Il momento della partenza presto arrivò. Tiago sbuffò non poco quando dovette caricare le enormi valigie di Didi sulla jeep e non potè fare a meno di pensare a cosa le sarebbero servite tutte quelle cose nel posto dove stavano andando.

Il viaggio sarebbe stato lungo e poco confortevole, tra sterrati e strade che anche se asfaltate sarebbero sicuramente state piene di grandi buche formatesi dalle abbondanti piogge. Così le ragazze non avendo alcuna fretta di arrivare, si fermarono spesso a fare delle soste ristoratrici, godendosi le specialità locali. Didi andava pazza per la feijoada, che è un piatto a base di riso e fagioli neri a cui i locali aggiungono carne di maiale e di manzo, mentre Viola, che adorava il pesce, non perse l’occasione per strafogarsi di caranguejo e di gamberetti. Naturalmente il tutto accompagnato da farina di manioca, patate fritte e dalla “ bionda “ carioca, a cui Didi per nulla al mondo avrebbe rinunciato, la Skol, una birra leggera, servita ghiacciata e dal sapore inconfondibile.

Verso l’ora del tramonto si lasciarono alle spalle l’ultimo paese con le strade in terra battuta, Jijoca, per avventurarsi in quella che viene considerata una delle spiagge più belle del mondo.

Fu così che il paradiso si aprì ai loro occhi. Stavano percorrendo una spiaggia dalla finissima sabbia bianca, alla loro destra l’Oceano si era colorato delle tinte aranciate del tramonto mentre a sinistra grandi dune di sabbia erano popolate da cavalli selvaggi e docili asini che mestamente si apprestavano a rientrare in paese dopo una giornata passata a girovagare senza meta. All’ improvviso un gruppo di mangrovie attirò l’attenzione di Viola, che identificò la sua anima con quel groviglio di radici impenetrabili che la natura aveva voluto far sopravvivere anche nelle condizioni più avverse. Per un momento Viola si sentì vicina alla pace interiore che da tempo andava cercando. Dopo chilometri di spiaggia bianca entrarono in paese. Ad attenderle un antico villaggio di pescatori dove la sabbia faceva da padrona, perché in quel paradiso vigeva il divieto di asfaltare le strade. Mentre il buio stava scendendo accompagnato dal silenzio, rotto solo dal rumore dei generatori che iniziavano il loro lavoro notturno, Didi rammentò che non esisteva illuminazione pubblica in quel luogo e fu in quel momento che ricordò di aver visto in quel paese i cieli stellati più belli della sua vita, proprio perché non contaminati dalla luce. Didi raccontò a Viola che si trovavano sulla punta di una lunga penisola ed era una delle poche località della costa brasiliana dove era possibile vedere sia l’alba che il tramonto.

Arrivarono dinnanzi ad un cancello dal quale si poteva scorgere all'interno una deliziosa struttura bianca, immersa nelle lussureggianti piante e nei coloratissimi fiori. Un cartello indicava il nome di quel piccolo gioiello, " Pousada Papaya ". All'ingresso ad aspettarle c'erano i sorrisi di Gianluca e Lizge che nelle loro sgargianti hawaianas diedero loro il benvenuto porgendogli una fresca caipirinha.

Quello dove erano approdate doveva essere il paradiso.

Ed era proprio così, quell’ultimo Eden rimasto in terra prendeva il nome di Jericoacoara detta Jeri.

Fu in quel luogo di indicibile bellezza, che Didi decise di passare l’inizio di quel nuovo anno insieme a Viola.

mercoledì 4 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 3


«E se andassimo a pattinare lungo l’Avenida?»

Didi interruppe bruscamente quel silenzio che si faceva sempre più pesante. Provava su di sé il peso del dolore di Viola, sentiva l’oppressione al petto come se quell’amgoscia fosse sua e voleva cercare di spezzare quella lama infilzata nei loro cuori, in qualche modo, in qualunque modo. Voleva che Viola reagisse a quello stato inerte che l’attanagliava fin dalla sera in cui aveva ucciso quell’uomo. Didi era conscia di doverla spingere a parlare, ma nonostante la conoscesse da una vita, in quel momento si sentiva impotente di fronte a qualcosa che non conosceva e che immaginava essere qualcosa di orribile, al punto di averla spinta ad uccidere.

«Non ne ho voglia, Didi... ma tu vai... io ti aspetto qui.» le rispose Viola.
«Dài, come quando eravamo piccole... su, non mi fare andare da sola, non sarebbe la stessa cosa... ti prego...»

Viola guardò Didi con uno sguardo vuoto e Didi percepì che quel richiamo alla loro comune infanzia non era stata una buona idea. Eppure aveva smosso qualcosa dentro Viola e Didi intuì che quella poteva essere la chiave giusta per entrare in quel muto e solitario mondo nel quale Viola si ostinava a rinchiudersi.

«Ho visto la pubblicità di un negozio, giù in reception. Affitta roller per l’intera giornata ad un prezzo davvero stracciato. Passiamo qualche ora lungo l’Avenida. La giornata è bella... non vale la pena star qui dentro a pensare e ripensare a ciò che è successo. Vieni... andiamoci a cambiare...»

Didi la prese per mano e Viola docilmente la seguì, come una bambina che segue sua madre, certa che non le potrebbe fare mai del male. Uscirono poco dopo dalla stanza, si fermarono presso la reception per prendere nota dell’indirizzo del negozio e si incamminarono lungo l’Avenida Atlantica. Si fermarono qualche incrocio più avanti verso sud, affittarono i pattini in un piccolo negozio senza insegna, attraversarono l’Avenida e si portarono sulla zona ciclabile.

Fu Viola a partire per prima, con lo sguardo che viaggiava intrepido e sicuro sulla strada di fronte a sé, e la coda dell’occhio che sbirciava a tratti la spiaggia bianchissima, resa quasi diafana dal sole ed il mare che faceva capolino poco più in là. Ad ogni passo, Viola sentiva tutta la sua rabbia sfogarsi sulla gamba che appoggiava per terra e quando questa si alzava lo slancio sprizzava fuori di lei tutto ciò che di negativo le opprimesse l’anima. Il vento le sferzava il viso accalorato sempre di più dallo sforzo.

Didi quasi faticava a tenere il suo ritmo, e temendo di perdere terreno, era concentrata ad investire tutte le sue forze in ogni singolo movimento. Seguiva Viola chinata in avanti, con le mani sulle rotule, fissando senza tregua l’amica che di fronte a lei procedeva veloce, evitando ciclisti e pedoni, nella sua sicura andatura.

martedì 3 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 2

Dalla finestra aperta della stanza si avverte lo scroscio dell’acqua che si infrange sull’asfalto. Dorme, ma il suo sonno è agitato. Improvvisamente un lampo illumina la camera, svegliandosi intuisce una presenza al suo fianco, cerca di mettere a fuoco quell’immagine ma rimane sfocata nella sua mente e mentre disperatamente prova ad allontanare la sensazione di quella mano, che alzando il candido lenzuolo bianco di lino finirà in mezzo alle sue cosce, un tuono irrompe con il suo fragore in quella stanza senza tempo.

Didi si svegliò di soprassalto nella sua stanza nell’Hotel Iberostar a Rio de Janeiro che si trovava a Copacabana, sull’Avenida Atlantica. Il suo cuore batteva all’impazzata, il suo négligé color perla era madido di sudore e l’immagine di quella presenza era ancora così reale, che Didi, guardandosi intorno con lo sguardo spaurito di un bambino che è stato violato, istintivamente coprì le sue parti intime con il lenzuolo. Quando si rese conto di aver solo sognato, si rincuorò, ma quella sensazione era stata così forte che il suo corpo ne era ancora pregno, tanto da decidere di farsi una lunga doccia calda per far scivolare via per sempre la vergogna dalla sua pelle color del cioccolato. Si ritrovò a pensare, sotto al caldo getto dell’acqua, che riuscì ad intiepidire il suo corpo ma non il suo cuore, che forse non sapeva più distinguere ciò che era reale da ciò che era illusorio. Seppur a memoria di donna avrebbe potuto giurare che mai nella sua vita nulla di simile le fosse accaduto, quella sensazione di profanazione del suo corpo era stata talmente reale da faticare ad allontanarla dalla sua anima. Terminata la doccia Didi si sentiva ancora un po’ agitata. Per cercare di alleviare la tensione, aprì il grande armadio per decidere cosa avrebbe indossato per scendere a fare colazione con Viola e quel semplice gesto le restituì la gioia di sempre, allontanando quella strana sensazione da cui era stata avvolta. Didi in quel momento avvertiva dentro di sè il forte bisogno di sentirsi femmina e così decise di indossare un tailleur rosa e blu di Chanel con una camicetta di seta bianca, accompagnato da un cappellino a tamburello dello stesso colore rosa dell’abito e naturalmente un sandalo vertiginosamente alto della stessa nuance del tailleur.

Didi si presentò nella salle à manger, come lei adorava chiamarla, per la prima colazione, avvolta nel suo elegante tailleur rosa pallido. Quel suo incedere regale, anche se a tratti un po’ forzoso, la faceva apparire una diva d’altri tempi.

Facendo colazione Didi avrebbe voluto raccontare a Viola quel suo strano sogno, ma lo sguardo di Viola pareva assente, come immerso nel lago nero dei ricordi. Reminiscenze dolorose, ancor troppo vicine all’accaduto per poter essere allontanate dalla sua mente, portavano Viola a chiudersi in un nero silenzio senza confini. Fecero colazione senza dirsi una parola. Ai loro occhi era stato sufficiente incrociare gli sguardi per alcuni secondi per poter intuire cosa giacesse nel fondo dei loro cuori e questo era bastato per poter sopportare quel silenzio.

Didi e Viola si trovavano a Rio già da alcuni giorni. Avevano deciso di passare qualche giorno da sole, concedendosi un soggiorno tranquillo in un albergo di lusso, lontane dal bailamme del parentado che le avrebbe sicuramente asfissiate con le loro curiose domande.

Quelle che Didi e Viola stavano per vivere a Rio, erano giornate particolari. I festeggiamenti per accogliere il nuovo anno erano iniziati già da alcuni giorni e si sarebbero conclusi in uno scenario magico che difficilmente un’anima sensibile avrebbe potuto dimenticare. Milioni di persone vestite di bianco si sarebbero riversate per le strade, la musica in ogni angolo della città, avrebbe accompagnato con i suoi ritmi adrenalinici i festeggiamenti per il nuovo anno, insieme ai botti delle bottiglie di champagne. In ogni bar o appartamento di Rio una festa avrebbe rallegrato l’atmosfera, mentre gli edifici e gli alberghi posti sull’Avenida Atlantica sarebbero stati illuminati a giorno per degnamente salutare quel nuovo anno. Solamente verso le 23 la gente si sarebbe riversata nelle strade chiuse al traffico per l’occasione, dirigendosi verso le spiagge, e quasi tutti avrebbero indossato abiti e scarpe bianche come la tradizione vuole.

Quanti ricordi nella mente di Didi legati a quella notte incantata che venti anni prima le fece incontrare Viola.

***

Didi non poteva dimenticare la Copacabana di quella notte, illuminata da migliaia di candele poste nella sabbia, come non poteva obliare il ricordo dell’eccitazione negli occhi di quella gracile fanciulla, dalla pelle color del latte, con cui fece amicizia quella notte, sulla spiaggia. Ancora poteva ricordare quel candido fiore bianco di palma nella mano di lei e quella meravigliosa rosa rossa nella sua, ed il momento in cui prendendosi per mano raggiunsero con un po’ di timore il buio oceano per offrir in dono quelle meraviglie della natura, a Iemanjà, dea del mare, chiedendole protezione per l’anno che stava per iniziare.

I mille colori dei fuochi d’artificio salutando il nuovo anno, illuminarono a giorno quell’oscura distesa d’acqua, rivelando agli occhi della Dea le meravigliose collane formatesi dai fiori di coloro che credendo in lei le avevano donato.

Quelle due piccole anime erano felici, sapevano in cuor loro di essersi meritate le grazie di quella Dea vanitosa, ma quando quella stessa sera Didi e Viola non riuscirono a cavalcare le sette onde, che secondo una tradizione importata dagli schiavi africani avrebbe dovuto portar loro fortuna, sentirono quella certezza venir meno.

Quello fu il primo segno della sventura che si sarebbe scagliata con violenza sulle loro giovani vite.

Quel presagio portò con sé il buio della notte e quelle giovani anime sognarono la luce sperando di potersi salvare dall’oscurità.

lunedì 2 aprile 2012

Il dono di Iemanjà - Capitolo 1


Viola si fermò a guardare l’uomo steso sul suo letto. Guardò il sangue che gli fluiva fuori dal viso e dal petto attraverso i vestiti laceri, riversandosi sulle lenzuola bianche di cotone. Si sentì infastidita più per le lenzuola che per averlo ucciso, mentre un senso di calma la pervadeva, come se secoli di odio e vendetta covati nel buio della sua coscienza avessero trovato finalmente pace in quella sentenza di morte.

Andò in bagno e si fece una doccia. Indossò una tuta vecchia, pensando che “dopo” l’avrebbe dovuta buttare, e uscì di casa. Salì le scale e bussò al campanello dell’appartamento situato proprio sopra il suo.

«Didi sono io, Viola. Per favore apri, è importante!» urlò dietro la porta, dopo aver scampanellato più volte e bussato con la mano contro il legno marcio e traballante, immaginando che l’amica fosse impegnata con un cliente. «Didi, apri, per favore, lo so che ci sei...»

La porta si aprì, ma la catena era fissata e Viola vide la spalla nuda della donna fare capolino.

«Che vuoi? Non posso adesso...» le sussurrò Didi.
«Molla tutto, per favore, ho bisogno di te giù, e subito...»
«Viola ne ho uno qui che mi paga un sacco di soldi. Ne ho per mezz’ora, non di più. Mi servono quei soldi, devo pagare il biglietto per tornare a casa a Natale...»
«Va bene, ma fai presto, mi raccomando. Non so quanto tempo posso aspettare...»
«Ma non eri anche tu con un cliente?»
«Appunto, “ero”. Sbrigati... a dopo!» disse Viola, allontanandosi e iniziando a scendere la rampa di scale per tornare al suo appartamento.
«Hai già finito o è successo qualcosa? Ehi Viola?» bisbigliò sottovoce Didi.
Poi chiuse la porta e tornò al suo cliente.

Viola rientrò nel suo appartamento. Si sedette sulla sedia davanti al letto e tornò a guardare l’uomo. Non riusciva a capacitarsi di esserci riuscita, ma qualcosa dentro di lei ribolliva ancora. Non poteva ancora archiviare nella sua memoria quel ricordo, ma presto se ne sarebbe liberata e con lui avrebbe finalmente potuto smettere con quella “vita”.

martedì 6 marzo 2012

L'amore proibito - Epilogo

Liliana si trova nell'ampio salone della sua casa in Ashbury Street, alle spalle del Buena Vista Park, a San Francisco. Accoccolata nella sua grande poltrona stile inglese ricoperta da un morbido velluto azzurro, si rende conto che nonostante siano ormai passati più di quarant'anni dalla morte di Virginia, poteva ancora sentire il tormento di quegli attimi di profondo dolore e ancora le si increspa la pelle nel pensare allo strazio provato nella sua anima quella maledettissima sera del 16 giugno del '68.

I ricordi tornano nuovamente a fluire mentre riaffiorano nella sua mente le immagini e le sensazioni provate quella sera.

Ricorda di essere rimasta nella sua tenda, dopo aver letto quell’ultima lettera di Virginia, per lunghe ore, piangendo, seduta su quella logora branda, senza trovare il coraggio di muoversi dalla posizione in cui si trovava, attonita al cospetto di quella terribile notizia. Rammenta il suo singhiozzare disperato e quella forte sensazione di dolore che la sua anima, mai aveva provato prima di allora.

Dopo il lungo tempo passato rinchiusa in quella muta disperazione, Liliana era uscita dalla tenda e alzando lo sguardo all’immensità del cielo aveva voluto dare un ultimo saluto a Virginia, nel solo modo che conosceva, scrivendo.

Ciao amore

I lunghi anni di sogno vissuti con te sono stati uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto dalla vita e credo realmente che quello che abbiamo vissuto insieme non si potrà cancellare con un battito di ciglia. Mi aspettano giorni bui in cui non riuscirò a vedere la luce, giorni di straziante disperazione per non averti più al mio fianco, per non poter più condividere con te i miei pensieri, per non poter provare mai più la dolce sensazione delle tue morbide labbra sfiorare le mie. La vita non sarà mai più la stessa senza di te.

Oggi in questa giornata particolare i ricordi legati a te tornano disperatamente a fluire dentro di me.

Come dimenticare il nervosismo che si impossessò della mia anima e del mio corpo pochi minuti prima di incontrarti quel giorno davanti al Planetario? Come obliare quel bacio dato all’ombra del grande albero mentre la pioggia bagnava i nostri volti? Come dimenticare le forti sensazioni provate quel giorno e nei giorni a venire in un crescendo sempre più intenso di passione, parole, pensieri e sentimenti? Come poter cancellare per sempre questo meraviglioso sogno che mi hai inconsapevolmente regalato?

Con la tua morte tutto ciò si è dissolto come una bolla di sapone che scoppia cercando di librarsi nell’aria verso l’azzurro cielo.

Senza di te percepisco già un grande vuoto intorno a me. Già sento di odiare il silenzio che contraddistinguerà le mie giornate future. Purtroppo non ci saranno più le tue parole a scaldare il mio cuore.

A volte ho pensato con invidia alla tua forza nell’essere riuscita ad andartene quel pomeriggio, al coraggio di lasciarti tutto alle spalle senza debolezze. Solo ora ripensando ai tuoi occhi, scorgo la tristezza che si annidava nel tuo cuore e solo ora comprendo che dentro di te, sentivi il forte bisogno di qualcuno che potesse rendere visibile la tua vera anima. In questo momento comprendo che la tristezza dei tuoi occhi era causata dal dolore di dover rinunciare per sempre a vivere e che la tua grande forza nascondeva dentro sè un tremendo segreto, la sofferenza di dover abbandonare ciò che amavi e che ti faceva sentire bene.

Avvertendo il tuo dolore ora interrogo il mio cuore e sento quello stesso tormento lacerare la mia anima.

Continuerò a vivere solo perché nel fondo del mio cuore sarai ancora presente, come se non ti avessi perduta completamente, come se una parte di te continuasse a vivere nei miei ricordi, per sempre.

Forse non sognerò più, ma il tuo ricordo mi basterà per seguitare a vivere.

O forse dovrei dire… mi basterà per sopravvivere?

Sento ancora la mia anima intrecciata alla tua e voglio pensare che lo sarà per sempre.

Mi mancherai tremendamente

Liliana

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Le stagioni che si susseguirono inesorabilmente per Liliana, furono caratterizzate dal buio e dal silenzio.

Poco tempo dopo la terribile notizia, con l’anima straziata dal dolore ed il corpo minato dai terribili attacchi di panico che le avrebbero impedito di poter vivere all’ombra di quella guerra così pressante, sia fisicamente che psicologicamente, Liliana fu costretta ad abbandonare il Vietnam e con esso il desiderio di potervi rimanere, così come Virginia avrebbe voluto.

Momenti di forte depressione colpirono il suo essere incapace di reagire al cospetto di quel forte dolore che le attanagliava l’anima.

Liliana non sapeva cosa farsene di quella sua triste vita, nulla sembrava valesse la pena di essere vissuto senza avere al suo fianco Virginia, con cui fino ad allora aveva condiviso ogni momento della sua esistenza, anche se solo attraverso le parole. Nulla pareva aver significato senza di lei. La scomparsa di Virginia tolse colore al mondo, ora solo buio e dolore le tenevano compagnia.

Il giornale per cui scriveva le diede l’opportunità, visto il valore dimostrato in quei lunghi anni passati a raccontare così degnamente quell’assurda guerra al mondo, di potersi ritirare a Haight-Ashbury ,un quartiere di San Francisco, chiedendole di scrivere articoli di colore sul fenomeno nascente degli Hippie, che in quegli anni avevano ereditato i valori controculturali della Beat generation.

Liliana passò così dalle atrocità della guerra del Vietnam a quell’alone d’amore che circondava i figli dei fiori e finì per fare suoi quegli ideali di pace, di libertà e sesso libero che Liliana a volte amava sintetizzare con uno slogan: “ Non fate la guerra ma fate l’amore” .

Il forte desiderio di annullare se stessa e di poter cancellare per sempre il buio ed il silenzio che la circondava da quando era morta Virginia, la portarono a voler esplorare i meandri più reconditi della sua mente.

Fu così che Liliana intraprese il cammino verso nuove esperienze, tra cui, quella dell’alterazione della coscienza, attraverso una potentissima droga psichedelica: l’LSD.

Liliana ancora non sapeva che l’LSD oltre a poter intensificare colori, suoni, odori e sensazioni positive avrebbe anche potuto amplificare contesti e pensieri spiacevoli provocando ansie e panico.

Fu proprio la sera prima di partire alla volta del grande concerto che si sarebbe tenuto a Bethel, che Liliana, dopo essersi calata un acido, iniziò ad essere assalita da uno stato d’ansia tale, che le impediva di respirare in maniera regolare e a peggiorare lo stato delle cose, furono quelle terribili allucinazioni che resero ancor più insopportabile lo stato in cui si trovava. L’amplificazione della sua emotività e la distorsione della percezione della realtà la portarono a trasformare, quella che inizialmente poteva essere solo una forte ansia, in uno stato di panico non controllabile. Passò interminabili ore in quella terribile condizione. Per fortuna al suo fianco c’era un amico che non l’abbandonò neanche per un secondo, tentando in tutti i modi di tranquillizzarla e vegliando che nulla le potesse accadere. Dopo una lunga notte estenuante per entrambi, l’effetto dell’acido lentamente calò e Liliana riuscì finalmente ad assopirsi liberando il suo corpo dalla terribile ansia.

Furono mesi duri quelli a venire. A volte l’inquietudine tornava a fare capolino nel suo cuore e a fatica riusciva attraverso la sua mente ad allontanare quell’orribile sensazione.

Quel profondo baratro in cui era caduta, le fece capire che ormai era giunto il momento di tornare ad esistere, e comprese che la vita dissipata che aveva condotto nell’ultimo anno, non aveva fatto altro che minare ulteriormente la sua anima oltre al suo corpo. Fu così che la mattina del 17 febbraio del 1970 Liliana scelse di tornare vivere. Ma le restava ancora una cosa da fare prima di poter ricominciare. Doveva andare a Milano per recuperare il pacchetto che Virginia aveva lasciato in custodia alla figlia per lei.

Non se ne era mai dimenticata. Quel pensiero giaceva in fondo al suo cuore da molto tempo, ma non aveva mai trovato il coraggio di affrontare quello che sarebbe stato l’ultimo atto della sua storia di dolore.

Tornata a Milano, Liliana decise di dare appuntamento alla figlia di Virginia in quegli stessi giardini dove aveva vissuto attimi di intensa felicità con il suo adorato amore.

Liliana arrivò al Planetario, mentre aspettava, si accese una sigaretta per cercare di far scivolar via il turbamento che si era preso il suo corpo. Quando la vide da lontano, un largo sorriso comparve sul suo volto. Mentre la piccola Liliana si avvicinava con incedere incerto, non potè fare a meno di notare quanto assomigliasse alla sua mamma.

Per alcuni istanti le parve di essere tornata indietro nel tempo e mille immagini affollarono la sua mente. Aveva mille cose da raccontare a Liliana sulla sua mamma, ma quell’incontro non andò come aveva previsto.

Poche parole vennero dette. L’evidente imbarazzo da parte di entrambe le portò ad abbreviare il più possibile i tempi di quell’incontro. La piccola Liliana le consegnò un pacchetto avvolto in una pagina del Corriere della Sera, tenuto insieme da un vecchio spago e con un sorriso benevolo si congedò.

Mentre la piccola si girò per andarsene, Liliana le prese un braccio e l’attrasse delicatamente verso di sè. La baciò dolcemente sulla guancia e la lasciò libera per sempre.

Il cielo all’improvviso si rannuvolò ed un vento leggero le accarezzò il viso mentre, seduta sotto il grande albero dalle foglie rosso porpora, aprì con cautela quel pacchetto che aveva tra le mani.

Tre quaderni dalla copertina nera ne erano il contenuto.

Liliana capì che in essi vi era raccontata la vera anima di Virginia e iniziando a leggere, si rese conto che in tutti quegli anni le aveva regalato quotidianamente una parte di sè.

Sfiorando con le mani le pagine di quei diari, Liliana ebbe la netta sensazione di avere nuovamente vicino a sè Virginia , era come se toccando quei quaderni potesse sentire la sua pelle morbida scorrere ancora sotto le sue dita. E quando d’improvviso alcune gocce bagnarono le pagine dense delle sue parole, si sprigionò da esse il profumo della pelle bagnata dalla pioggia che quel lontano pomeriggio di Aprile, così tanto la turbò.

Per Liliana era ormai giunto il momento di riporre i ricordi, in quell’ultima stanza del suo cuore, quella così difficile da raggiungere. Liliana si sentiva serena, perchè sapeva che ogni qual volta ne avesse sentito il bisogno, avrebbe potuto aprire la porta di quella stanza e ritrovare intatto e immutato nel tempo quell’amore puro che li vi giaceva.

Liliana visse per il resto dei suoi giorni tra Milano e San Francisco, una vita senza paura, sempre a testa alta, sempre in prima fila, sempre sola e sempre disposta ad affrontare le sfide più impegnative.

Per alcuni anni continuò a fare la giornalista, ma quando più tardi il suo fisico glielo consentì tornò a fare la corrispondente nella guerra Indo – Pakistana, in sud America e in Medio Oriente.

Nel 1979 pubblicò il suo primo bestseller e negli anni a venire molti saranno i libri che pubblicherà, tra cui nel 1983 un romanzo dal titolo, L’amore proibito, dove i suoi pensieri insieme a quelli di Virginia, si intrecceranno per sempre su quelle pagine bianche, rendendo immortale al mondo quella loro passione nata all’ombra del grande albero.

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Immersa nella sua poltrona azzurro cielo, nell’ampio salone della sua casa in Ashbury Street a San Francisco, Liliana sente che la vita dentro di lei sta per abbandonarla.

Il suo respiro si fa sottile, con grande sforzo prende dal tavolino accanto a lei la copia del Corriere della Sera per guardare che giorno fosse, visto che la sua memoria, alla nobile età di ottantasei anni ormai non funzionava più come avrebbe dovuto.

E’ il 25 Aprile 2011.

Nell’attimo in cui Liliana sente che la sua anima sta per abbandonare il suo corpo stanco, apre per l’ultima volta la porta segreta del suo cuore, ritrovandosi laggiù, sotto il grande albero ad ammirare quelle foglie porpora scuro, macchiate di rosa e rosso vivo che ancora oggi la pervadono di una malinconica felicità.

La pioggia che bagna il suo viso, si mischia ora alle lacrime del rimpianto. Il rimpianto di non aver potuto avere a disposizione un’altra vita, per vedere come sarebbe stato vivere accanto a Virginia.

Quel leggero alito di vita rimasto nell’esile corpo di Liliana, viene soffiato via nel momento in cui compare al suo cospetto Virginia, che prendendola per mano la sospinge lassù, nell’azzurro cielo, dove le loro anime rimarranno intrecciate per sempre, tingendo dei loro pensieri le bianche nuvole che magicamente si coloreranno di rosa e rosso vivo.


Nel linguaggio dei fiori

Fagus Purpurea: Una decorazione di foglie di faggio, soprattutto se di varietà purpurea, attribuisce a qualsiasi mazzo di fiori questo significato ben preciso: “ Io ti dono il mio cuore”.

Se poi i rami del faggio hanno acquistato le caratteristiche sfumature rosa e rosso porpora, la simbologia si fa più impegnativa poiché promettono, “ Amore sino all’autunno della vita”, ossia PER SEMPRE.




lunedì 5 marzo 2012

L'amore proibito - Capitolo 8


My Lay non era lontana. Erano passati circa due mesi da quel giorno, e Liliana aveva ancora sottomano la cronaca che aveva stilato. Ricordava ogni parola che aveva scritto, ogni fitta che aveva provato raccontando di quella infame strage. Era stata male, aveva vomitato, aveva pensato di andare via dal Vietnam e tornare a casa, ma alla fine aveva prevalso il senso del dovere che la portava a raccontare quello che sentiva, quello che vedeva, quello che accadeva, perchè tutto il mondo potesse essere conscio di quello scempio.
Il giornalismo era cambiato rispetto a quando era arrivata in Vietnam. Quella maledetta guerra l’aveva cambiato. Quando era arrivata negli altopiani centrali del Vietnam del Sud, le veniva chiesto soltanto di raccontare storie degli eroi americani, delle loro vite e delle loro imprese. Era partita da Milano nell’estate del 1965, quando gli Stati Uniti avevano deciso di acconsentire all’invio di ingenti truppe nel Vietnam del Sud, su richiesta del generale Westmoreland. Erano poche, allora, le voci che stonavano nel coro di laudi verso gli eroi della bandiera a cinquanta stelle, quelle voci tacciate di “comunismo”, solo perchè raccontavano delle morti civili invece che delle imprese americane.

Nel 1968 il conflitto aveva assunto un risvolto drammatico che non era più possibile celare dietro la “guerra giusta”, la morte era entrata in troppe case americane per fingere che quell’impresa fosse un successo. Liliana sapeva del profondo dissenso civile che stava pian piano esplodendo nelle piazze e nelle università. Quello che succedeva in America lo sapeva dai suoi colleghi reporter. Quello che succedeva in Italia lo sapeva dalle parole di Virginia.

Si erano scritte sempre. Le lettere non venivano consegnate con regolarità: a volte ne riceveva una al giorno, altre volte non ne riceveva per mesi e poi in un giorno solo le lasciavano un cartone pieno di buste. Succedeva soprattutto quando cambiava campo e risultava difficile rintracciarla. Le teneva chiuse tutte in una piccola cassapanca che teneva nella sua tenda: aveva quasi più lettere che vestiti, ma non se ne curava. Quelle lettere erano il suo cibo. Nei momenti più difficili le leggeva una dietro l’altra, si perdeva dietro i racconti di vita reale che Virginia così dettagliatamente le faceva. Seguiva giorno dopo giorno la vita di Liliana, la piccola Liliana, alla quale si era affezionata già dopo poche settimane che l’aveva conosciuta attraverso i racconti di sua madre. Dal suo canto, Liliana raccontava a Virginia il dolore, le atrocità alle quali assisteva, le storie terribili che ascoltava al campo, quelle che non sapevi se fossero frutto di fantasia o no e quelle che sapevi con certezza che erano realtà, perchè venivano dalla bocca di un uomo, che non aveva più nulla di umano dopo essere sopravvissuto alla tortura.

domenica 4 marzo 2012

L'amore proibito - Capitolo 7

La piazza era gremita di gente a tal punto da toglierle il respiro, erano ormai un paio d’anni che a volte i luoghi troppo affollati le facevano un effetto strano, era come se una morsa le opprimesse il petto e un forte dolore le trafiggesse il cuore tanto da impedirle di respirare regolarmente.

Proprio mentre cercava un varco tra la folla che la potesse portare in un luogo che non traboccasse di umanità, si sentì chiamare.

Il cuore parve voler uscire dal suo petto, quella voce le ricordò Virginia, si girò di scatto nella speranza di vederla, ma solo visi sconosciuti la circondavano. Continuò a cercarla disperatamente tra la folla ma senza alcun risultato. Ormai convinta di essersi immaginata quella voce, riprese a camminare cercando di uscire dal delirio di quella piazza, ma quella voce la chiamò nuovamente.

“ Liliana! Liliana dove sei? “

Liliana si girò e vide una bambina dai lunghi capelli scuri, raccolti in due grosse trecce che le incorniciavano il volto e con due grandi occhi color della notte, poteva avere 10 anni, correva piangendo sola nella folla.

Liliana la fermò, capì che si era persa, le disse di non aver paura e che insieme avrebbero aspettato la sua mamma che non poteva essere lontana. Mentre cercava di distrarla dal suo dolore parlandole del più e del meno sentì nuovamente quella voce chiamarla : “ Liliana, finalmente ti ho trovata! “. Liliana si girò verso la voce, il suo viso si illuminò come anche gli occhi della bambina si illuminarono. La bambina corse incontro a quella che ormai Liliana aveva capito essere Virginia la mamma di quella adorabile bambina.

“ Mamma, mamma, non sai che paura ho avuto! Non ti trovavo più! Sai questa signora mi ha aiutata e ha aspettato con me che tu arrivassi!”. Virginia era evidentemente costernata, una lacrima solcando il suo viso tradì quell’emozione che le faceva battere forte il cuore, in un solo istante aveva ritrovato la sua adorata figlia ed il suo perduto amore, e non per caso, portavano lo stesso nome.

Liliana in quel momento capì che Virginia nonostante gli innumerevoli anni passati senza incontrarsi non l’aveva dimenticata, capì anche che quello non era il momento adatto per poterle esternare tutti i sentimenti così a lungo rimasti sepolti nella sua anima, così la abbracciò come in un saluto di due amiche che non si vedono da tempo e le sussurrò in un orecchio: “ voglio vederti, ho bisogno di parlarti, fatti trovare tra un’ora ai giardini pubblici di Porta Venezia, di fronte al Planetario, ti prego non dirmi di no.” Virginia per un lungo istante rimase in silenzio, la sua anima combattuta da due forze opposte le impediva di prendere una decisione, ma alla fine il sentimento ebbe la meglio sulla ragione: “ va bene, accompagno Liliana a casa e arrivo, tra un’ora sarò li”.

Liliana iniziò a camminare verso il parco dei giardini pubblici, alzando gli occhi al cielo si accorse che un’enorme nuvola scura si muoveva velocemente sospinta dal vento verso quella porzione di cielo che la sovrastava. Noncurante di essa continuò a camminare, si sentiva come sospesa in un sogno che presto avrebbe lasciato spazio alla realtà. Un milione di parole si affollarono nella sua mente, una vita non le sarebbe bastata per raccontare a Virginia tutto ciò che aveva da rivelarle sulle recondite emozioni del suo cuore e sulla donna che era diventata in quegli anni. Ciò che più la tormentava era, come avrebbe potuto dirle che stava per partire proprio ora che finalmente si erano ritrovate? Come raccontarle che avrebbe fatto parte di quel numero di giornaliste accreditate che stavano per andare in Vietnam per poter raccontare e documentare la drammaticità di quella terribile guerra?

Quando Liliana arrivò al Planetario Virginia non era ancora arrivata, mentre aspettava si accese una sigaretta per cercare di far scivolare via l’ansia che si era presa il suo corpo. Quando la vide da lontano, un largo sorriso comparve sul suo volto, era felice di poterla osservare in quella sua camminata incerta mentre si avvicinava. Aveva ancora nella mente la ragazzina che era, ma osservandola attentamente si rese conto che ormai il corpo di Virginia si era trasformato in quello di una bellissima donna.

Le nuvole scure lassù nel cielo avevano portato il buio ed il silenzio intorno a loro, le mamme con i bambini e gli anziani che a quell’ora del pomeriggio popolavano il parco erano scappati via per la paura di quell’imminente temporale che incombeva sulle loro teste. Liliana e Virginia si sentirono al sicuro avvolte da quell’improvvisa atmosfera irreale che si viene sempre a creare prima di un acquazzone. Liliana prese per mano Virginia e la portò sotto il grande albero, voleva che anche lei potesse ammirare la fierezza e la bellezza di quel manto di foglie color porpora macchiate di rosa che rivestivano il grande faggio tricolore. Virginia rimase senza fiato e proprio mentre osservava, con il viso rivolto verso il cielo, il grande albero, una goccia le bagnò il viso. Le parole che poco prima affollavano la mente di Liliana scomparvero di fronte alla bellezza e alla profondità di quegli occhi che sapeva appartenerle. Le mille parole lasciarono spazio all’intensità dei loro sguardi. Liliana si appoggiò al grande albero mentre la pioggia cominciava a scivolare sui loro visi.

Liliana accarezzò il volto bagnato di Virginia con le sue lunghe dita sottili e dopo un breve istante la attrasse a sé appoggiando dolcemente le sue labbra morbide su quelle di lei. I loro corpi ora aderivano perfettamente in quell’abbraccio appassionato. Liliana poteva percepire attraverso i vestiti i turgidi seni di Virginia premere contro i suoi ed anche i loro sessi ormai così vicini provocarono ad entrambe un’esplosione di piacere che nemmeno il freddo della pioggia che inumidiva i loro abiti pote’ fermare.

Virginia sciolse l’intreccio dei loro corpi, si era fatto tardi per lei, a casa la stavano aspettando, doveva andarsene. “ Ti prego lasciami andare, non dovrei essere qui, mi aspettano a casa! So cosa mi vuoi dire, leggo il dolore nei tuoi occhi e so che devi partire, leggo sempre i tuoi articoli sul Corriere, in tutti questi anni mi hai regalato la gioia di poterti stare accanto attraverso ciò che scrivevi e mi hai dato la possibilità di riscattare la mia vita attraverso la tua. Sono fiera di te, della donna che sei, della libertà che hai saputo conquistare. Sei ciò che avrei voluto essere, anche io sai, amo scrivere ma non ho mai trovato dentro di me la forza di ribellarmi a ciò che il destino mi aveva designato. Segui il tuo cammino ma non dimenticarmi, io non lo farò, ti lascio l’indirizzo della biblioteca dove lavoro. Scrivimi, io ti risponderò.”

Virginia prese la mano di Liliana, le poggiò sul palmo un bigliettino, poi stringendola forte gliela chiuse a pugno e attraendo nuovamente il suo corpo verso di se le diede un bacio sulla guancia e scappò via sotto il rumore della piaggia scrosciante.

Liliana rimase lunghi istanti ancora appoggiata al grande albero, la pioggia cadendo sul suo viso andava a mischiarsi con le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi mentre il suo cuore sanguinava dolore.

Quella volta neanche la magia delle foglie color porpora seppero alleviare il suo sordo dolore.

sabato 3 marzo 2012

L'amore proibito - Capitolo 6


Il pendolo del soggiorno smise di emettere il suo noioso ticchettio, gli uccellini uscirono dalla loro casetta e iniziarono a pigolare per dodici volte. Liliana si distrasse dai suoi pensieri remoti nel tempo e si guardò in giro. Scrutò la sala intorno a sé, concentrandosi su alcuni pezzi del suo passato: il suo primo articolo su un libro di Idiers, composto nel 1947, a soli ventun anni, per il Nuovo Corriere della Sera, posto tra due vetri oramai opachi ed impolverati, retti da una cornice color noce; un piccolo regalo della segretaria di direzione che la seguiva in quegli anni; una serie di quadernetti neri con le pagine oramai ingiallite che la seguivano fedeli sempre, ovunque andasse; infine, qualche boccetta dell’inchiostro che fermava sulla carta i suoi pensieri.
Si alzò dalla poltrona di velluto azzurro e aprì la credenza dove si trovava “quel” quadernino. Lo prese e lo sfogliò velocemente, quasi volesse sincerarsi di non aver sbagliato, e cercò le pagine di quel maggio della sua adolescenza. Non aveva sbagliato, e come avrebbe potuto? Era il libricino più consumato fra tutti gli altri, quello sul quale aveva pianto mille volte, quello che aveva stretto a sé molte notti, non solo quando la sua fanciullezza poteva permetterle certe debolezze, ma anche dopo, quando  la natura aveva imposto una certa dignità ai suoi sentimenti.

Si recò in cucina, prese dell’uva, ripose gli acini in una ciotola e tornò in soggiorno. Sul tavolinetto affianco la poltrona appoggiò la ciotola di porcellana blu con gli acini, si sedette, chiuse un attimo gli occhi e poi li riaprì. Aprì il libretto a quel giorno di maggio e iniziò a leggere, spiluccando un acino alla volta.

Una lacrima le scendeva di tanto in tanto sul viso, che si corrugava ora di rabbia, ora di angoscia, ora di tormento, man mano che le sue stesse parole le rammentavano quei forti sentimenti che aveva provato. No, non aveva dimenticato nulla: nè la speranza che l’aveva accompagnata in quel viaggio in tram, nè la profonda delusione dello scoprire che aveva perso Virginia per sempre, nè quel sentimento di felicità che le aveva dato guardare quell’albero, un albero enorme, gigantesco, di fronte al quale aveva pensato che qualcosa di così grande non può morire. E proprio perdendosi tra le sue fronde, incespicando nei rami e tra le foglie rosso scuro, aveva percepito in sé la certezza che un giorno avrebbe rivisto Virginia.

venerdì 2 marzo 2012

L'amore proibito - Capitolo 5

Liliana aprendo gli occhi quella mattina si guardò intorno disorientata, per alcuni istanti fece fatica a capire dove si trovava.

Il fresco profumo di sapone di Marsiglia delle lenzuola appena lavate a contatto con la sua pelle le parlarono di casa e fecero emergere nella sua mente immagini per lungo tempo dimenticate. Quella fragranza le ricordò la sua adorata nonna mentre faceva il bucato nella stanza dove tempo addietro tenevano i mastelli e le assi per lavare. Liliana adorava quel profumo di pulito e rammentava che da piccola non riusciva ad addormentarsi se non annusava le sue candide lenzuola, quell’odore nelle sue narici faceva da calmante ai suoi bui pensieri.

“ Sono a casa “ pensò Liliana mentre gli occhi ed il viso le si illuminarono di una luce intensa e radiosa come solo alle persone felici soleva accadere.

Appena alzata il ricordo di Virginia riempì nuovamente la sua mente e come fosse diventata una consuetudine in quei momenti, estrasse il suo quadernetto nero ed i sentimenti cominciarono a fluire attraverso l’inchiostro imprimendo le pagine bianche del flusso di parole liberate dalla sua coscienza e dai suoi pensieri.

Liliana era diventata brava a giocar con le parole, ma di questo si renderà conto solo con il passar del tempo.

Liliana era felice di essere finalmente tornata a vivere con i suoi genitori, ma il pensiero di Virginia continuava a farle pulsare le tempie dal dolore, doveva scoprire cosa ne era stato di colei a cui aveva dedicato la maggior parte dei suoi pensieri negli ultimi tre anni.

Si alzò e dopo essersi vestita frettolosamente decise di inseguire i suoi sogni.

“ Mamma, scusa se non faccio colazione ma devo assolutamente andare a vedere cosa ne è stato della mia amica Virginia! Sai quella ragazza di cui ti ho parlato tante volte e che incontrai il pomeriggio prima di partire, ora devo andare a cercarla, ma torno presto non preoccuparti per me. “

La baciò sulla guancia , scese di corsa le scale saltando i gradini di due in due e si ritrovò in strada proprio mentre stava passando il tram che da Crescenzago portava alla Stazione di Porta Venezia.

Senza un attimo di esitazione saltò sul “ predelin “ e facendosi poi largo tra la gente raggiunse il bigliettaio per pagare le quattro lire del biglietto.

Liliana poteva percepire le storie celate dietro a quei visi che la circondavano, poteva sentire il dolore, intuire i patimenti causati dalla fame, immaginare le loro storie d’amore , le piaceva soffermare la sua attenzione su quei volti, ne studiava i tratti, li seguiva nei loro movimenti e immaginava una storia, dalla quale poi sarebbe nato un racconto. Non poteva farne a meno, era come se quegli estranei si introducessero nella sua anima guidandola verso il loro essere più profondo e Liliana sentiva la necessità di farsi possedere da quelle anime sconosciute per poter dare voce alle loro storie, alle loro vite, e renderle finalmente visibili e immortali al mondo.

Un improvviso silenzio raggelò l’aria quando il tram, giunto in Piazzale Loreto costeggiò il distributore di benzina alla cui tettoia solo poche settimane prima, i corpi senza vita di Mussolini e della Petacci erano stati appesi per i piedi.

Gli occhi di Liliana parevano poter vedere la folla che infliggeva le sue barbarie a quei corpi ormai resi inermi dalla morte, poteva percepire l’odio ed il rancore di cui ancora era intrisa quella piazza, perché anche se quell’episodio segnò l’epilogo di quella sanguinosa guerra, ancora lasciava una ferita aperta nella popolazione che non poteva dimenticare gli orrori passati davanti ai suoi occhi.

Liliana decise di cancellare dalla sua mente quelle tristi immagini per tornare a fantasticare sull’incontro da lei tanto atteso, si trovò così ad immaginare la gioia che avrebbe provato nel rivedere la fanciulla che aveva ispirato tanti suoi racconti, poteva intuire il calore del suo corpo sprigionarsi dal forte abbraccio che avrebbe suggellato quel loro incontro e si ritrovò ad arrossire pensando alle morbide e carnose labbra di Virginia che sperava potessero posarsi sulle sue in un lungo e appassionato bacio.

Ardito pensiero questo suo ultimo.

Liliana, faceva fatica ad accettare certi suoi pensieri ma aveva imparato a conviverci, anche perché, quella in definitiva era l’ineluttabile realtà, erano quelli i sentimenti più segreti che si sprigionavano dal suo cuore.

Dal tram, che ora stava percorrendo Corso Buenos Aires, vide la casa dove abitava Virginia, per un istante il suo cuore mancò un battito, rimase come paralizzata, la mente le si offuscò, non sapeva più se realmente desiderava incontrare quella dolce creatura, eroina, forse idealizzata di mille suoi pensieri.

Aveva paura che la realtà potesse distruggere per sempre quel suo perfetto sogno d’amore.

Un triste presagio la pervase, ma nonostante ciò, Liliana andò incontro con indomita fierezza a quella che intuiva sarebbe stata una pugnalata in pieno petto.

Fu così che scoprì, in quella tiepida mattinata di Maggio, dai racconti della vecchia portiera del palazzo, che Virginia in seguito alla morte della madre due anni prima, se ne era andata da quella casa senza lasciare nessuna traccia dietro di se.

Un indicibile dolore si impossessò del suo corpo.

Liliana iniziò a camminare senza meta, il suo cuore gonfio di dolore sembrava esploderle nel petto, le lacrime uscivano come fiumi in piena dai suoi grandi occhi scuri, il dolore che provava era straziante, non poteva credere di aver perduto per sempre colei che aveva rasserenato per così lungo tempo le sue tristi giornate donandole il sorriso anche nei momenti più disperati.

Dopo un lungo vagare si ritrovò seduta su di una panchina nei Giardini Pubblici di Porta Venezia.

Alzando i suoi occhi verso il cielo alla ricerca di conforto, Liliana incrociò il suo sguardo con un albero dalla bellezza silenziosa, le sue foglie erano splendidamente colorate di porpora scuro, macchiato di rosa e rosso vivo e senza comprenderne il motivo la sua anima si rasserenò per un istante di fronte alla bellezza di quel grande albero.

E fu così che, mentre un raggio di sole, filtrando attraverso i rami del grande albero, illuminava il suo volto , Liliana estrasse il fedele quadernetto e cominciò a scrivere…

giovedì 1 marzo 2012

L'amore proibito - Capitolo 4


Liliana si svegliò di soprassalto, sentendo la madre girare frettolosamente per casa. Andava dalla sua camera al tinello. Sentiva che frugava nel suo armadio e poi con passi svelti usciva. Tornava, frugava ancora e poi usciva.

Rimase con gli occhi chiusi per almeno un quarto d’ora, cercando di convincersi che non stava accadendo davvero, ma quando aprì gli occhi constatò che il suo armadio era stato svuotato. Sollevò di scatto le coperte e corse nel tinello, dove un paio di valigie si presentarono ai suoi occhi, pronte per essere portate via, da qualche parte, lontano da Milano.
«Io non voglio andare via! Io voglio restare qui...» disse, scoppiando a piangere.

Sua madre la guardò immobile, incerta se rimproverarla o se stringerla al petto come faceva quando era piccola e piangeva inconsolabile per qualche capriccio o qualche piccola ferita. Non si erano mai separate da quando era nata: quella sarebbe stata la prima volta, ma era l’unica cosa giusta da fare in quella maledetta guerra... Liliana non doveva rimanere a Milano, non doveva vedere la morte e la distruzione, doveva starne fuori e non immagazzinare ricordi che l’avrebbero ferita anche a decine di anni di distanza. La guardò serena, le si avvicinò e l’abbracciò piangendo: «Piccola mia, credimi, non lo farei se non fosse necessario. Io e tuo padre dobbiamo restare qui, non possiamo venire con te. Andrai dallo zio Eustachio. Starai bene con loro, fidati. Ci sono Giorgia, Nella... sono le tue cugine, non starai male, piccola... e poi appena potremo, verremo a riprenderti. Non puoi stare qui adesso, è pericoloso... Non puoi... Non voglio...»

Liliana le urlò contro: «E non conta quello che voglio io, mamma?» e scoppiò a piangere ancora più forte, mentre sua madre la traeva al petto e le accarezzava i capelli. Rimasero abbracciate, strette l’una all’altra, singhiozzando e gettandosi addosso il dolore di quella inconcepibile separazione. Poi la madre si staccò da Liliana e le disse: «Ora vai a vestirti, lo zio arriverà tra poco.»