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giovedì 18 novembre 2010

Alice [sliding doors] - Capitolo 7

- Ma dove sei?

- Sono al molo

- E’ successo qualche cosa?

- Si, mi spiace

- Stai bene?

- Non molto

- Rimani dove sei ti vengo a prendere, sei al molo Beverello?

- Credo di si, quello vicino al Latt e Liett

- Non ti muovere arrivo !

Alice dopo aver sentito la voce di Angelo si sentì ancora più turbata,

era come se un coltello le stesse trafiggendo il cuore,

non poteva credere di aver tradito in maniera così indegna la fiducia delle uniche due persone che nel momento del bisogno l’avevano aiutata senza nulla chiedere in cambio,

senza nulla pretendere se non onestà e rispetto.

Aspettando Angelo si sedette su di una panchina sul molo,

per un istante chiuse gli occhi

inspirò profondamente come a voler gustare fino in fondo il forte odore di salsedine che inondava le sue narici mentre il rimorso e la malinconia le attanagliavano il cuore.

Una lacrima non pote’ fare a meno di solcare il suo viso.

I suoi pensieri furono interrotti dallo stridere di un gabbiano che si fermò poco lontano da lei e pareva scrutarla.

- Ciao, e’ inutile che mi guardi così, so benissimo cosa mi vuoi dire, so quanto sia importante vivere pienamente le proprie passioni ed e’ proprio quello che stavo tentando di fare, ma ho rovinato tutto, non avevo calcolato che non lo si può fare a discapito degli altri.

Da dietro la panchina due braccia le cinsero le spalle

era Angelo che con un tenero bacio sulla guancia la salutò.

Alice lo guardò con i suoi grandi occhi scuri pieni di lacrime

- Scusa se ti ho fatto venire fino a qui, ma ho bisogno di parlarti

- Anche io ti devo dire alcune cose, ma non ora, ho una proposta da farti, ho preso due biglietti della metropolitana del mare.

Parte proprio da questo molo, tra pochi minuti,

destinazione sconosciuta, per il momento non voglio dirti altro ma non puoi dirmi di

no, me lo devi.

- Va bene, e’ vero non posso dirti di no

Alice si alzò dalla panchina, le loro mani si unirono, le loro dita si intrecciarono ed Angelo la guidò dolcemente verso la banchina da dove partiva la metropolitana del mare.

Si imbarcarono, nessuno dei due osò rovinare quei magici istanti con parole troppo difficili da pronunciare, troppo spinose da accettare.

La barca salpò dal molo e filando come il vento frangeva l’onda in mille spruzzi di luce colorata.

Il sole con i suoi raggi illuminava prepotentemente i loro visi mettendo a nudo quei sentimenti che pensavano essere celati in fondo al loro cuore.

Un gabbiano solitario appollaiato a poppa riposava

La barca percorse la Baia di Napoli poi il Golfo di Salerno fino ad arrivare in prossimità di Capri, era uno spettacolo vedere i suoi meravigliosi Faraglioni svettare nel cielo

- Guarda Alice! quello che vedi unito alla terra ferma e’ il Faraglione chiamato Stella il secondo separato dal primo e’ Il Faraglione di Mezzo dove si apre una cavità conosciuta in tutto il mondo, mentre il terzo e’ il faraglione di Fuori dove vive la lucertola Azzurra chiamata così perche’ le sue squame hanno preso la colorazione del mare e del cielo.

- Che spettacolo! Mi vuoi portare a Capri?

- No ci tenevo a farti vedere i Faraglioni ma ti stò portando a Maiori, non voglio rovinarti la sorpresa quindi non ti anticiperò nulla di più.

Dopo circa due ore di viaggio giunsero a Maiori, la barca attraccò e appena furono sbarcati prontamente Angelo fermò un taxi

- Ci puo’ portare al faro?

- Certamente, salite

Percorsero qualche chilometro di tortuosa salita ed arrivarono in cima ad un promontorio dove si ergeva maestoso un vecchio faro.

Alice era estasiata dal paesaggio che si offriva ai suoi occhi dall’alto di quell’altura, di fronte a lei si potevano scorgere Amalfi, Ravello e Capri con i suoi Faraglioni in tutta la loro bellezza.

- Bello qui, vero?

Questo faro e’ di un mio carissimo amico, Daniel,

il suo bisnonno dopo una lunga

migrazione negli Stati Uniti tornò qui a Maiori ed acquistò un pezzo di terreno con

un vecchio faro in disuso dal quale ricavò un ristorantino.

Ora viene gestito da Daniel e dalla sua famiglia ma

oggi e’ giorno di chiusura e sapendo quanto ci tenevo a rimanere solo con te mi ha

dato le chiavi e ci ha autorizzato a fermarci per la notte e a usufruire della sua cucina.

Alice era visibilmente felice,

Angelo le fece strada all’interno del faro, la portò su di un piccolo terrazzo dal quale si poteva godere un panorama incredibile,

la fece accomodare ad un tavolo apparecchiato per due e la pregò di attenderlo.

Quando tornò nelle sue mani portava due piatti, uno lo porse ad Alice e l’altro lo appoggiò al proprio posto, prese una bottiglia di bollicine rosate, la aprì, riempì due coppe con questo nettare divino e lo sorseggiarono guardandosi negli occhi.

Non lontano da loro, solo soletto un gabbiano sembrava si stesse allenando a nuove pratiche di volo.

Dopo lunghi attimi silenziosi Alice capì che era giunto il momento di raccontare tutto ad Angelo anche a costo di rovinare quello splendido momento.

- Ascolta Angelo ti devo raccontare una storia, la mia storia, la mia vera storia,

sai … in realtà non ho 18 anni ,

ne ho… solo 15 e per di più sono scappata da casa,

ti prego non arrabbiarti con me io non volevo….

- Ssssss zitta, non dire altro, l’avevo intuito,questa mattina ho parlato con zia Elvira..

- Anche io ti ho mentito…..

Dopo una lunga pausa di silenzio Angelo le raccontò la verità

- Devi sapere che …

sono fidanzato….

Angelo non sapeva come proseguire, chiuse un secondo gli occhi come a prender coraggio, alzò il suo sguardo fino ai grandi occhi scuri di Alice e cercando di trattenere le lacrime le disse

- Tra poco mi sposerò…sai… lei aspetta un bambino.

Alice rimase senza parole, non sapeva se doveva essere arrabbiata o sollevata dal fatto che anche lui le avesse mentito.

In un attimo tutto le fu chiaro, gli occhi le si bagnarono di lacrime il suo cuore ferito batteva all’impazzata, in quel momento capì che quella sarebbe stata l’ultima giornata che avrebbe passato con lui....... e così si avvicinò e con le sue calde mani gli cinse il viso e lo baciò dolcemente, lui la prese per mano e la portò all’interno del faro fino al primo piano dove una piccola alcova li stava attendendo.


Fu una notte di intense ed indimenticabili emozioni.


Il chiarore dell’aurora illuminò tenuamente la stanza,

nel grande letto si poteva intuire il corpo di Angelo rannicchiato su se stesso.

Era solo.

Il sole appena sorto luccicava sul mare calmo

Alice era sulla barca che la stava avvicinando a casa

il suo cuore era gonfio di dolore.

Un gabbiano si posò sul sedile di fianco al suo come a volerle stare vicino per consolarla.

D’un tratto Alice si accorse di poter percepire i suoi pensieri

“ Sai un gabbiano e’ un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il nostro corpo , da una punta dell’ala a quell’altra, altro non e’ che un grumo di pensiero “.

Nessun limite, eh , Jonathan? Pensò e sorrideva.

Alice in quel momento aveva cominciato ad imparare.

Alice [sliding doors] - Capitolo 6

Quando Alice si svegliò, tardò ad aprire gli occhi, quasi come se avesse paura di trovarsi ancora nella sua piccola camera di Milano ed il suo sogno potesse svanire. Le ciglia delle palpebre si schiusero leggermente. La fresca luce che illuminava la camera le confermarono che non era nell’ambiente cupo e giallognolo della sua camera, al quale era oramai abituata. Così, più decisa aprì gli occhi e si rilassò. Si stiracchiò tra le lenzuola bianche di cotone fresco di marsiglia e affondò la faccia sul cuscino. Pensava di poter essere finalmente felice lì, di una felicità che nessuno le avrebbe potuto togliere.

mercoledì 17 novembre 2010

Alice [sliding doors] - Capitolo 5

Rimasero per lungo tempo mano nella mano ad ammirare il tramonto che stava calando sul Golfo.

Quella nuova sensazione di libertà mista alla tenerezza di quel bacio dato in uno dei posti più belli che avesse mai visto, la trasportarono in un'altra dimensione, si sentiva come se stesse navigando dentro una nuvola sospinta dal vento verso terre sconosciute.

Percepiva di essere al sicuro con quel ragazzo.

Il calore della sua mano e la vicinanza del suo corpo la inebriavano, la facevano sognare,

immaginare…si….immaginare la sua mano dalle lunghe dita affusolate passare sulla sua pelle nuda,

soffermarsi sui suoi fianchi, per poi salire, piano piano, lungo il suo ventre fino ad arrivare al suo seno..

…al solo pensiero un brivido le percorse la schiena e quella forte eccitazione provocò un lieve rossore sul suo viso.

Angelo la fece tornare alla realtà

- Alice dobbiamo andare, abbiamo un paio di chilometri da percorrere per arrivare al Bed and Breakfast di mia zia, forse e’ meglio se ci incamminiamo.

- Si hai ragione si sta facendo tardi.

Per arrivare al B&B della zia Elvira percorsero un’infinità di vicoletti, vi si poteva respirare l’aria della Napoli descritta in tanti racconti, dai classici panni stesi ad asciugare su di un filo teso da un palazzo all’altro ai bambini per strada che schiamazzano allegramente giocando a pallone.

Facendo attenzione si potevano scorgere i balconcini ingentiliti da vasi e fiori come a dimostrazione di una dignità che voleva emergere dalle ristrettezze economiche.

Era quasi ora di cena e dalle finestre delle abitazioni usciva prepotente il profumo dei sapori tradizionali, si poteva intuire il forte aroma del pesce sprigionato sicuramente da un’impepata di cozze o da un piatto fumante di spaghetti allo scoglio.

L’immaginazione fece pensare ad Alice che per concludere la cena qualcuno sicuramente avrebbe assaporato quel fantastico e soffice dolce cosparso di rum chiamato babà, che lei adorava.

Angelo che la vide così assorta nei suoi pensieri non pote’ fare a meno di chiederle se andava tutto bene ma lei non ebbe bisogno di rispondere, quel sorriso stampato sul viso non lasciava dubbi su come poteva essere il suo stato d’animo in quel momento.

Finalmente arrivarono a destinazione, Alice lesse sull’insegna un nome buffo, Latt’ e Liett’,

e scoppiò a ridere :

- Ma cosa significa?

-E’ molto più semplice di quanto tu non creda, la traduzione di Bed and Breakfast in italiano e’ esattamente letto e colazione mentre in napoletano e’ latte e letto. Semplice vero?

- Buffo ma carino, quindi il Latt’ e Liett’ e’ di tua zia?

- Si vieni ,entriamo.

- Zia ci sei?

- Un momento Angelo sono al telefono!

Angelo fece strada ad Alice e la portò sulla terrazza dove ogni mattina veniva servita agli ospiti la prima colazione.

Alice rimase senza fiato, “ il Latt’ e Liett’ e’ come una finestra sul golfo di Napoli “ pensò.

La luce ancora rossastra del tramonto tingeva di rosso il mare mentre maestoso sullo sfondo

si ergeva il Vesuvio dominando la scena.

Alice rimase estasiata alla vista di quella porzione di paesaggio che stava abbracciando con lo sguardo.

Dopo pochi minuti Zia Elvira li raggiunse in terrazza.

- Ciao Angelo, tutto bene? Chi e’ la tua amica ?

- Ciao Zia, tutto ok! Lei e’ Alice, ci siamo conosciuti in treno, viene da Milano, dato che non sapeva dove fermarsi a dormire, ho pensato che magari tu potevi ospitarla.

- Ciao Alice

- Buonasera Signora Elvira, piacere di conoscerla.

- Piacere mio, mi spiace cara ma ho tutte le camere occupate, l’unica che ho tenuto libera e’ per la ragazza che deve venire ad aiutarmi nelle faccende domestiche, aiutarmi a fare la spesa e darmi una mano in cucina. Proprio qualche minuto fa ero al telefono con lei e ti dirò che se avessi un’alternativa la chiamerei immediatamente per lasciarla a casa, non mi piace per niente quella guagliona, troppo arrogante e presuntuosa, ma purtroppo così a stagione inoltrata non riuscirei a trovare nessun altro.

- Non si preoccupi Signora Elvira mi cercherò un alberghetto nei dintorni.

Angelo ripensando alle parole di zia Elvira ebbe un’idea.

Prese Alice in disparte e le sussurrò qualcosa all’orecchio.

- Si per me andrebbe bene, sarebbe fantastico.

- Zia scusa, potrei darti un suggerimento?

- Si dimmi

- E se tu prendessi Alice per darti una mano in albergo? Lei ne sarebbe felice e tu ti toglieresti dai piedi la guagliona di cui parlavi prima.

- Ma non so, Alice come te la cavi in cucina?

- Bene mi piace moltissimo far da mangiare e anche se conosco poco i vostri piatti imparo velocemente, mi piace anche molto andare a fare la spesa e sarei felice di occuparmi di tutto ciò che lei vorrà.

Dopo una lunga pausa di riflessione, Elvira disse - Ok va bene, affare fatto.

Hai vitto e alloggio assicurato

per la retribuzione dipenderà da come te la caverai.

Ah! Un’ultima cosa,

non chiamarmi signora Elvira

per te sono solo Elvira”.

- Va bene Elvira, la ringrazio immensamente.

Alice non poteva volere nulla di più dalla vita,

era arrivata da poche ore a Napoli ,

aveva trovato un ragazzo adorabile che le piaceva moltissimo,

un tetto sotto il quale ripararsi e…

…..un lavoro!!!

Alice [sliding doors] - Capitolo 4

Mentre il treno proseguiva la sua corsa Alice non poteva fare a meno di guardare il ragazzo davanti a lei. La musica accompagnava delicatamente i suoi pensieri che si incastravano tra i capelli neri e ricci, scendevano giù per quegli occhi castani, risalivano e sfioravano la pelle abbronzata del ragazzo. Lui dall’altra parte sembrava ignorarla. Alice si domandava quanti anni avesse e si rispondeva che sicuramente ne aveva più di venti e ad uno così “grande” mai sarebbe venuto in mente di guardare una piccola come lei. Eppure era bello... e lei non riusciva a distogliere lo sguardo da lui. Sembrava un angelo, un angelo nero.

martedì 16 novembre 2010

Alice [sliding doors] - Capitolo 3

Il fischio del capotreno segnò l’inizio del suo lungo viaggio verso l’ignoto.

Il treno lentamente iniziò la sua corsa ed Alice seduta accanto al finestrino guardava il paesaggio scorrere sotto i suoi occhi.

Alice non riusciva a credere di averlo fatto veramente,

di essere su quel treno , diretta a Napoli,

senza soldi, senza una meta precisa e senza essere minimamente preoccupata di cosa avrebbe fatto una volta arrivata in quella città sconosciuta,senza amici e senza mamma e papà.

Già, la mamma, non poteva fare a meno di pensare a lei, a tutto quello che le aveva fatto passare,

al dolore che le aveva procurato, aprendo ferite che mai si sarebbero rimarginate e che l’avrebbero accompagnata per il resto della vita influenzando anche le scelte che avrebbe fatto da grande.

Ancora si ricordava di quella mattina che uscendo da scuola,

come al solito stava per avviarsi da sola verso casa, quando la sua attenzione, senza sapere esattamente per quale motivo, si soffermò su di un taxi giallo parcheggiato non lontano.

Alice gli passò di fianco, il motore era acceso ma oltre al conducente non vi era alcun passeggero a bordo.

Lo sguardo si posò sul sedile posteriore sul quale vide appoggiato un beauty-case di pelle marrone con la parte superiore rivestita di velluto beige, dentro di lei pensò

- Anche la mamma ne ha uno uguale .

Lo riguardò attentamente e vide che nell’angolo superiore destro del beauty mancava un pezzetto di velluto e pensò:

- ma e’ proprio quello di mamma!

Alzò lo sguardo e si ritrovò a cercarla in mezzo allo schiamazzare dei ragazzini e al vociare delle mamme.

Non la vide,

- Mah forse mi sto sbagliando, per quale motivo avrebbe preso un taxi per venirmi a prendere a scuola?

E soprattutto, perche’ non farsi vedere?.

Ormai convinta di essersi sbagliata, si incamminò verso casa.

Si voltò ancora parecchie volte in direzione del taxi giallo ma l’ultima volta che si girò il taxi era sparito e con lui il misterioso passeggero.

Giunse a casa e diversamente dal solito c’era papà in cucina a prepararle il pranzo.

- Ciao papà, la mamma?

- La mamma e’ dovuta andare in montagna perche’ abbiamo avuto una perdita d’acqua in

casa, e dato che nel pomeriggio arriveranno gli operai a sistemarla, non ha potuto fare a

meno di partire in gran fretta .

Lui non riusciva a guardarla negli occhi, il suo sguardo basso tradì la sua bugia.

Alice non sapeva cosa pensare, in fondo aveva solo 10 anni e mille dubbi iniziarono a farsi spazio nella sua mente:

- Quindi era lei in quel taxi!

Perche’ e’ arrivata fino davanti a scuola?

Ma come ha potuto andarsene senza salutarmi?

Cosa le ho fatto di male?

Ma era veramente lei?

Alice seguendo i suoi pensieri estrasse il diario ed iniziò ad annotare i suoi ricordi, non voleva dimenticarli, voleva che rimanessero ben visibili, nero su bianco, voleva che fossero sempre lì a ricordarle che non doveva sentirsi in colpa per ciò che stava facendo.

- Quale ironia!

Anni fa era mia madre che fuggiva da una realtà scomoda, ed io oggi sto facendo

altrettanto.

Immersa nei suoi pensieri non si rese conto che lo scompartimento era ormai pieno ed una suora seduta proprio di fronte a lei la fissava sorridendo mentre con il rosario in mano continuava la sua lunga litania.

Per l’esattezza era una missionaria della carità, la riconobbe dalla veste che indossava, un sari bianco, il bianco per le donne indiane e’ inteso come il colore del lutto, con quattro strisce azzurre a rappresentare i quattro voti delle suore, povertà, castità, obbedienza ed un quarto voto speciale, vivere da povere con i poveri.

Alice sapeva molte cose sulle missionarie della carità, perche’ amava molto Madre Teresa di Calcutta

ed il suo sogno nel cassetto era un giorno di poter partire per l’India per dare il suo contributo aiutando i più bisognosi in una missione.

Alice rimase affascinata da questa esile figura avvolta nel suo sari bianco come la neve, il suo dolce viso sprigionava una sensazione di serenità e di pace interiore, esattamente quello che stava cercando, per un momento pensò di chiederle di portarla con se, ma subito desistette pensando che probabilmente il fatto che avesse solo 15 anni e fosse scappata da casa non sarebbe stato esattamente un buon inizio.

Alice guardò fuori dal finestrino, il treno stava rallentando per entrare in stazione,

erano a Roma, Suor Bianca Come la Neve si alzò, con fatica cercò di recuperare il bagaglio posto sopra di lei ma non riuscendoci Alice le diede una mano e data la sua altezza non ebbe alcun problema.

Si salutarono, i suoi occhi scuri e penetranti incrociarono quelli di Alice, lei li socchiuse per un istante e con un cenno del capo annuì come a volerle dire che sapeva che c’era del buono dentro di lei e avrebbe dovuto crederci, lei ci credeva.

Il treno riprese a muoversi mentre Alice dal finestrino vide pian piano scomparire l’esile figura di Suor Bianca come la Neve, già le mancava.

Alice si alzò per andare a sgranchirsi un po’ le gambe facendo una passeggiata nel corridoio e approfittò anche per fumarsi una sigaretta, estrasse dalla tasca posteriore dei suoi jeans il pacchetto delle ms morbide ormai sgualcite e la scatola di cerini, si collocò una sigaretta al lato della bocca inclinando leggermente il capo e acceso il cerino socchiuse istintivamente gli occhi per ripararsi dal fumo sprigionato da esso mentre un forte odore di zolfo penetrò le sue narici.

In quel momento si incrociò con un ragazzo,

lui vedendola fumare si soffermò un attimo e poi con una certa timidezza le chiese una sigaretta,

Alice annui , gliela diede e gli passò i cerini perche’ potesse accendersela da solo.

Lui la ringraziò educatamente, le restituì i cerini e proseguì nel suo incedere incerto lungo il corridoio.

Dopo una sosta al bagno Alice ritornò al suo scompartimento, aprì a fatica la porta scorrevole e mentre stava per sedersi si accorse che il posto di fronte a lei era nuovamente occupato, ma questa volta da un ragazzo dai lunghi capelli ricci e neri, era il ragazzo che le aveva chiesto poco fa una sigaretta, gli sorrise, si sedette di fronte a lui, si mise le cuffie, accese il mangiacassette e ascoltando Alice di De Gregori, mentre lui guardava fuori dal finestrino, cercò di intuire quante più cose possibili di questo ragazzo.

“ Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta”.

Alice [sliding doors] - Capitolo 2

Quella musica aveva avuto uno strano potere su di lei. A volte le canzoni mettono in testa strane idee e così era stato. Aveva passato l’intera giornata a scrivere e a piangere. Aveva riempito un mucchio di pagine di diario. Era una sua peculiare caratteristica quella di passare le ore con la testa dentro pagine bianche a riempirle di lacrime e inchiostro. C’erano alcuni momenti in cui il dolore dentro era troppo forte, misto alla rabbia ed alla voglia di scappare. Allora si rinchiudeva in camera, accendeva lo stereo, infilava le cuffie e non c’era per nessuno. I suoi si erano abituati e non la cercavano. Le amiche, beh quelle non la cercavano molto di già... le chiamava “amiche” soltanto per fare piacere a sua madre e per fingere di non essere proprio sola.

Alice [sliding doors] - Capitolo 1

Premessa

Abbiamo colto la sfida di Bart di riscrivere la storia di Alice a partire dal terzo capitolo, perchè da “quindicenni” nell’animo non sopportavamo l’idea che Carlo, il padre, disturbasse il sogno di libertà della piccola protagonista.

Questo il risultato.

Così è... se vi piace J


Un’immagine riflessa in uno specchio,

due lunghe trecce nere,

un viso dolce e due grandi occhi scuri dai quali traspare un velo di tristezza misto a sfida,

questa e’ Alice,

una ragazzina di 15 anni pronta a tagliare il cordone ombelicale con tutti quelli che

la volevano e la pensavano ancora una bambina.

Alice si guarda per alcuni minuti in quello specchio che tante volte l’ha ascoltata, vista piangere, ridere ed esternare sentimenti a volte inconfessabili.

Nella sua mente un pensiero si fa strada

- si, lo devo fare, ci tengo molto….ma lo devo fare,

no, non ne avro’ il coraggio,

non posso….

La sua mano incerta rovista nel cassetto,

sa che ci sono, ma spera di non trovarle….

Eccole….

- si lo devo fare

Lo posso fare

Lo faccio…..

…. Alice estrae dal cassetto decisa un paio di forbici

e fulminea,forse per paura di poter cambiare idea,

taglia le sue lunghe trecce nere senza un attimo di esitazione,

prima la destra e poi la sinistra.

Rimane per un attimo immobile con le sue trecce in mano, ha un momento di panico

ma dura solo una manciata di secondi e poi viene pervasa da una meravigliosa sensazione di liberta’ e di grandezza.

Finalmente ha rotto l’incantesimo,

sa che con questo gesto ha cancellato per sempre la piccola Alice per poter dare spazio

alla donna che sentiva crescere dentro di lei ed e’ proprio in questo istante

che inizia il suo nuovo cammino nel mondo,

Una voce fuori campo rompe la solennita’ di questo momento

- Alice vieni e’ pronto!

- Si mamma un momento, arrivo subito…

- Eccomi arrivo!!

In lontananza Alice percepisce il solito sbraitare dei suoi genitori, che fa da sfondo alle sue giornate ormai quotidianamente.

- Che palle, vediamo se questa novita’ riesce a zittirli per un attimo!!!!!

Arriva in cucina, si siede tranquilla al suo posto senza dire una parola mentre i genitori continuano a discutere non curanti di lei .

Mamma Gabri a un certo punto volge lo sguardo verso Alice, sta per dirle qualcosa ma si blocca a fissarla senza capire per quale motivo la figlia le sembrava diversa dal solito,

- mah, scusa, sbaglio…o….ma i tuoi capelli!!!! Cosa hai fatto?????Sei la solita….guarda neanche te lo dico, sparisci dalla mia vista, vattene in camera tua.

Il padre, troppo preso dai suoi problemi, non proferisce parola, finisce di caricare la lavastoviglie e si allontana dalla cucina.

Alice e’ stanca di questa situazione, e’ da quando era bambina che i suoi genitori non vanno d’accordo e per di piu’ la madre soffre di forti crisi depressive che a volte sfociano in tentati suicidi e potete immaginarvi come si puo’ sentire una ragazzina quando svegliandosi in piena notte percepisce i passi di sua madre andare avanti e indietro sul terrazzo….il cuore le si ferma, e’ terrorizzata, vorrebbe uscire, prenderla per mano e riportarla dentro,confortandola, ma non ce la fa,tenta di convincersi che non e’ vero, che potrebbe essersi sbagliata e rimane immobile nel suo letto,terrorizzata,come pietrificata riesce solo a sperare che non accada nulla. Alice riesce a tirare un sospiro di sollievo solo nel momento in cui la sente tornare in casa , il suo cuore piano piano torna a battere regolarmente ma le lacrime sgorgano come un fiume in piena solcando il suo viso e singhiozzando attende la luce del giorno che spera possa attenuare il suo sordo dolore.

Alice aveva passato la sua infanzia così, depredata dall’amore materno a cui ogni bambino avrebbe diritto, l’avevano sempre fatta sentire inadeguata e l’amore captativo della madre l’aveva resa insicura, sofferente e bisognosa di affetto.

Ma oggi raggiunto il quindicesimo anno di età era più forte e la rabbia nei confronti dei suoi genitori cresceva dentro di lei smisuratamente tanto da sentirsi pronta a cercare altrove ciò che sempre aveva sognato…una vita diversa..piena di gioia, spensieratezza, calore e ….perche’ no….amore.

E’ una soleggiata mattinata di Luglio quando Alice si sveglia e sente dentro di se’ il bisogno di cancellare tutte le ingiustizie che da tempo subiva , percepisce dentro di lei una forza nuova, inaspettata , dirompente , le faceva quasi paura la freddezza con la quale stava pensando al da farsi, e…

- ho bisogno di riflettere…

….prende dallo scaffale della sua camera un lp di De Gregori, alza la puntina del giradischi per mettere la traccia n° 6 ,Renoir , si siede sul suo letto e si mette in ascolto….

…” Chi di voi l’ha vista partire dica pure che stracciona era, quanto vento aveva nei capelli, se rideva o se piangeva, la mattina che prese il treno e seduta accanto al finestrino vide passare l’Italia ai suoi piedi giocando a carte con il suo destino” …

Non può fare a meno di piangere , il suo cuore e’ colmo di nuove sensazioni ….

Ora tutto e’ più chiaro…ora sa che….

venerdì 29 ottobre 2010

Alice - capitolo 7


….”Non ti preoccupare piccola, non ti preoccupare”…..

Carlo a questo punto abbandona immediatamente il pensiero del suicidio, ha ben altro a cui pensare!

Per prima cosa cerca di tranquillizzare Alice e la convince a tornare a casa con lui, lei da una parte e’ sollevata da questo inaspettato incontro ( che in realtà non riesce a spiegarsi ),

dall’altra si sente depredata dal suo sogno di libertà.

Alla fine di tutti questi suoi pensieri, con un dolce sorriso sulle labbra, accetta di buon grado lo scherzo che il destino ha voluto riservarle.

Carlo e’ molto agitato ma non vuole che Alice, almeno per il momento, sappia cosa sta realmente accadendo.

Si avviano al posto che lei ha riservato e si siede silenziosa mentre

Carlo la prega di scusarlo un momento perché ha una chiamata importante da fare.

Si allontana velocemente, raggiunge un angolo dove e’ sicuro di non essere sentito e chiama Gabriella, spera che lei risponda, che non abbia spento il telefonino…

…Il telefono e’…. acceso.

Squilla a lungo ma alla fine una voce sottile risponde :” Si “

“ Gabri ti prego non fare cazzate, ho trovato Alice stiamo tornando a casa, siamo su questo dannato Freccia Rossa che non si fermerà fino a Bologna, ti voglio un bene dell’anima, non voglio perderti, se non ti importa di me pensa almeno ad Alice, lei ti vuole bene, qualsiasi cosa tu abbia fatto sei la sua mamma, sei la cosa più importante che ha..ti prego non farla soffrire, vedrai ce la possiamo fare, noi tre, insieme, dai lascia perdere questa folle idea e vieni in Stazione Centrale a prenderci, io credo che per le 13.30 potremmo essere lì se tutto va bene , dimmi di sì, ti prego dimmi di si “…

Gabriella scoppia a piangere e poi con una voce strana, alterata, farfuglia qualche cosa e si limita a dire: “ Ok vengo a prendervi, ma ti prego non dire nulla ad Alice di tutto ciò, ciao”.

Gabriella ha bevuto, non si e’ nemmeno chiesta il motivo della strana assenza sia di Alice che di Carlo e poco ha capito di cosa fosse successo se non che doveva andare alla stazione Centrale perché sarebbero arrivati con il treno proveniente da Bologna alle ore 13.30.

Nella testa le risuonano le parole di Carlo, vuole credergli, gli crede, tanto da andare in bagno, prendere le pillole che ha lasciato sul lavandino e buttarle nel cesso.

La paura però inizia ad impossessarsi di lei, paura di affrontare la realtà, paura di fallire nuovamente , in questo momento il suo unico pensiero e’ come procurarsi un’altra bottiglia di gin, l’altra l’ha finita la sera prima, e ne porta ancora i postumi.

Sono solo le 10.00, le rimane ancora tempo prima di doversi recare in stazione e così si veste frettolosamente e con noncuranza per uscire, ma prima fa’ un promemoria su un post- it con scritto: “ Stazione Centrale ore 13.30 “ e lo attacca sulla porta dell’ingresso quasi presentisse che se ne sarebbe dimentica.

Scende barcollando le scale di casa, esce dal portone e si avvia verso il primo supermercato della zona, si ritrova immersa in una giungla di asfalto, i clacson delle automobili le rimbombano nella testa, il forte odore dei tubi di scarico le fanno aumentare la nausea che già si era impossessata di lei precedentemente, si sente perduta, incapace di affrontare anche le più stupide banalità, non ce la fa ad accettare la realtà, ma sopra ogni cosa non riesce a volersi bene, a perdonarsi.

Entra nel supermercato, a fatica riesce a conquistare la sua bottiglia di gin e se ne torna a casa, esausta, come se avesse realizzato chissà quale impresa,

si accascia sul divano, fa un lunghissimo sorso dalla bottiglia per poi sprofondare nel nulla.

Sono le 11.00.

Gabriella apre gli occhi: “ dove sono, ma cosa….”, Gli occhi stanno per richiudersi quando un pensiero si fa largo dentro di lei : “ mah io devo fare qualche cosa..ma cosa??”.

Tenta di riemergere dal divano, le forze le mancano, la vista e’ offuscata ma piano piano riesce a percepire una macchia gialla in lontananza di fronte a lei, si alza a fatica, si avvicina alla porta, cerca di mettere a fuoco le parole impresse su quel piccolo foglietto giallo, ora le vede: “ Stazione Centrale ore 13.30”, “ Cazzo ma che ore sono?”, Guarda l’orologio appeso al muro che inesorabile segna il tempo ormai da molti anni, forse troppi, sono le 13 passate.

Senza pensarci prende le chiavi della macchina , il telecomando del garage, cerca le chiavi di casa , non le trova: “ cazzo!Ma dove sono? Fa niente, lascio aperto”, e si affretta ( per quanto le e’ possibile) giù per le scale, apre la porta del box ,si infila in macchina e sale la rampa che in qualche secondo la introduce nel turbinio di macchine impazzite che a quell’ora sfrecciano nella città.

Gabriella sta percorrendo viale Forlanini a tutta velocità: “ non ce la farò mai ad arrivare in tempo”, in quel momento il suo piede schiaccia ulteriormente sull’acceleratore, sorpassa sulla destra il solito autista che come una lumaca viaggia sulla carreggiata di sorpasso, guarda nuovamente l’orologio, nello stesso istante un grosso camion si immette dalla tangenziale sul viale, senza frecce, silenzioso come la morte quando decide di prenderti.

Gabriella non lo vede, se non all’ultimo secondo, l’impatto e’ inevitabile….

Un grande fragore rompe il silenzio dell’abitacolo e poi più niente.

Finalmente il treno arriva in stazione,

Alice e Carlo scendono e si avviano verso la testa dei binari cercando di scorgere mamma Gabri che sarebbe già dovuta essere lì,visto che il treno portava almeno un’ora di ritardo.

Si guardano intorno ma non la vedono.

Carlo inizia ad essere preoccupato visto che aveva già provato a chiamarla per avvisarla del ritardo ma il cellulare risultava spento.

Continuano a cercare, aspettano ancora parecchio tempo ma alla fine Carlo decide di prendere un taxi e di tornare a casa.

“Taxi!” “ Buongiorno ci può portare il più velocemente possibile a San Felice Segrate per cortesia?”.

Il taxista senza farselo ripetere si fa largo nel traffico milanese, fino ad arrivare sul viale Forlanini che era praticamente bloccato.

“ Ma cosa e’ successo? “, “ Dalla nostra parte niente”, dice il tassista,” da poco c’e’ stato un grave incidente sulla carreggiata opposta e come al solito si crea la coda anche dall’altro lato perché la gente rallenta curiosa di vedere quanto accaduto”.

Si ode la sirena di un’ambulanza allontanarsi.

Dopo circa una ventina di minuti finalmente giungono a casa, salgono di gran fretta le scale

fino a raggiungere il secondo piano, Carlo sta per estrarre le chiavi di casa quando si accorge sgomento che la porta e’ socchiusa.

“ Gabri ci sei ? Gabri rispondi per favore”,

nessuna risposta. Cerca disperatamente per tutta la casa …niente.

Ormai sono ambedue seriamente preoccupati, Carlo afferra il telefono e decide di provare a chiamare gli ospedali vicini.

Ospedale San Raffaele, “ Buongiorno mi scusi e’ stata per caso ricoverata da voi una signora che si chiama Gabriella Antoni ?“ “ Un attimo che guardo…no dal terminale non risulta…ma aspetti un secondo... vediamo in pronto soccorso….si e’ al pronto soccorso, scusi ma lei e’ il marito?”

“ Si sono il marito”, “ Guardi mi spiace, la stanno per ricoverare d’urgenza, ha avuto un grave incidente stradale e ha riportato gravi traumi”.

Carlo diventa bianco come un cencio il cuore batte all’impazzata, butta giù il telefono,

cerca di controllarsi per non far preoccupare Alice più del dovuto, ma maschera a stento il suo stato d’animo.

“ Alice, mamma e’ stata ricoverata al San Raffaele perché ha avuto un incidente, ma non preoccuparti, vedrai che non e’ niente di grave,

Vieni andiamo.”

Ospedale San Raffaele

Dopo lunghe ore di attesa,

dopo lunghi giorni di attesa…

….era ancora in prognosi riservata.

Dopo una settimana di questo calvario, finalmente il Professor Antolini vuole parlare con Carlo.

Le notizie non sono positive, Gabriella ha il cuore molto debole e ha subito un forte trauma cranico che in seguito ha causato un ictus al tronco-encefalo che ha danneggiato i fasci piramidali.

Detto in soldoni in realtà a livello cognitivo non ha riportato conseguenze ma tutti i nervi cranici motori e tutti i nervi che si originano dal midollo spinale sono paralizzati,

questo significa che Gabriella a livello cognitivo e’ assolutamente presente ma il suo unico modo di comunicare e’ codificando la chiusura della palpebre oppure muovendo gli occhi,

questa sindrome viene chiamata LOCHED-IN.

Alice e’ sconvolta,

rimane seduta in sala d’attesa completamente immobile,

come svuotata, assente.

Dopo circa un’ora sapeva cosa fare.

Si alza e si dirige verso la camera 236, dal vetro la può vedere, sta dormendo.

Apre piano la porta, entra e si siede vicino alla sua mamma prendendole la mano.

Dopo poco Gabriella apre gli occhi e la guarda,

Alice le fa un sorriso e inizia a parlarle: “ ciao mamma, che bello vederti,

sai ho un sacco di cose da dirti, non ti preoccupare io sto bene,

in queste settimane ho avuto modo di pensare molto,

volevo dirti che ho finalmente compreso la tua solitudine,

la tua sofferenza, ho capito che la prima ad aver bisogno d’affetto sei tu ed io forse in qualche modo ti ho portato via la scena, tutti quando ero piccola si preoccupavano per me , mi viziavano mi adoravano e tu sei rimasta nell’oscurità incapace di superare i tuoi problemi senza l’appoggio di qualcuno che ti sostenesse, papà era troppo impegnato a risolvere la sua difficile posizione economica per accorgersi di quello che stava accadendo ed io ero troppo piccola per capire, ma ora sono cresciuta ora so che ti voglio bene, un bene incondizionato ed anche papà te ne vuole, più di quanto tu non ti possa immaginare,

guarda e’ al di là del vetro, ti sta sorridendo…”

…Gabriella chiude e apre le palpebre in segno di assenso,

i suoi occhi ora sono pervasi da una luce nuova,

e’ serena lo si può percepire , ha finalmente fatto pace con se stessa, si e’ perdonata,

Alice le stringe la mano, si avvicina a lei e le bacia la fronte…

…proprio in quel momento l’elettrocardiografo smette di segnalare i suoi battiti cardiaci..

…il cuore non ha retto, era troppo debole…..

…..e come un battito d’ali di farfalla Gabriella se ne va per sempre.

Alice esce dalla stanza,

con le lacrime agli occhi abbraccia suo padre,

il suo cuore e’ gonfio di dolore ,

l’ultimo suo pensiero mentre si allontana in quel lungo corridoio e’ rivolto a lei:

“ so di averti compresa di averti regalato questi ultimi momenti di serenità,

ma so anche di non averti perdonato per tutto il dolore che hai causato.

E forse mai lo farò…”.

giovedì 28 ottobre 2010

Alice - Capitolo 6

Carlo guardò di nuovo l’orologio che aveva al polso: 9.45. Il treno era partito qualche minuto prima. Da lì a cinque minuti, forse dieci, il treno avrebbe guadagnato abbastanza velocità e… puf.
Niente più litigate con Gabri, niente più lavori elemosinati dove capita, niente più pianti di notte nel bagno, per non farsi sentire, a causa di quella vita che sapeva non essere quella sperata. L’unica cosa che lo aveva portato avanti, e per la quale era disposto a morire, era seduta poco più indietro, quasi a fargli vedere che, nonostante tutto, lei sarebbe rimasta con lui fino alla fine.
Istintivamente prese un'altra sigaretta dal pacchetto che teneva nella tasca della camicia, ma si accorse che era l’ultima rimasta. Se quella che aveva fumato poco prima era l’ultimo desiderio di un condannato a morte, quella doveva essere parte del suo abbigliamento da funerale, quando avrebbero ritrovato il suo corpo.
Sistemò con cura la Rothmans nel contenitore a si mise comodo sul sedile. Se quello doveva essere l’ultimo viaggio, voleva che fosse almeno comodo!
Sentì sobbalzare il treno, segno che aveva superato il primo scambio, e il suo cuore ebbe un sussulto: era l’ora.
Aveva già programmato tutto: per evitare la possibilità di qualche “eroe” che avrebbe tentato di fermarlo, voleva aspettare nel bagno posto alla fine della carrozza, e da quella finestra sarebbe saltato. Si alzò con calma, si avvicinò alla porta del bagno ma notò che era occupata: neanche quando uno deve morire le cose vanno come programmato!
Mentre aspettava con manifesta disapprovazione che il bagno si liberasse, sentì vibrare la tasca in cui aveva il cellulare. Stizzito, lo prese e vide che aveva ricevuto un messaggio.
Lesse il mittente: Gabri. Sorpreso ed incuriosito, lesse il contenuto dell’SMS.
Il suo cuore mancò un paio di battiti.
Ormai nemmeno i superalcolici la facevano dormire per un po’: l’unico effetto che ricavava dall’attaccarsi al collo della bottiglia era il sempre più probabile coma etilico. Lì sì che avrebbe dormito, ma non voleva che qualcuno potesse ritrovarla prima che il suo cuore abbia smesso di battere. Per questo valutò l’ipotesi di buttarsi giù dal tetto, ma non voleva causare troppi traumi a chi l’avesse trovata. Perciò aveva scelto il metodo che, a quanto pare, aveva preferito Marilyn: semplici sonniferi. Assunti in dosi massicce, l’avrebbero fatta dormire quanto bastava, ovvero per sempre.
Mentre preparava le pillole e il bicchiere di gin col quale avrebbe detto addio a questa vita, pensò che almeno a Carlo avrebbe dovuto dirlo. Era stato un marito esemplare, nonostante lei non lo volesse accettare: se lui era importante nella famiglia, lei non era nessuno!
Prese il cellulare e scrisse un breve messaggio: “Sto per andarmene. Per sempre.”, dopodiché premette invio.
Una volta assicuratasi che il messaggio fosse partito, si avvicinò al tavolo dove c’era il bicchiere di gin e la ventina di pillole.
Era l’ora.
Alice era chiusa in bagno a piangere. Piangeva perché non sapeva cosa fare, cosa stava facendo, dove stava andando. E voleva avere i suoi genitori lì accanto, in modo da poter avere una spalla su cui piangere.
Sapeva però che una volta prese decisioni del genere non si poteva tornare indietro.
Asciugò le ultime lacrime e si guardò nello specchio presente nel piccolo bagno del treno. Che cosa era diventata? Una donna? Una ribelle? No: era semplicemente il suo vero “io” che spuntava fuori. Un “io” pieno di tristezza, di malinconia, di rabbia e, perché no, di gioia. Gioia di poter finalmente fare quello che aveva sempre voluto fare, dire addio a tutto ciò che conosceva per incominciare una nuova vita, quella vita che aveva sempre sognato ma che, per lei, era irrealizzabile: una vita felice.
Si sistemò una ciocca dei capelli e aprì la porta. Uscendo, sbatté contro l’uomo che stava aspettando il suo turno: -Mi scusi, non… papà?-
Carlo era ancora attonito dalle parole che aveva appena letto sul suo cellulare: non poteva essere… Non voleva credere a ciò che suo moglie, la sua adorata moglie voleva fare eppure le parole lapidarie erano lì, nel palmo della sua mano. Era talmente scosso che sentì qualcuno dire qualcosa e poi sentirsi abbracciare: -Ma che…- riuscì solo a dire prima di riconoscere in Alice la ragazza che la stava abbracciando
-Alice? Ma sei proprio tu?- chiese stupefatto
-Sì papà, sono io… scusa se sono andata via, non lo farò più, te lo prometto!- sentì dire dalla ragazza che singhiozzava stretta intorno alla sua vita
-Shhh… stai tranquilla,tesoro. Ci sono qua io, ora- disse cercando di tranquillizzare la figlia. Mentre la stingeva a sé per farle smettere i singhiozzi, Carlo cercava di capire cosa fare in quel momento: sua moglie era probabilmente in procinto di suicidarsi, lui, che aveva il medesimo piano, aveva incontrato sua figlia che era scappata di casa sullo stesso treno da cui aveva deciso di buttarsi…
-Cosa facciamo ora, papà?- chiese con le lacrime agli occhi Alice.

Alice - Capitolo 5

Il locale risuonò degli applausi del pubblico mentre il conduttore riprendeva il microfono: -Un grazie a Kara, uno dei nostri ospiti fissi! Bene. Ora vorrei riprovare l'esperimento di settimana scorsa, dove uno di voi salirà qua sul palco! Qualcuno se la sente?-. Una voce dalle fie centrali disse con chiarezza: -Lei!-. Una ragazza si alzò in piedi e il faro la inquadrò mentre si avvicinava al palco: -Bene! allora, sei pronta?- chiese il conduttore
-A dirla tutta io non volevo venire qua al'inizio, mi ha convinto quel ragazzo dal nome impronunciabile...-
-Un saluto anche a lui! Ora sta a te. Il palco è tutto tuo. Un bell'applauso a...-

MakaylaReed


Il treno procedeva con il suo passo tranquillo e scandito dal rumore delle rotaie.
Tenendo gli occhi fissi sul paesaggio che scorreva velocemente, Alice pensava e ripensava al gesto che stava per compiere. L’uccellino aveva spiccato il volo. Ora doveva solo continuare a sbattere le ali.
Ripose il mangiacassette nello zainetto e portò i piedi sul sedile, abbracciandosi le gambe e appoggiando il mento sulle ginocchia.
Nessuno le aveva insegnato a volare. Le avevano insegnato a sopravvivere nel nido, o meglio, aveva imparato a farlo. Si sentiva come se fino a quel momento avesse vissuto la sua vita da spettatrice esterna, osservando ciò che accadeva, lasciando che le cose ruotassero attorno a lei, aspettando ansiosa il colpo di scena che l’avrebbe trasformata da personaggio secondario a eroina. Non aveva impiegato molto tempo prima di accorgersi che se voleva quel colpo di scena, doveva crearselo. E allora via le trecce, quelle sono da bambina. Non facevano altro che ripeterle che quelle trecce che le pendevano sulle spalle la rendevano graziosa, una bellissima bambina. Ora lei voleva sentirsi dire che era una grande ragazza, una grande donna. Sì, una donna. Quel genere di donna che nel suo immaginario era forte, matura, saggia, capace di prendersi cura di sé stessa, oltre che degli altri. Quel genere di donna che sua madre non era mai stata.
Alice sospirò al pensiero della madre. Ora chi sarebbe stato sveglio a vegliare su di lei, quando i suoi passi sul balcone sembravano infiniti? Chi avrebbe amato silenziosamente quella creatura indifesa che non l’aveva mai amata, non per pigrizia, ma per dolore?
Si, Alice lo sapeva perfettamente. Sapeva che quella donna che chiamava mamma non riusciva a darle tutto l’amore di cui aveva bisogno solo perché anche lei, anche mamma Gabri, aveva un estremo bisogno di affetto.
Strinse le unghie nel palmo della mano, trattenendo le lacrime.
Lei le voleva bene, l’amava davvero. Ad ogni festa della donna le faceva trovare un pensierino, un fiore o un biglietto, che puntualmente venivano ignorati.
“Forse non le ho dimostrato abbastanza quanto tenessi a lei…” questo pensiero cominciò a farsi largo nella mente di Alice, aumentandole il ritmo del cuore.
Già, il pensiero della mamma aveva risvegliato qualcosa dentro di lei, qualcosa che era sparito da qualche tempo. La comprensione.
Alice non si sforzava più di comprendere, non voleva più scusare chi non l’amava come si dovrebbe amare un figlio. No, non poteva tollerare di essere solo un peso. Una responsabilità si, ma un peso no, non era quel genere di figlia che si può definire così. Non poteva, e soprattutto non voleva, scusare due persone che si accapigliavano dalla mattina alla sera per qualsiasi cosa, tirando in mezzo anche lei.
Ma improvvisamente lo stava facendo di nuovo. Stava comprendendo sua mamma. Stava scusando i suoi comportamenti, stava dando un senso a quel turbine di pensieri confusi che negli ultimi anni le avevano annebbiato il cuore, oltre che alla testa.
Si è vero, lei si era sempre sforzata inutilmente per la mamma, ma non era mai andata a fondo nella faccenda. Si era fermata al primo strato, aveva pensato che comportarsi come una figlia modello, le avrebbe portato una famiglia modello, quando invece avrebbe dovuto saper guardare oltre l’illusione dell’allegra famiglia. Il suo nido, il suo piccolo mondo all’interno delle mura domestiche era parecchio disastrato. Eppure anno dopo anno, passo dopo passo erano ancora tutti insieme.
I pensieri correvano veloci nella mente di Alice, che adesso sedeva rigida fissando un punto indefinito davanti a sé. Il suo battito cardiaco era accelerato improvvisamente, le sue certezze stavano pian piano sfumando in dubbi e paure.
“Le ragazze grandi hanno paura?” si chiese mentalmente, iniziando a mordicchiare l’unghia del pollice.

mercoledì 27 ottobre 2010

Alice - Capitolo 4

-trentotto anni buttati nel cesso…meglio averli fatti di galera- Gabri davanti allo specchio se lo disse forte anche quella mattina….se lo ripeteva da quanto???? Da sempre…..-che vita di merda- o forse la merda era dentro di lei, nella sua testa, in quella macchina infernale che le faceva male e che non si fermava mai un attimo di pensare….nemmeno un attimo …nemmeno il pieno di benzina…una macchina un po’ bastarda…andava sempre…sempre contro corrente.

Alice - Capitolo 3

Quasi nello stesso momento Carlo aveva preso la decisione più importante della sua vita.
Quel giorno di luglio compiva i suoi quaranta anni, e mai come allora se ne sentiva tutto il peso sulle spalle.
Aveva iniziato a lavorare molto presto, appena terminata la scuola professionale: nei primi tempi le cose per lui erano andate molto bene, era diventato presto uno dei tornitori più bravi in una piccola officina dell'hinterland milanese, e il suo titolare, un vecchio milanesone che ancora parlava per lo più in dialetto ed allentava vigorose pacche sulle spalle agli operai, aveva molta stima e fiducia in lui. Alle gratificazioni economiche avevano subito fatto seguito anche quelle sentimentali: la giovane segretaria dell'amministrazione clienti aveva iniziato ad uscire con lui, ed in breve le cose erano convolate a giuste nozze.
Magari un po' troppo in fretta per i suoi gusti, ma d'altronde quel pancione reclamava un padre, oltre che una inevitabile madre.
Dopo la nascita di loro figlia, la loro unica figlia, qualcosa per Carlo cambiò: piano piano la giovane segretaria e la tenera amante si trasformò in una donna trascurata e lagnosa, abbruttita dal lavoro in ufficio di giorno e in casa la sera, delusa dalla vita e stremata per le cure le continue attenzioni che la loro piccola figlia reclamava da lei.
Incapace di far fronte a tutte queste difficoltà, la donna aveva iniziato a scivolare pian piano nell'alcool e nella depressione, e di questo dava – ovviamente - la colpa principalmente a lui.
E Carlo aveva intensificato le sue ore all'officina, sperando di riuscire a risolvere i problemi della sua giovane famiglia guadagnando più soldi e consentendo a sua moglie di restare a casa dal lavoro. Inutilmente, perchè la donna non volle mai perdere la sua attività, ma si limitò a lasciare il posto all'officina per trovarne una serie infinita d'altri, nei settori più disparati.
Intanto anche sul lavoro i tempi cambiavano: al vecchio titolare – stroncato da un infarto – erano subentrati i due figli, che dell'officina capivano poco o niente, ma che si piccavano di non voler credere a quell'evidenza. In breve giovanissimi neodiplomati vennero inseriti in azienda assumendo ruoli sopra di Carlo; però l'inesperienza della proprietà e dei nuovi 'capireparto' in breve condussero la ditta al fallimento, ed anche Carlo perse  il suo buon posto di lavoro.
Era successo proprio cinque anni prima, il giorno del decimo compleanno di loro figlia: lui e sua moglie erano disperati, e contemporaneamente dovevano festeggiare la piccola senza che nulla trapelasse...
Da allora nulla era stato più come prima, tra lui e sua moglie Gabri: ogni piccola cosa era motivo di feroci litigate, anche in presenza della figlia, e Carlo pian piano prese a disprezzare sua moglie, la loro casa, la loro vita, loro figlia...
No, non era vero: Alice no! (Carlo scosse la testa, quasi a scacciare quell'idea) Alice era semmai la vittima ignara di tutta quella serie di circostanze sfortunate che era stata la loro famiglia. 
Anche la sera prima, quando si era presentata a tavola con le trecce tagliate, quelle stesse fantastiche trecce che Carlo amava nel suo cuore, lui non era riuscito a dirle niente. Si era dovuto voltare dall'altra parte, per non mostrare qualche lacrima mentre quella sciagurata di sua moglie, invece di cercare di capire perchè una ragazza di quindici anni si era tagliata i capelli, le si era avventata contro, sbraitandole addosso la sua rabbia...
Basta! In quel momento aveva capito che lui doveva fare qualcosa.
La sua vita stava franando in un baratro senza che se ne potesse vedere il fondo, e Carlo aveva pensato di farla finita.
Non vedere più quella casa, quella camera da letto, quel volto sempre arrabbiato di Gabri...
Sarebbe stata una liberazione, per lui e per tutti: loro avrebbero incassato l'assicurazione sulla vita, e forse si sarebbero potute permettere di vivere un po' meglio. Senza di lui.
L'unica cosa che gli dispiaceva in questo finale a sorpresa era che non avrebbe visto più nemmeno Alice. La sua Alice. Non era mia riuscito a farle capire quanto veramente l'amasse, quanto veramente lei fosse importante per lui. Quando aveva perso il lavoro, aveva accettato qualsiasi incarico, anche il più meschino, affinchè in casa non mancasse mai il denaro necessario: doppi turni, doppi lavori, qualunque cosa per Alice. Ma lei sembrava non essersene mai accorta, mai...
Si specchiò nei vetri sporchi del treno: il tempo era passato anche per lui. I suoi bei capelli scuri e mossi erano diventati pochi, brizzolati e presenti solo sopra le orecchie e sulla nuca, lasciando scoperta una fronte eccessivamente ampia e ormai perennemente abbronzata. Anche sotto il mento una lieve pinguedine si faceva strada, creando una borsa adiposa sotto la barba sfatta. Gli occhi avevano rughe d'espressione che gli attribuivano dieci anni di più, e le borse sotto gli occhi sfiduciati confermavano in lui quella sensazione.
“Nemmeno io mi voglio più bene: che ci sto a fare qui?” pensò, stringendosi nelle spalle incurvate.
Guardò la porta del treno per Napoli: tra poco sarebbe partito.
Il suo piano era semplice: nel tratto appena fuori Milano, quando il treno avesse preso sufficiente velocità, si sarebbe lasciato cadere tra i vagoni, sui binari, ed il treno avrebbe fatto tutto il resto, assicurando un cospicuo lascito assicurativo in denaro alla sua Alice.
Un momento di coraggio, un supremo momento di volontà, e poi tutto sarebbe andato a posto...
Prese una Rothmans, strofinò con un gesto consumato lo Zippo sui pantaloni e si accese la sigaretta, aspirandone una profonda boccata: chissà se anche in paradiso si fumavano le Rothmans? Mah...
Alzò lo sguardo, a seguire la piccola nuvola di fumo che saliva verso il cielo: la volta della stazione era annerita dal fumo e dallo smog, ma le travi ricurve ospitavano comunque piccioni sciamanti, quasi obbedienti ad un comando comune: a lui piacevano 'i piviùn'. Gli ricordavano i rari giorni felici passati con Gabri e con Alice, 'dinanz al Dòmm', quando la bambina aveva appena iniziato a camminare. La ricordava ancora adesso, con quel suo cappottino rosso, un musino furbo e incorniciato già da quella magnifiche trecce nere, lo sguardo affascinato da quegli animali che corricchiavano sgraziati; e la gioia nei suoi piccoli occhietti mentre li rincorreva facendoli volare via; e la paura mentre ritornava di corsa verso di lui quando gli uccelli tornavano insieme a posarsi per terra a becchettare di nuovo i piccoli semi di mais...
Gli scese una lacrima, e non sapeva se dovesse attribuirla al ricordo di Alice, quando lui la teneva stretta in braccio, o di uno sbuffo di fumo che gli era entrato nell'occhio.
Fece una ultima lunga boccata, poi la gettò via, sotto il treno.
“L'ultimo desiderio, prima di morire...” pensò “Vuole una sigaretta? Ecco, gliela accendo...”
E così Carlo aprì la porta del vagone, salì sul treno e si sedette nel primo scompartimento di seconda classe che trovò libero, sperando di restare da solo fino al gran momento...
Che strano: aveva pochissimi ricordi di Alice. Questa constatazione gli fece un po' male al cuore: avrebbe voluto salutarla quella mattina, dirle addio ed abbracciarla per l'ultima volta, ma non ne aveva avuto il coraggio...
Un nuovo groppo gli salì in gola, e si appoggiò con il capo al finestrino. Che strano: adorava sua figlia, in quegli ultimi quindici anni aveva fatto ogni cosa per lei, perchè stesse bene, perchè potesse vivere una vita felice senza che le mancasse niente, fino a decidere quell'azione coraggiosa e definitiva, e quella mattina nemmeno era riuscito a dirle che lei era la cosa più bella che gli era capitata nella vita...
Una lacrima gli stava scivolando sulla guancia: ora gli sembrava addirittura di vederla, lì sulla banchina, al binario 19. Era lì, con le sue trecce tagliate, e sembrava cercasse il vagone, per salutarlo.
Era lì per dirgli che lei aveva capito tutto, che aveva sempre capito ogni cosa, ma che non l'aveva mai fatto vedere davanti alla mamma, e che adesso non era necessario che lui... 
Carlo si asciugò gli occhi: “Devo sforzarmi un po' di più: se proprio devo fantasticare, se davvero me la posso immaginare qui per me, almeno che lei abbia ancora le sue belle trecce nere...”
Chiuse gli occhi, ridendo tra sé di una simile sciocchezza, poi li riaprì, cercando la ragazza con gli occhi: ma Alice non c'era più.
Carlo rimase deluso per una frazione di secondo, ma poi vide che la ragazza era un po' pi avanti, senza trecce e chiusa in un giubbetto di jeans (“Giubbetto di Jeans? In Luglio, a Milano?”): e poi lei sembrava stesse davvero cercando una carrozza...
“Cosa ci fa qui? Non poteva sapere che io... Avevo detto che andavo al lavoro, loro non... Forse mi ha seguito! Ecco, sì: mi ha seguito, ed io non me ne sono accorto, e poi l'ho involontariamente seminata. Ed adesso mi sta cercando...”
Una strana euforia si stava diffondendo nel cuore dell'uomo.
Lui aveva deciso di suicidarsi per sua figlia, ma sua figlia era lì. In stazione. Sullo stesso treno che aveva deciso di prendere lui.
Che strana coincidenza! Era un segno.
E Carlo, per una volta nella vita, decise di non governare né ostacolare gli avvenimenti, ma di assecondarli: si appoggiò allo schienale della poltroncina di seconda classe, ed aspettò, attento, che qualcosa succedesse.
(segue)