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giovedì 10 marzo 2011

Corrispondenze - Epilogo

Alex rimase qualche secondo immobile, con lo sguardo verso la porta dello scompartimento, cercando di capire cosa fosse successo. Era colpa sua? Era colpa di Elen? Era colpa di Emma? Mille domande gli affioravano alla testa, e nessuna aveva una risposta certa. Mentre rimuginava, sentì che il treno si era fermato e un gran trambusto si potè sentire fino in coda al treno. Alexander si rizzò in piedi e prese il suo unico bagaglio: il viaggio era finito. Se non tutto, la parte in treno.

Un po’ adirato, un po’ impaurito da quella reazione della sua compagna di viaggio, il ragazzo cacciò in malo modo il quadernetto dentro la tasca posteriore dei pantaloni, rovinando la storia e le pagine bianche. Si diresse subito verso l’uscita della stazione più in periferia della città di Cracovia. Sbucato fuori dal sottopassaggio, si trovava in un enorme piazzale dove circa dodici pullman stavano aspettando tutti i passeggeri di quel treno, i quali avrebbero poi continuato la loro strada fino ai campi di Auschwitz I e Auschwitz II-Birkenau. Ricordandosi delle indicazioni che gli erano state consegnate alla partenza, si diresse verso il bus numero 12, l’unico sprazzo di rosso in mezzo a tanto grigio dei pullman e del cielo, che però non annunciava pioggia.

Si diresse sul lato del bagagliaio del pullman aperto, e lì mise il trolley. Dopo essersi assicurato che il suo quadernetto fosse lì dove lo aveva riposto e dopo essersi fatto segnare come presente, potè salire sul mezzo di trasporto.

Il viaggio durò poco più di mezz’ora ma di Elen e di Deborah nessuna traccia. Forse erano salite e lui non le aveva notate, o forse erano su un altro pullman. Chissà dov’erano le persone con cui aveva condiviso il viaggio.

Scesero dal pullman che era sera. L’albergo in cui avrebbero alloggiato, omonimo della città, era un imponente palazzo in cemento, con finestre a distanza regolare l’una dalle altre. Girandosi a dare le spalle a quell’ imponente costruzione, si poteva vedere un lungo viale che portava in centro città. Le quasi quattrocento persone che il treno aveva scaricato nella città erano ora ammassate nella hall dell’hotel, in attesa di poter sentire il proprio nome seguito dal numero di stanza. Alexander sentì il suo, seguito dal numero 354. Prese la chiave a si mise di fronte ad uno dei due ascensori, in attesa che arrivasse. Si sentì affiancare da un paio di persone, e si girò per vedere. Un paio di occhi color del ghiaccio lo fulminarono mentre un altro paio erano fissi a terra, con ancora qualche lacrima incastrata tra le ciglia.

-Che stanza siete?- chiese Alexander con voce monotona, senza far trapelare alcuna delle sensazioni, delle parole che avrebbe voluto dire

-Quattro-zero-quattro.- si sentì rispondere da Deborah, con un tono simile -Tu?-

-Io… trecentocinquantaquattro-

-Siamo su due piani diversi-

-Così sembra-

L’arrivo dell’ascensore fu annunciato da un sonoro “ding”. I tre, più altre quattro persone, entrarono. Dopo due fermate e tre persone scese, fu il turno di Alexander di uscire dall’elevatore. Senza girarsi, per paura di trovare di nuovo uno sguardo fulminante, o peggio, lo sguardo triste di Elen, il giovane uscì nel piano e si diresse verso l’ala destra del lungo corridoio sul quale si affacciavano un numero elevato di porte, e quindi di stanze. In un’ambientazione simile a quella di un horror di Kubrik, Alex percorse la distanza che lo separava dal luogo in cui avrebbe dormito.

Una volta entrato, chiuse per bene la porta, lanciò le chiavi sul tavolino di fronte a lui, lasciò il trolley di fronte alla porta e si sedette sulla prima sedia che aveva trovato. Perché era sempre così maledettamente difficile? Ogni volta che provava a scrivere una storia, non gli andava bene o doveva scendere a compromessi per poterla dichiarare finita. Adesso era per colpa di Elen, di Emma o di chicchessia. Preso ancora dallo sconforto, si alzò dalla sedia e prese il trolley. Trascinandolo sulle ruote lo portò accanto al letto, lo appoggiò sopra e lo aprì. Qualche vestito, il cambio per quei pochi giorni che avrebbe passato lì, insieme ad una rivista di enigmistica. Spostando gli abiti riuscì ad arrivare al pigiama che sfilò dal fondo senza quasi spostare il resto dell’abbigliamento. Si cambiò lasciando cadere i vestiti che aveva addosso, incurante dell’aspetto che avrebbero assunto dopo una notte accatastati alla rinfusa. Si sedette sul letto e la copertina nera del suo quadernetto gli balzò all’occhio, sporgente da una delle tasche posteriori dei pantaloni. Si allungò per prenderla e fece scorrere le pagine sino ad arrivare all’ultima su cui aveva scritto. Fece scivolare ancora il pollice per contare le altre pagine, ma il dito non toccò più pagine quasi subito: contandole, non rimanevano che due pagine bianche. Impossibile finire la storia in così poco… lanciò il quadernetto sgualcito sulla pila di vestiti e si infilò sotto le coperte, dove un sonno senza sogni lo prese quasi subito.

-Ti sei ripresa?- chiese Deborah preoccupata per la sua amica

-Eh? Oh, sì, sì, non ti preoccupare…- rispose Elen tenendo il fazzoletto in mano

-Non mi hai ancora spiegato cosa ti ha fatto quello per ridurti così-

Elen alzò lo sguardo e trovò gli occhi di Deborah che la guardavano dal letto di fronte a quello su cui era seduta lei: -Niente! Te lo giuro! A me non ha fatto nulla-

-Cosa intendi che “a te” non ha fatto nulla?- si incuriosì la ragazza dagli occhi di ghiaccio

Elen si morse il labbro, sapendo che aveva detto più di quanto doveva: se raccontava di Emma infrangeva la promessa che aveva fatto ad Alexander: -Nulla, lascia stare. Credo sia ora di dormire, domani ci attende una giornata impegnativa.- disse e si buttò sul letto, dando le spalle alla sua amica.

-Buonanotte…- rispose Deborah, senza però riuscire ancora a credere che quello strano tipo incontrato sul treno fosse senza colpe.

La mattina arrivò troppo presto, o almeno questa era l’impressione di Alexander. Si alzò di malavoglia e spense la sveglia che aveva messo sul cellulare con movimenti al limite della violenza contro un oggetto inanimato.

Si avviò verso il bagno, dove si lavò la faccia con acqua fredda, in modo da sembrare meno stanco di quanto in realtà fosse. Tornò vicino al letto, accanto alla pila di vestiti su cui troneggiava la causa del suo malumore. Prese il quadernetto e rilesse le ultime righe, cercando di capire come far scappare Emma da quella situazione…

Era insieme ad altre otto-nove persone sul letto. L’odore di sudore e di paura era insopportabile. Una delle guardie aprì di scatto la porta della baracca al grido di “Aufstehen!”. Loro non sapevano cosa volesse dire, ma se per la terza volta che si sentiva quell’urlo qualcuno non era in piedi, veniva picchiato.

Emma, spaventatissima come sempre, uscì insieme agli altri detenuti dalla baracca, verso il piazzale dove li avrebbero contati. Due interminabili ore la mattina, altrettante la sera. Al gelo, al caldo… non faceva differenza.

Quel giorno, però, era diverso. Si poteva sentire una vena di tensione che non si era mai sentita nelle voci degli aguzzini. Inoltre, il treno che di solito veniva svuotato dai nuovi arrivati, questa volta era riempito di soldati. La confusione serpeggiava tra gli internati così come la paura si stava diffondendo tra i tedeschi. Emma non riusciva a capire perché in quella fredda mattinata di metà Gennaio i nazisti volessero abbandonare quel campo…

Eppure Emma era praticamente salva. Lo sapeva, voleva che si salvasse. Perché, allora, Elen aveva reagito così bruscamente?

Facendo mente locale, si accorse che in realtà quelle ultime righe non le aveva fatte vedere alla ragazza: erano state scritte ore dopo la discussione in treno. Chiuse il quadernetto e si decise: doveva far vedere che Emma sarebbe stata salva. Si mise in fretta le scarpe e si avviò fuori dalla stanza, verso la hall dell’hotel, dove sperava di poter incrociare Elen.

Rimase di fronte alle porte degli ascensori per mezz’ora, prima di desistere nella sua attesa. Continuava a ripetersi sottovoce che sarebbe arrivata, che avrebbe rimesso tutto a posto. Ogni volta che le porte si aprivano, gente che non conosceva usciva, diretta verso l’esterno dell’hotel, incurante del ragazzo che reggeva un quadernetto sgualcito. Sconfortato, dopo un’estenuante attesa, Alexander fu costretto a rientrare in camera per mettersi il cappotto, in quanto il pullman che lo avrebbe portato, insieme a molti altri della comitiva, al campo di Aushwitz, sarebbe partito di lì a dieci minuti.

Rientrò in camera e prese il cappotto pesante, si infilò il quadernetto nella tasca e chiuse nuovamente la porta della camera. Nuovamente riprese l’ascensore verso il piano terra e uscì al freddo. Salì sull’autobus e si sedette, pronto per i trenta minuti che lo separavano dalla meta di quel viaggio.

-Sicura che non vuoi scendere?- chiese Deborah a voce alta, in modo che Elen la sentisse

-Per ora no, non voglio uscire- rispose la ragazza da dentro il bagno della camera

-Coraggio, Ele… So che stai ancora male per quel ragazzo-

-Alex-

-Eh?-

-Si chiama Alex.-

-Va bene, per Alex… ma non devi buttarti giù di morale così. Inoltre, se non esci entro cinque minuti faremo arrivare tutti in ritardo per la visita al campo-

Da dentro il bagno di sentirono rumori lievi, poi dei passi. La porta del bagno si aprì ed Elen uscì, ancora in pigiama: -Tra quanto partiamo?-

-Cinque minuti- rispose con un sorriso Deborah

-Allora meglio sbrigarsi-

Il viaggio in pullman passò in fretta ed la comitiva arrivò alle porte di Aushwitz I alle 9.30. Alexander scese dal mezzo a scrutò velocemente le facce dei passeggeri degli altri autobus, ma non riconobbe nessuno. Triste ed anche preoccupato per la mancanza delle due ragazze, si diresse insieme agli altri all’entrata del campo, dove li aspettava una guida che li avrebbe condotti per i vari “block”. Alex seguì il sentiero che probabilmente avevano percorso migliaia di persone prima di lui ed alla vista della scritta “Arbeit Macht Frei” il suo cuore mancò un battito.

-È terribile, vero?- sentì dire da una voce alle sue spalle

-Già- rispose prima di girarsi verso il suo interlocutore. Non fece in tempo a riconoscere lo sguardo di Elen che questa gli sorrise

-Elen!- disse Alexander, sorpreso di vederla

-Shhh! Porta rispetto!- disse a bassa voce la ragazza.

-Credevo non volessi più vedermi-

-Infatti è così… ma ho capito che non sei te a decidere, bensì la tua “creatura”. Succede anche a me di creare qualcosa di cui non mi ritengo responsabile-

-Già… ma senti, sono andato avanti con la storia di Emma e tu non hai letto l’ultima parte- dicendo così, si infilò una mano in tasca per prendere il quadernino, solo per trovarla vuota: -Non c’è più…- disse, cercando a terra con lo sguardo uno dei pezzi più importanti di sé.

-Cosa?-

-Emma, il quadernino… non c’è più!- disse disperato, dopodiché guardò Elen. Aveva un sorriso stampato in faccia: -Cos’hai da ridere?-

-Io? Beh, diciamo che un uccellino mi ha portato un regalo…- e dicendo ciò portò davanti agli occhi di Alex il quadernino dalla copertina nera.

-Oh, lo hai trovato! Non so come ringraziarti-

-Finisci la storia- disse semplicemente Elen

-Ma non ho più pagine libere, purtroppo-

-Per questo ti ho preso un regalo- e la ragazza porse un pacchetto bianco ad Alex. Il ragazzo lo prese e guardò Elen con uno sguardo interrogativo: -Aprilo- disse Elen.

Alexander aprì il regalo, trovandoci dentro un quadernetto di dimensioni simili a quello che aveva utilizzato sino a quel giorno. Un quadernetto con la copertina rigida, nera, fatta in modo da non potersi rovinare

-Io… io non so che…- disse imbarazzato

-Non ti preoccupare. Ti perdono per aver messo nei pasticci Emma. Però mi prometti che nel viaggio di ritorno riempirai un bel po’ di quelle pagine.-

-Io… te lo prometto-.

I due ragazzi stettero uno di fronte all’altra, finchè Deborah non arrivò: -Che sta succedendo qui?-

-Niente- risposero in coro i due

-Stavamo solo progettando il da farsi nel viaggio fino a Milano…- aggiunse Elen.

-Beh, per il momento siamo ancora ad Aushwitz, nella Giornata della Memoria. Avrete tempo di fare progetti dopo-

-Sì, ha ragione- disse Elen

-Ok, andiamo. Il gruppo si muove- disse Deborah andando avanti

-Arriviamo- rispose Alex. Guardò Elen negli occhi, le prese la mano e varcarono l’entrata del campo.

Loro due, insieme ad Emma.

mercoledì 9 marzo 2011

Corrispondenze - Cap. 7

Il sole era alto nel cielo e quando Alex fermò la penna ed alzò gli occhi rimase accecato dalla luce che si rifletteva su un paesaggio completamente imbiancato. Lo spettacolo fuori del finestrino era del tutto cambiato rispetto ai colori del giorno prima e qualsiasi particolare propendeva a fargli pensare che fuori facesse un freddo intenso. Oramai mancavano poche ore all’arrivo. Il suo cuore era pieno di sensazioni strane, mutuate da quel viaggio indietro nella storia e da quel viaggio dentro di sé, che la storia di Emma gli aveva imposto.

Il bagliore dall’esterno lo costrinse a girare il volto dalla parte opposta al finestrino, incrociando così gli occhi di Elen. La ragazza non aveva distolto un attimo il suo sguardo dal viso del ragazzo. Si era soffermata su ogni piega della bocca, sulle labbra che, mentre lui scriveva, si smangiucchiavano l’una con l’altra, prima all’insù e poi all’ingiù, sulla testa che reclinava accompagnando il senso della scrittura, sulle mani che ogni tanto grattavano la testa come a volerne scuotere i pensieri. Alex le sorrise e a lei, di rimando, si illuminarono gli occhi.

martedì 8 marzo 2011

Corrispondenze - Cap. 6

Cap 6

Lo scompartimento era vuoto, Deborah era andata chissà dove, ed i due ragazzi si sedettero vicini, accanto al finestrino. La giornata sembrava solatia, e tra un paio d’ore sarebbero arrivati. Alexander prese il suo prezioso quadernetto gualcito dall’uso, e tenendolo in grembo guardò negli occhi Elen, inalberando un sorriso complice.
- Ale! Mi stai dicendo che…
- Sì. Ho deciso che ti presento i miei personaggi.
- Ma perché? Voglio dire: ieri notte tu…
Alexander abbassò lo sguardo sulla copertina lisa, e la accarezzò con infinita dolcezza, poi disse:
- Stanotte è successa una cosa stranissima, che sulle prime … mi ha… spaventato, ecco. – poi alzando lo sguardo sul viso di Elen, continuò - Ma poi ci ho riflettuto meglio: immagino che certe coincidenze non possano avvenire per caso.
- Quali coincidenze?
- Beh, il fatto che noi siamo nello stesso vagone, in questo stesso viaggio della memoria. Il fatto che solo quando ti ho vista ho sentito fluire in me l’energia vitale dell’ispirazione. Il fatto che entrambi fissiamo le immagini, io con le parole e tu con le arti grafiche…
- Continuo a non capire… Che c’entra la mia pittura con i tuoi scritti?
- Adesso vedrai.
E detto questo, aprì per la prima volta ad un altro essere umano il suo quadernetto più prezioso, e iniziò a raccontare:
“Quel giorno una bambina di circa 8 anni era ferma alla fermata del tram, completamente fradicia di pioggia. Il suo nome era Emma.
Emma aveva frequentato la prima e la seconda elementare in una scuola pubblica del suo quartiere, era una ragazzina felice ed amatissima dalla sua famiglia.
Viveva a Milano in una bella casa della piccola borghesia insieme a suo padre ed ai suoi nonni, in quanto sua madre era morta poco dopo la sua nascita…”
Elen ascoltava la storia: ma mentre Alexander narrava, lei osservava il suo profilo. Forse non era bello secondo i canoni machisti imperanti, ma aveva un fascino particolare: la sua voce, forse. O come inclinava leggermente il capo mentre, narrando, la guardava. E quel suo sguardo, che adesso era ispirato, puro, franco.
Istintivamente gli prese la mano, e gliela strinse forte, mentre il racconto proseguiva…
“Emma svolta in una strada laterale, continuando a correre più velocemente possibile e ormai è talmente affaticata da non vedere più dove va. Improvvisamente viene afferrata dalla vita e immobilizzata. L’hanno presa? È il poliziotto?
-Non urlare, fidati di me.- Una voce sussurra vicina al suo orecchio, ma l’unica cosa di cui si preoccupa ora è di ricominciare a respirare regolarmente. E poi di avvisare qualcuno.
Si abbandona tra le braccia di quella persona sconosciuta. Sente una porta chiudersi. Poi salgono le scale. Un’altra porta si apre e poi si richiude.
-Tranquilla piccola, e fidati di me.-"

Ed Elen si fidò. Guardando negli occhi Alexander, Emma provò finalmente sollievo alla sua paura, e gli sussurrò:
- Chi sei?
- E’ meglio se il mio nome vero non sia conosciuto: chiamami zio.
- Ah, va bene. Zio: due poliziotti hanno arrestato la nonna, e stavano rincorrendo anche me, per prendermi…
L’uomo le circondò con un braccio le tenere spalle, e le disse:
- Sii forte! Per la nonna non so cosa potremo fare, ma per te stai tranquilla. Fino a che ci sarà lo zio, nessuno potrà farti male. Come ti chiami?
- Emma. Emma Milani.
- Ah, sei la figlia di Milani: accidenti!
L’uomo scosse la testa, e mentre si sedeva su una sedia un’ombra passò sul suo viso.
- Tuo padre è miracolosamente sfuggito alla cattura, stamattina presto. Era appena arrivato in banca dove lavora, ed improvvisamente un manipolo mi svergognati della polizia politica ha fatto irruzione. Fortunatamente la segretaria di tuo padre, Elen, quella inglese, è riuscita ad avvisarlo appena in tempo, e lui è riuscito ad evitare la cattura… Lei invece…
Emma aveva gli occhi spalancati dalla paura:
- E papà adesso… dov’è?
L’uomo la guardò con profonda tristezza, poi si inchinò verso di lei, le pose le mani sulle spalle e le confidò:
- Non lo sappiamo, Emma. Non lo sappiamo. Speriamo che si sia nascosto, ma starà lontano da casa vostra… Non lo so: mi auguro che sia al sicuro.
La bimba abbassò la testa, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime:
- E… la segretaria?
- Ah, lei? L’hanno portata alla centrale: non tollerano questo genere di collaborazionismo, loro!
- Le faranno… del male?
- Beh… Sì, temo di sì.
- Oh, no! Povera signora…
Emma abbracciò lo sconosciuto, e pianse.

Elen si accorse che Alexander si era fermato nella sua narrazione, e la stava osservando.
- Tutto bene? – le domandò.
- Sì, benissimo: è una storia così… così…
- Ho visto: ti sei commossa…
La ragazza sobbalzò, poi si passò la punta di un dito sotto gli occhi, e si accorse che aveva gli occhi umidi. Imbarazzata, sorrise e disse:
- Ehm, sì… E’ vero: mi capita spesso che…
- Ah…
- No, sai… Ma, ancora non capisco: questa Emma, la sento così vicina a me, così… conosciuta…
Alexander sorrise, scosse un po’ il capo e finalmente aggiunse:
- Forse è meglio che continui la storia…

Un chiassoso vociare risuonò nella via: l’uomo si avvicinò alla finestra chiusa, e attraverso i listelli delle persiane osservò preoccupato la strada. Un gruppo di poliziotti e di miliziani delle SS si stavano disperdendo nei vari portoni della via, alla ricerca di qualcuno.
- Presto, ragazzina, sono già arrivati! Noi dobbiamo andarcene subito da qui!
E presala per una mano, afferrò con l’altra un cappotto scuro e se la trascinò dietro sulle scale che portavano in soffitta.
- Dove andiamo? – piagnucolò con un filo di voce la bambina
- Ssttt! – le intimò sottovoce l’uomo – Ora andiamo in soffitta. Lì c’è un passaggio segreto, che ci farà arrivare nella soffitta del palazzo che è proprio dietro a questo, ma che ha il portone di ingresso affacciato su un’altra strada. Con un po’ di fortuna, mentre loro ci cercano di qua, noi gli sgattaioleremo via sotto il naso..
Entrarono in un sottotetto basso, buio e polveroso, ingombro di ogni vecchiume lasciato lì alla rinfusa. L’uomo si accertò che la porta fosse ben chiusa, poi si diresse verso un ammasso di calcinacci, e scostò un paio di vecchie tavole: lì dietro si intravvedeva un pannello di legno, che l’uomo spostò di lato.
Emma lo guardava in piedi, zitta e spaventata. L’uomo le sorrise:
- Coraggio, bimba: tra poco saremo fuori da qui.
Poi si piegò davanti al pertugio: un piccolo corridoio corto e basso collegava le due soffitte: lì dentro il buio regnava sovrano.
- Vieni, Emma. – disse l’uomo porgendole la mano.
Quando entrambi furono dentro al corridoio, l’uomo riappoggiò prima le vecchie tavole davanti all’ingresso, poi fece scorrere il pannello di legno: solo allora accese una piccola candela.
Il cunicolo era lungo solo un paio di passi. Sull’altro lato l’uscita era celata da un analogo pannello di legno, questo ancor più vecchio e macilento: l’uomo lo spostò con infinita circospezione. Dietro al pannello apparvero i fondi di 4 vecchi bauli appoggiati al muro: tra di loro filtrava un po’ la luce del giorno. L’uomo spense la candela, e spinse delicatamente i bauli: poi osservò con circospezione la nuova soffitta, ed infine disse:
- Via libera: vieni cara.
Emma entrò un po’ titubante: questa soffitta era più spaziosa e luminosa di quella precedente. Molti mobili erano ammassati così un po’ alla rinfusa, ed Emma incuriosita gironzolò qua e là mentre l’uomo che si faceva chiamare ‘zio’ richiudeva il pannello, e risistemava i bauli.
- Emma: dobbiamo trovare un nome nuovo per te. Se hanno arrestato la nonna, ed hanno cercato di prendere tuo papà, quei maledetti staranno cercando anche te. Scegli tu: che nome preferiresti?
Mentre si aggirava tra i vecchi mobili, Emma rifletteva sulla fuga fortunosa del padre alla cattura, e sulle azioni così coraggiose di quella segretaria inglese, a lei del tutto sconosciuta, che aveva messo a repentaglio se stessa per favorire il suo papà. D’un tratto giunse davanti ad un vecchio comò, sul quale troneggiava una grande specchiera con il vetro rotto. Quando Emma si specchiò, il cuore di Elen si fermò nel vedere l’immagine che il vecchio specchio le rimandava.

Elen si alzò di scatto, si diresse verso la sua cuccetta, e dopo una piccola ricerca affannosa prese il suo bozzetto dalla cartelletta verde oliva: lo alzò per vederlo meglio e se lo portò dinanzi al viso. La testa le girava, e si dovette sedere:
- Non è possibile!
- E’ proprio quello che ho pensato anche io… - aggiunse Alexander.
- Questo è il ritratto di Emma!
- Esattamente. Proprio come io l’ho immaginata!
Elen si lasciò scivolare il suo bozzetto sulle gambe, e contemporaneamente appoggiò testa e busto allo schienale, mentre il suo sguardo vagava fuori dal vetro, senza vedere nulla.
Il silenzio regnò immobile in quello scompartimento per lunghi attimi, mentre i due ragazzi assimilavano la sorpresa.
Poi Alexander sussurrò:
- Allora? Che si fa?

- Ho appena deciso. – rispose la ragazza mentre manteneva lo sguardo fisso, guardando fuori dal vetro del treno - Il mio nuovo nome non sarà più Emma, ma Elen, come la segretaria di papà. – poi alzò fiera il giovane capo da ragazzina di soli otto anni e si girò verso l’uomo che l’aveva salvata dal poliziotto, quindi aggiunse – Io sarò coraggiosa come quella donna! Ma.. io posso chiamarti… ‘Zio Ale’?
L’uomo scosse le spalle, e annuì:
- Certo, Emma.. Anzi, Elen! Ora però dobbiamo andare: vieni, su.
E presala per mano, si diressero verso la porta di uscita dalla soffitta. 

(segue)

lunedì 7 marzo 2011

Corrispondenze-Cap.5

Rimase lì così,fermo,con gli occhi spalancati a fissare quel foglio senza riuscire a dire niente.
"Com'è possibile?"
Era lei,non poteva essere nessun altro.
L'aveva disegnata perfettamente uguale a come Alexander l'aveva immaginata e descritta sul suo quadernetto,con quei tratti dolci e delicati,ed uno sguardo pieno di dolore ma allo stesso tempo infantile,normale per una bambina.
Avrebbe voluto poter dire qualcosa,qualsiasi cosa;ma in quel momento nessuna frase che pensasse gli sembrava adatta.
-Allora,ti piace?-chiese speranzosa la ragazza.
-Io...io..non-
-Si bè,ammetto che non è uno dei lavori migliori che abbia mai fatto,ma quando ho iniziato a disegnare mi è arrivata una tale enrgia che le mie dita hanno continuato come se non fossi io a comandarle e...ed è venuto fuori questo.Ecco tutto.-
-Emma..-
-Come hai detto scusa?-
Alexander sembrò cadere dalle nuvole e tornare alla realtà,era buoi fuori,lui era lì a guardare un miracolo e l'unica cosa che gli venne in mente da dire fu:
-Niente niente,scusa ma adesso mi è venuto sonno,buona notte-
Si raggomitolò nella coperta e si distese sul letto,mentre Elen si alzò di scatto per frgli posto.
E mentre guardav quel ragazzo scioccata e delusa,strinse a se il suo disegno,lo poggiò vicino al letto e si distese anche lei coprendosi il viso con la coperta trattenendo le lacrime.
Intanto Alexander non dormiva.Pensava.Si domandava come avesse potuto succeder una cosa simile.
Inoltre,sarà stato perchè era ancora scioccato o altro ma era di nuovo bloccato sulla storia.
Provò a chiudere gli occhi e a concentrarsi.Niente.
"Uffi!"
Provò e riprovò più volte a farsi venire un'idea,un'ispirazione,ma non succedeva niente.
Intanto,mentre ripensava a quel disegno e a quella ragazza che l'aveva tanto sorpreso,gli occhi gli si chiusero piano impercettibilmente e l'oscurità della notte lo cullò in un sonno profondo.

Il risveglio invece,fu molto meno tranquillo: i raggi del sole lo accecarono di primo mattino e con molta sorpresa trovò una delle due ragazze già sveglia.
-Buongiorno-disse Deborah,guardandolo con quello sguardo glaciale.
-Buongiorno-rispose lui,poi si guardò intorno-Dov'è Elen?-
-è andata a fare colazione alla cabina-ristorante,ma mi è sembrata molto giù di morale-
Alexander ringraziò velocemente e si diresse verso la cabina-ristorante.
Lei era lì.Con i capelli ancora arruffati e lo sguardo che vagava fuori dal finestrino perdendosi nella bellezza del paesaggio.Le si avvicinò.
-Ciao Elen-
Lei voltò velocemente la testa-Ah,sei tu-
-Senti mi dispiace per stanotte-
Diversamente dal solito,quel giorno Alexander era particolarmente loquace,e lo era perchè aveva avuto un'idea speciale...
La ragazza fece spallucce e lui senza pensarci due volte le prese la mano e disse:
-Vieni,torniamo in cabina,ti voglio"presentare"una persona-
-E chi è?-
Lui si voltò a guardarla e le sorise.
-Emma-

venerdì 4 marzo 2011

Corrispondenze - Cap. 4

Cap. 4
-non ne vuoi parlare eh?- chiese Elen ad Alexander - beh…ti capisco ma, credimi, puoi fidarti di me….so tenere un segreto-
- scusa ma di quale segreto parli?-
- no è solo che ti ho osservato per tutto il giorno,  da quando siamo salite, e,non so, forse è solo una mia impressione, ma quando scrivi su quel quadernetto…è come se prendesse forma e corpo un’altra persona…come se stessi vivendo delle emozioni che non sono proprio le tue-
Alexander si stava chiedendo se non fosse il caso di iniziare a fingere una stanchezza che non aveva…che ne so, sbadigliare …. in modo da evitare la conversazione….ma poi era proprio quello che desiderava? In fondo Elen stava solo cercando di fare un po’ di conversazione….all’una di notte…nel vagone letto di un treno diretto in Austria….
- no…scusa…lascia stare…notte-
Elen riconobbe la più breve conversazione di tutta la sua vita….con velocità felina si rimise sotto le coperte, alzandole fino a nasconderci dentro il viso e si maledisse: cavolo…penserà che ci volevo provare…
Che fosse stato scortese Alexander se lo riconobbe…ma che cosa avrebbe pensato lei di tutta questa storia? Lo avrebbe etichettato come tutte le altre : lo sfigato con la passione per la scrittura….poteva davvero fidarsi di lei? Avrebbe saputo davvero custodire il suo segreto?
 -Elen- bisbigliò Alexander per non disturbare il sonno di Deborah
Elen rispose un sottilissimo -siiii- da sotto la coltre delle coperte
- scusa…non vorrei averti dato l’impressione di essere maleducato…ma….-
Conversazione in arrivo, pensò subito lei…uscendo pian piano dal suo rifugio di cotone e lana come un cucciolo che esce dalla cuccia bramoso di latte ma timoroso….i capelli un po’ scompigliati le nascondevano parte del viso e lei se li sistemò alla meglio che poteva, facendosi una coda bassa con un elastico di spugna, color arcobaleno, che teneva al polso.
Appena i loro sguardi si incrociarono, entrambi abbozzarono un sorriso e lui….sentì che si poteva fidare.
Alexander fece cenno di poter condividere la sua parte di letto e lei, col suo pigiama blu scuro, vi si  appallottolò senza alcun indugio.
- dicevi??-
Accidenti, pensò Alexander, questa vuole proprio conversare…
- ci sono storie che mi coinvolgono, mi catturano, mi portano altrove…e quando scrivo non capisco mai dove finisco io e dove iniziano loro, i personaggi…e spesso le loro paure sono anche le mie e le mie diventano le loro…e questo…..ti sembro….-
-non finisci tu e non iniziano loro….loro sono parte di te, prendono vita da te, e nascendo da te….loro sono le tue paure, le tue gioie, i tuoi dolori…..insomma loro sono te e tu sei in loro…mi sembri…normale…..ma ora sei ad un punto morto, dicevi, giusto?-
- sì, sento che qualcosa mi sfugge-
- beh..dovrei conoscere la storia per poterti suggerire qualcosa-
- no, non….-
- non sei ancora pronto a condividerla, è ancora troppo tua. Sai capita anche a me….
- scrivi…-
- no no….non ne sono assolutamente capace e, giuro, ti invidio infinitamente per questo….no, io ….dipingo..o almeno cerco…ma quando butto la tempera sulla tela….è come se ci mettessi una parte della mia anima…una parte di quella tempera sono io…poi il pennello traccia, racconta, finisce, è la mia mano che traccia,dipinge, disegna…una parte di me che continua fuori da me. Sai è curioso ma tutti i quadri che ho dipinto…non …non ne ho mai regalato, venduto, donato nessuno-
-beh forse ci sei affezionata-
-no….è che quei quadri sono me e io sono in loro…e staccarmene sarebbe come vivere senza un braccio o una gamba o un occhio….insomma tutto quello che ho dipinto fino ad ora  è tutto quello che non sono riuscita a dire con le parole…che mi spaventa dire con le parole…..-
- ti spaventano i tuoi quadri?-
- beh…no, non tutti…qualcuno…senti lo so che è l’una di notte e che non mi conosci nemmeno, ma ti sei fidato di me e io voglio fidarmi di te….ti va di…..di vedere il mio ultimo bozzetto…così …tanto per vedere che cosa dipingo …senza nessun impegno…puoi anche dirmi che non ti piace…-
- sì, volentieri- risposi per cortesia…non ero un grande appassionato di pittura, in realtà ne capivo ben poco, ma mi spiaceva davvero essere scortese e dirglielo proprio in piena faccia…alla fine si trattava solo di un bozzetto, giusto?
Elen con l’eleganza e la leggerezza di un gatto cercò, senza fare alcun rumore, nel suo borsone e ne tirò fuori una cartelletta verde oliva…..
- l’ho disegnato qualche notte fa..sì…beh…mi piace dipingere anche di notte…sai com’è…noi “artisti da quattro soldi”…..che ne pensi?-
Alexander prese il bozzetto e rimase immobile…deglutì diverse volte, guardò Elen, incapace di proferire parola. Il bozzetto ritraeva il volto di una bambina di, all’incirca, otto anni: era lei….su quel foglio il suo viso…il viso di Emma.



(segue)

giovedì 3 marzo 2011

Corrispondenze - Capitolo 3

“Perché la nonna? Cosa ha fatto di male la nonna? Niente ovviamente, ma perché sto mettendo in questa situazione anche lei? Non basta il dolore di quella piccola?”

I pensieri di Alexander correvano insieme al treno, correvano, si fermavano, continuavano a correre, gli saltavano addosso e poi scappavano lontano. La sua mente era decisamente altrove.

E si lasciava coinvolgere forse troppo dai suoi racconti. Insomma era solo la sua immaginazione, eppure sentiva che doveva stare con quella bambina, doveva guidarla. Aveva il potere, poteva tirare una riga sopra quei poliziotti e sostituirli con la figura confortante del nonno.

Ma non ci riusciva, non poteva farlo. I poliziotti erano li per un motivo e dovevano rimanerci.

Improvvisamente incrociò il suo stesso sguardo riflesso nel vetro del finestrino e sussultò.

Non si aspettava di trovare due occhi davanti a sé, nemmeno i suoi. Si voltò lentamente, stupito dall’improvviso silenzio. Le ragazze dormivano, tutto il treno probabilmente dormiva. E lui, all’una di notte era probabilmente l’unico sveglio a rimuginare. Non riusciva a staccare la mente, i suoi pensieri in un modo o nell’altro tornavano sempre a quella piccola figura dai grandi occhi spaventati. Fece per riaprire il suo libricino, ma una voce lo bloccò.

- Non dormi mai tu? - si voltò verso la voce e trovò Elen che lo fissava sorridendo, appoggiata sui gomiti.

- Scusa, ora spengo la luce e ti lascio dormire in pace. - rispose lui a voce bassa, staccando gli occhi da quelli della ragazza. Lei ridacchiò e si mise a sedere a gambe incrociate.

- Figurati, non è un problema. Il problema sarà resistere con ore di sonno arretrato. - lui annuì e mise da parte il suo libretto.

- Se posso chiedere… Cos’hai da scrivere tutto il tempo? - chiese con tono divertito.

- Idee, pensieri. Nulla di speciale. - “Si, idee, pensieri, ma anche emozioni, sentimenti, che diventano le emozioni e i sentimenti dei miei personaggi. Sono tutti autoritratti, ma con volti e storie diverse. Io sono i miei personaggi, sono loro. Ma questo non ho il coraggio di ammetterlo ad alta voce. E mi sento stupido anche a pensare da solo.”

- Scrittore? - chiese lei sorridendo.

- Ci provo. - rispose Alexander portando di nuovo lo sguardo fuori dal finestrino.

- E che scrivi di bello? - “Ma quante domande…” sbuffò involontariamente.

- Ok, torno a dormire. - rispose rapidamente lei, rimettendosi sdraiata.

- No, scusa. È per la storia che sto cercando di scrivere. -

- Bloccato a un punto morto? -

- No. È come… è come se stessi cercando qualcosa, senza sapere cosa. È come se volessi parlare di qualcosa che continua a sfuggirmi. -

- E tu corrigli dietro. -

Corrigli dietro.


I due poliziotti improvvisamente si alzano di scatto e si avvicinano alla nonna.

- Nonna! - la piccola si mette in mezzo, cercando di fare qualcosa contro quei due uomini che sembrano intenzionati a fare del male alla sua nonna.

- Levati dai piedi. - è la dura risposta di uno dei due, accompagnata da una spinta che la manda contro lo stipite della porta. Gli occhi si riempiono di lacrime e la piccola si accuccia per terra, mentre la nonna tra urla e proteste viene trascinata fuori casa dai due. Il silenzio cala quando i tre escono dalla casa, in strada.


“Corri Emma, corri.”


La piccola si asciuga gli occhi e si rimette in piedi. Raggiunge l’ingresso con gambe tremanti e dopo essersi accertata di non essere vista dai due poliziotti comincia a correre lungo la strada.

-La bambina! Maledizione la bambina!- uno dei due si accorge della sua fuga e si mette a correre dietro a lei. Emma corre più veloce di quanto non abbia mai fatto.

Deve avvisare qualcuno, deve parlare con chi può aiutarla. E scappare a quel poliziotto che ansima dietro di lei urlando imprecazioni e insulti agli ebrei.

Perché questo odio? Perché?

Emma svolta in una strada laterale, continuando a correre più velocemente possibile e ormai è talmente affaticata da non vedere più dove va. Improvvisamente viene afferrata dalla vita e immobilizzata. L’hanno presa? È il poliziotto?

-Non urlare, fidati di me.- Una voce sussurra vicina al suo orecchio, ma l’unica cosa di cui si preoccupa ora è di ricominciare a respirare regolarmente. E poi di avvisare qualcuno.

Si abbandona tra le braccia di quella persona sconosciuta. Sente una porta chiudersi. Poi salgono le scale. Un’altra porta si apre e poi si richiude.

-Tranquilla piccola, e fidati di me.-