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martedì 5 aprile 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Epilogo

Pietro non poteva crederci, era furibondo, ma come osavano dire tutte queste menzogne su di lui, ma di cosa stavano parlando?
Per un momento l’istinto era stato quello di gridare la sua innocenza e forse anche quello di mettere le mani addosso al tale dell’Interpool, ma non aveva significato opporsi a quegli uomini in mezzo a un atrio dell’aeroporto, con mille potenziali testimoni intorno.
La cosa migliore era stata congedare Elena, non coinvolgerla in quel guaio, e attendere il momento giusto per reagire.
Una volta giunti nella saletta dell’aeroporto i due carabinieri si accomiatarono e poco dopo giunsero altri due tizi, - Signor Miller siamo De Andrea e Mancini- disse uno dei due mostrando il tesserino dell’Interpool, - credo ci stesse aspettando, come preventivato prendiamo noi in custodia il Signor De Luca, abbiamo l’incarico di portarlo in una sede segreta per poterlo interrogare, un elicottero ci attende per il trasferimento, ma lei ne e’ già al corrente vero? -
Il Signor Miller annuì silenzioso.
Pietro era fuori di se:- State scherzando? Ma chi cazzo siete?
Io non vengo da nessuna parte se prima non mi date una spiegazione-.
- Signor De Luca, non e’ nella posizione di poter chiedere nulla, ci segua senza fare storie o non farà altro che aggravare la sua situazione-.
I due tizi dell’Interpool lo presero forzosamente per un braccio e in gran fretta si allontanarono sparendo dal campo visivo del signor Miller.
Un elicottero li stava aspettando, salirono, chiusero il portellone e volarono via nel rossore dell’alba milanese.
Pietro guardava con occhi attoniti i suoi carcerieri, ancora non riusciva a capacitarsi dell’accaduto, era furibondo, i suoi battiti cardiaci erano come impazziti, la rabbia gli stava montando, si poteva percepire dal rossore del suo viso e dall’espressione rabbiosa che aveva stampata sul volto: - Ma di cosa stava parlando il vostro collega prima? Truffa, falso e furto ai danni di più persone, ma voi state scherzando! Ma sapete chi sono io? E cosa faccio nella vita? No evidentemente non ne avete la minima idea, anche perche’ se no non sarei su un elicottero a parlare con due stronzi come voi che mi stanno portando non so dove e a fare chissà cosa! Cazzo, fatemi chiamare immediatamente il mio avvocato, e’ un mio diritto, e non statemi così addosso che mi levate l’aria, tanto dove volete che vada, siamo su un elicottero!-.
I due si guardarono per un istante negli occhi e dopo poco Mancini si decise a parlare: - Per prima cosa cerchi di stare calmo e di moderare i termini, secondo, il signor Miller non e’ un nostro collega, in realtà siamo due agenti dei servizi segreti, siamo noi ad aver inventato le accuse a suo carico per poterla convincere a far parte di una missione atta a riportare in Italia un grosso criminale internazionale che in questo momento si trova in gravi condizioni in una località vicino a Kabul. In seguito ad un’esplosione in un attentato terroristico e’ rimasto gravemente ferito e lei e’ l’unico ad essere in grado di poterlo salvare, perche’ purtroppo tutti i chirurghi,dopo gli ultimi attentati avvenuti a Kabul, sono voluti rientrare in patria.
Non si faccia altre domande, si fidi, verrà ricompensato adeguatamente, alcune forti sovvenzioni sono pronte per essere investite nel suo progetto in Perù, basta che lei ci segua e non faccia nessun’altra domanda, inoltre se collaborerà con noi lasceremo cadere tutte le false accuse che abbiamo volutamente costruito su di lei. Se accetta la portiamo immediatamente in un aeroporto privato dove l’attende un aereo che la porterà a Kabul, una volta arrivati, avrà un paio d’ore a sua disposizione e poi verrà trasferito in una località segreta. Dovrà operare la persona, accertarsi per alcuni giorni che tutto sia andato bene e poi finalmente potrà tornare in Perù dimenticando questa sporca faccenda, con la fedina penale pulita e con un bel gruzzolo da investire nel suo progetto.
Pietro rimase a bocca aperta, era allibito, mai avrebbe pensato di potersi trovare in una simile situazione.
Pietro senza neanche pensare un momento, disse: - Ma ve lo potete scordare! Riportatemi immediatamente all’aeroporto da dove siamo venuti, io parto per il Perù, non ne discutiamo neanche!
- Signor De Luca ci rifletta un momento, quando mai le capiterà un'altra occasione così, in fondo non deve far altro che quello che e’ abituato a fare, salvare vite umane, solo che in questo caso ne avrebbe un grosso tornaconto economico che le risolverebbe parecchi problemi, in fondo le chiediamo solo un paio di giorni della sua vita!.
Pietro si fermò per un momento a pensare, in fondo cosa aveva da perdere?
E poi quel denaro gli faceva comodo!.
- Accetto, ma solo a condizione che oltre a quello che mi avete già promesso, dovrete assicurarmi di dare un’ulteriore somma in denaro al gruppo di Emergency, che ha base a Kabul, diciamo…un milione di euro?
I due agenti si parlarono fitto nell’orecchio per lunghi momenti…
- Diciamo cinquecento mila euro e chiudiamo la faccenda? -
- Affare fatto- disse Pietro.
Dopo lunghe ore di volo Pietro atterrò a Kabul.
Come previsto ebbe a disposizione un paio d’ore prima di essere trasferito.
Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto di quel tempo a sua disposizione, sarebbe andato alla Chai-Khune ( casa del te’) dove tanto aveva amato passare il suo tempo pensando ad Irene.

Per Irene la vita a Roma scorreva nella quotidianità.

Mi trovavo nel mio piccolo appartamento di Roma.
Mentre preparavo la colazione i miei pensieri volavano alla ricerca del viso di Pietro, delle sue labbra, delle sue parole che così tante volte mi avevano aiutato ad uscire dall’inquietudine che mi pervadeva.
Non riuscivo a credere che potesse essere così diverso da come ero sicura che fosse, non potevo credere che avesse potuto essere così codardo, così vigliacco da aver abbandonato la sua famiglia, la sua bambina appena nata.
Alice seduta vicino a me nel tavolo della cucina, disegnava,
mondi fantastici l’accompagnavano e le tenevano compagnia nel silenzio di quella stanza.
Era felice.
Un profondo turbamento pervase la mia anima rendendo il mio corpo schiavo di emozioni rimaste per lunghi anni seppellite sotto la polvere dell’oblio.
Guardai l’orologio – E’ tardissimo!!! Alice andiamo o faremo tardi a scuola - - Si mamma vengo! –
Accompagnai Alice a scuola per poi ritrovarmi nuovamente sola con i miei pensieri.
Il cielo azzurro improvvisamente venne coperto da bianche nuvole accarezzate da un vento sottile che le trascinava verso mondi lontani.

Decisi di concedermi un paio d’ore in un luogo dove fin da giovane amavo rifugiarmi a riflettere e a scavare nell’anima alla ricerca del mio io più profondo, sicuramente un luogo inusuale per molti, ma io seduta su quella panchina, sotto una quercia secolare, all’interno del cimitero, mi sentivo libera di mettere a nudo i miei pensieri.
Circondata dal silenzio rotto solo dal cinguettio dei passeri indaffarati a inseguire la vita,
inspiegabilmente mi assopii.

L’aereo atterra all’aereoporto di Kabul, il più povero che si possa immaginare, dopo aver espletato le lunghe procedure d’ingresso mi ritrovo in quelle strade tanto familiari, affollate di pick-up dell’ONU e delle ONG, intasate dagli innumerevoli taxi gialli e dall’aria irrespirabile a causa del forte inquinamento.
Prendo un taxi, passo attraverso il bazar, cuore di questa meravigliosa città, le piramidi di frutta, i rossi pomodori, i cetrioli e i melograni esposti in grosse ceste, incantano i miei occhi mentre un raggio di sole gioca con i colori delle stoffe.
Antichi pastori con le loro greggi sostano sul piazzale facendo abbeverare i loro animali.
Quante volte ho rivisto nei miei sogni queste immagini, quante volte ho rivissuto il mio amore per Pietro attraverso di esse.
Appena mi allontano da Kabul la distruzione e’ totale, nulla e’ stato risparmiato.
All’interno del taxi mi libero un momento dal foulard che avvolge i miei capelli, un gruppo di donne ferme sul ciglio della strada mi osservano ed invidiano per un momento i miei capelli liberi di essere accarezzati dall’aria che penetra dal finestrino abbassato,
mentre con le loro mani trattengono i loro azzurri burka che veleggiano al vento, gli regalo un sorriso.
Ora so esattamente dove sto andando.
Sono davanti alla Chai- Khune dove tanto amava Pietro raccogliere i suoi pensieri.
Sulla porta due vecchi stanno giocando a “ takhte “, antico gioco di dadi.
Posso percepire la tua presenza, sento vive dentro di me le tue parole, sono parole d’amore, si, di un amore che nonostante tutto non si e’ cancellato con il tempo e l’essere nuovamente in questi luoghi l’ha riportato in vita.
Sento la tua voce sussurrarmi dolci parole, sento le tue mani percorrere il mio corpo bramose di una nuova intimità, sento il rimpianto di un uomo che per non far soffrire, ha sopportato in silenzio la pena più grande, quella di non poter più vedere la donna amata.
Ti sento.
Alzo gli occhi verso il cielo azzurro coperto da bianche nuvole arrivate da mondi lontani,
posso vedere due aquiloni dai colori pastello volteggiare nel cielo fino a lambire le nuvole, si inseguono, si sfiorano, sembrano proporre un antico rituale d’amore.
Un boato
un bagliore improvviso illumina il cielo
gli aquiloni sembrano perdere il controllo, i loro fili si avvolgono come in un disperato ultimo abbraccio, per poi sparire per sempre oltre l’orizzonte.
L’azzurro cielo viene coperto da grandi nuvole nere cariche di pioggia e
impalpabili gocce d’acqua simili a lacrime bagnano il mio triste viso.

Le fresche gocce mi destarono dal sopore in qui mi trovavo,
una stilla d’acqua si posò sulle mie labbra e mi stupii del suo sapore salmastro.
Un’inquietudine mai provata si impossessò del mio corpo, ancora non riuscivo a capire ciò che mi stava accadendo.
Camminando lentamente, senza fretta, nonostante continuasse a piovere, mi avvicinai a casa, mi infilai nel portone salii le scale che mi separavano dal mio piccolo appartamento, vi entrai, mi spogliai e feci una doccia bollente.
Avvolta in una calda coperta mi raggomitolai sul divano stringendo nella mano il cuore d’ambra che evocava la nostalgia di te.

Accesi il televisore.
Il telegiornale
Un’edizione straordinaria
- Muore in Afganistan il noto chirurgo di guerra Pietro De Luca, in seguito all’esplosione di un IED che ha investito il mezzo su cui viaggiava in una zona nei pressi di Kabul…….-
Solo in quel momento capii.

A Kabul ho ritrovato ciò che pensavo perduto
ho ritrovato la tua antica espressione degli occhi
ho trovato momenti di verità e d’amore.
Un sogno non si distrugge
rimane per sempre scolpito nel cuore di chi sa ascoltare.

lunedì 4 aprile 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 7

Mi preparai nel più breve tempo possibile, ansiosa come non mai di cominciare questa avventura con l’uomo che amavo e che mi amava. In meno di cinque minuti ero riuscita a svegliarmi, prepararmi e a chiudere la porta di casa.

Aspettando Pietro sul marciapiede di fronte a casa mia, la mia mente vagava, percorrendo i più bizzarri dei sogni. Partendo dal meraviglioso volo che ci aspettava, passando dal lavoro che ci avrebbe atteso per poi finire alle notti che avremmo passato insieme…

Meno di dieci minuti dopo, Pietro arrivò a bordo del taxi

-Dai, sali, che ci attende un lungo tragitto- mi disse, accogliendomi con un sorriso. Io misi le valigie nel portabagagli, accanto alle sue, e mi accomodai nel posto rimasto libero

-Allora, sei pronta?- mi chiese prima di baciarmi

-Sì. Non potrei desiderare altro al mondo, ora, se non essere qui con te-

-Sono contento che tu l’abbia detto-

Il taxi percorse velocemente le strade del capoluogo lombardo, facilitato dall’orario. L’aeroporto di Malpensa apparve ai nostri occhi illuminato a giorno, pronto a portare i temerari viaggiatori della notte ovunque avessero scelto di recarsi.

Scesi dal taxi ci dirigemmo subito al check-in con Pietro che teneva in mano i nostri biglietti, acquistati con un mese di anticipo. Tutto quello che avrei potuto desiderare era a 17 ore di volo. Diciassette ore da passare, fianco a fianco, con l’uomo che amavo.

Il rumore delle ruote del trolley che mi ero portata, oltre ad una valigia in senso stretto, rimbombava in tutto l’aeroporto. Ci incamminammo verso il primo sportello aperto e Pietro mostrò i documenti alla commessa. Mentre aspettavamo la conferma dei posti, io e Pietro ci scambiammo un lungo sguardo. Intenso, penetrante, lo stesso che mi aveva fatto cadere tra le sue braccia la prima volta che l’avevo visto. Avvicinammo i nostri visi, pronti a scambiarci uno di quei baci alla “Addio romantico” che Hollywood tanto amava, quando il nostro momento di intimità venne interrotto dalla voce della commessa

-Chiedo scusa, signor De Luca…- Pietro sospirò e si voltò verso la commessa

-Dica-

-Sono desolata, signore, ma credo ci sia stato un errore. I suoi biglietti non sono validi-

-Come?- chiese arrabbiato. Non potevo crederci… In effetti fino a quel punto mi era sembrato tutto fin troppo bello.

-Può ricontrollare, per cortesia?-

Si sentì il classico rumore di tastiera battuta con leggerezza, ma la faccia della commessa sembrava sempre meno convinta, schermata dopo schermata

-Mi dispiace, signore, ma credo che dovrà rimanere qui-

-Ma che… Va bene. Non è possibile acquistare dei biglietti?-

-Sì signore, ma il volo per cui li ha presi è pieno. Il prossimo è tra quattro ore.-

-Che dici, Elena? Ce la fai ad aspettare ancora un po’ per coronare il nostro sogno?-

Qualunque cosa dicesse, era sempre abilissimo a convincere le persone: -Certo! Ho aspettato un mese prima di arrivare fin qui, qualche ora in più non sarà nulla!-

Pagò in contanti i nuovi biglietti e, una volta ringraziata la commessa, ci andammo a sedere al bar per poter rimanere un po’ svegli. Tra un caffè e l’altro parlammo a lungo, progettando il nostro futuro in una nazione così lontana. Lontana, ma in compagnia.

Facendo quel viaggio avrei abbandonato tutto ciò che avevo: le mie certezze, il mio lavoro… Eppure se ero con lui, avevo l’ impressione che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Sapevo che lavorare in ambito di aiuti umanitari sarebbe stato difficile, ma per Pietro, questo ed altro.

Inoltre, lui aveva questo fuoco che gli bruciava dentro, questa quasi spasmodica voglia di aiutare gli altri, che gli permetteva di farsi seguire sempre da un nutrito numero di persone, tra le quali ero presente anche io.

Mentre stavamo parlando delle varie operazioni che avremmo dovuto compiere, sentii un uomo chiamare il nome di Pietro con un accento inglese.

-Mister De Luca?-

-Sì, sono io. Posso aiutarla?-

Mi girai anch’io, incuriosita. Di fronte a noi stava un uomo in cappotto scuro, con un distintivo in mano. Non avrà avuto più di cinquant’anni, a giudicare dai capelli. Ai suoi lati, due carabinieri.

-Aaron Miller, Interpol. La prego di seguirci-

-Interpol? Ma cosa…?- chiesi incredula: -Quest’uomo deve partire per un’importante missione umanitaria, non potete fermarlo!-

-Si rilassi, miss. Credo che lei non sappia chi ha accanto.-

-Ma che sta dicendo?- mi girai sconfortata verso Pietro, in cerca di risposte

-Mi dispiace Elena…- mi disse. Si alzò e si mise di spalle al poliziotto, incrociando le mani dietro la schiena.

-Mister De Luca, la dichiaro in arresto per truffa, falso e furto ai danni di più persone, in più paesi. Ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lei-

Seguii gli uomini, dimenticandomi le valigie al bar. Non avevano importanza: -Ma siete sicuri di ciò che state dicendo?-

-Miss, quest’uomo è ricercato in quattro nazioni per aver rubato soldi governativi e di privati cittadini, usando come mezzo il suo progetto di ospedali per i meno fortunati. Inoltre, è stato denunciato per aver lasciato più signore da sole con un figlio.-

Rimasi immobilizzata all’ultima parte della frase. Istintivamente, mi portai una mano al ventre e vidi Pietro essere portato in una saletta dell’aeroporto.

venerdì 1 aprile 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 6


Ero sprofondata nel divano, con una ciotola di patatine alla mia destra ed il telecomando nella sinistra. Dovevo essermi addormentata, da non so quanto tempo. Era forse l’una di notte o giù di lì. La schiena mi doleva come se vi avesse camminato sopra un esercito di militari con gli scarponi chiodati. Mi tirai su prima con le spalle facendo uno sforzo enorme per non urlare, mentre una spada si infilava tra le mie vertebre per appoggiare la sua punta proprio nella zona lombare. Non ero nelle condizioni migliori per partire, ma del resto avevo deciso e quel maledetto mal di schiena non mi avrebbe fatto cambiare idea: l’indomani sarei partita per il Perù.

giovedì 31 marzo 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 5

Capitolo 5

Il vederlo finalmente, di nuovo sul quel piccolo schermo provocò in me un grande turbamento, ed una immensa gioia. Da quando era partito, quella notte a Kabul, era la prima volta che lo rivedevo dopo quasi dieci anni.
Lo avevo cercato, più e più volte, anche tramite gli uffici dell'organizzazione umanitaria per la quale lui lavorava, ma inutilmente: sembrava svanito nel nulla. Ora lo sapevo, era sempre restato in Perù, a lavorare a quel suo progetto di ospedale, protetto dai suoi collaboratori.
Il mio pensiero andò subito a quegli ultimi giorni a Kabul, dieci anni fa.
Le nostre giornate erano scandite dall'arrivo di feriti e ammalati, soldati e civili, Afghani ed occidentali: noi soccorrevamo tutti, a prescindere da differenze di etnia, religione, razza...
E nel poco tempo libero che mi restava, io lo amavo.
Pietro allora era per me l'uomo più giusto e generoso che avessi mai incontrato, e la persona più sexy con cui mi fossi mai trovata. A pensarci ora, non riesco neppure a crederci: come facevamo a lavorare in ospedale per 15, a volte addirittura 18 ore al giorno, e passare le restanti nel mio letto, insieme, lasciando sfogare una passione totale quanto perniciosa!
Quasi senza accorgermene, presi in mano il cuoricino d'ambra: me l'aveva regalato quella volta che mi disse che se ne sarebbe volato in Perù. Parlava con aria ispirata e con voce lievemente distaccata, come se la sua partenza fosse una cosa inevitabile, un obbligo naturale per lui e per tutti noi: anzi sembrava che non fosse nemmeno lui quello che se ne doveva partire, né io quella che se ne doveva restare. Era semplicemente la cosa che andava fatta, e comunque la sua abilità con le parole mi aveva convinta che nulla sarebbe cambiato, che già allora lui aveva anche una moglie e una figlia a Milano, e che era una cosa assolutamente naturale che la nostra storia assomigliasse a quella tra lui e sua moglie: amanti appassionati ma divisi da migliaia di miglia per un motivo superiore, ineluttabile.
Quante volte in tutti questi anni avevo ripensato ai giorni successivi alla sua partenza, nei quali il tempo per me sembrava essere immobile, durante i quali le molte migliaia di feriti che passavano sotto le nostre tende erano tornati per me ad essere una teoria di volti, corpi, ferite tutti uguali, nessuno interessante, nessuno importante, nessuno vero...
Il mio cuore in quei giorni era un deserto, arido e insopportabile; il mio animo era depresso e pieno di speranze disilluse, ed il mio corpo era semplicemente orfano delle sue mani e dei suoi baci. Ma ciò non di meno continuavo ad amarlo, a sognarlo, a desiderarlo, a...
E quando poi, dopo qualche settimana, mi accorsi di quello che era veramente successo tra noi, quando avrei dovevo parlargliene, dirglielo, lui non c'era più, non lo ho più trovato.
Mentre gli occhi mi si inumidivano, come sempre quando riflettevo su queste vicende, mi accorsi che dietro a me nel cafè stava ritta una figura, in piedi immobile.
Sentivo il suo sguardo sulla mia nuca, e lentamente mi girai, per capire chi fosse: due occhi attenti ma non aggressivi mi stavano scrutando da dietro i grandi occhiali da sole tartarugati:
- Salve! Speravo davvero di reincontrarla. - mi disse con voce piatta – Ho portato a casa la bambina... - poi senza tendermi nemmeno la mano fece le sue presentazioni: - Io ero la moglie di Pietro, e lei invece deve essere quella di Kabul, vero?
La mia testa aveva cento pensieri sparpagliati in un turbine di polvere:
- Eh?... Ah, beh.. Sì, immagino di sì... Vuole sedersi un attimo?
La donna dai capelli rosso mogano osservò il locale, poi guardò il tiepido pomeriggio fuori dal cafè, e concluse:
- Preferirei fare quattro passi...
Pagai, e ce ne uscimmo per il corso alberato, dirette decise da nessuna parte.
Fu lei che iniziò per prima a parlare:
- Come vi siete conosciuti?
- Io sono medico anestesista, ed in Afganistan operavo nel gruppo di Emergency, sa, quello di Gino Strada..
- Ah, già. Come se no? Lui.. Pietro, voglio dire... E' un uomo magnetico, vero?
Titubai un attimo prima di risponderle:
- Sì. La persona migliore che mi fosse mai capitato di incontrare.
- Immagino che sia andata proprio così! Anche io me ne sono subito perdutamente innamorata. Poi, d'un tratto, è partito per l'Afganistan...
La donna dai capelli color mogano si schiarì un attimo la voce, poi riprese.
- Gli avevo appena comunicato che stavo aspettando un figlio da lui, ma Pietro ha sentito la 'chiamata', ed è corso ad aiutare un mucchio di altra povera gente, dall'altra parte del mondo.
Io la osservavo, annuendo.
L'avevo sempre saputo: anche da me Pietro era scappato, ma non l'avevo mai voluto ammettere così apertamente con me stessa. Mi ero sempre ingannata, mi dicevo che erano la sua integrità e la sua generosità che lo portavano sempre via, lontano, verso dei nuovi, veri bisognosi..
La donna continuò:
- Dopo Kabul, è tornato a casa qualche giorno, giusto per conoscere sua figlia. Allora abitavo ancora a Milano, nella casa di lui. E' stato in quei giorni che mi ha raccontato di lei, della sua Donna di Kabul, della grande passione che vi univa...
Mentre quella donna parlava così tranquillamente di me, mi sentivo in grande imbarazzo davanti all'amarezza ed alla disillusione con cui mi narrava quegli avvenimenti, e contemporaneamente ero lusingata e felice di sapere che lui mi ricordasse così. Le chiesi:
- Ma... Non le dispiacque sapere che suo marito l'aveva tradita con un'altra donna?
- No. - rispose con voce ancor più piatta – Ormai lo sapevo, ero abituata a risolvermi da sola tutte le situazioni, senza di lui. Ormai lo aspettavo solo per formalizzare la nostra separazione, per lasciare quella casa e quella città che non sono mai state mie, e tornare qui a Roma. C'era una sola cosa che a quel tempo ancora ci univa: Alice.
Un pesantissimo colpo si abbattè sul mio capo, e quasi perdetti l'equilibrio:
- Come ha detto, scusi?... Alice?!?
La donna si fermò, e si girò verso di me: per la prima volta quel giorno sollevò le lenti scure, ed i suoi occhi castani venati da una tristezza inconsolabile mi fissarono per un lunghissimo istante; poi rispose:
- Sì: Alice. Il nome di nostra figlia, quella ragazzina di quasi undici anni che lei ha visto oggi pomeriggio.
Non ci potevo credere: il mio cuore perse un battito, un turbinio polveroso si impossessò di nuovo dei miei pensieri, e per un momento mi sentii le gambe molli sul punto di cedere.
- Anche io ho avuto una figlia... intendo dire una figlia sua... poco più di nove anni fa... - le dissi.
La donna sorrise impercettibilmente, si rimise gli occhiali, e scuotendo appena la testa fece per continuare a camminare, ma io la presi per un braccio e le domandai:
- Aspetti! Mi dica: chi ha scelto il nome? Lei o Pietro?
La donna si bloccò, girò il capo verso di me e rispose:
- Pietro non c'è più stato. Dopo che quel pomeriggio è partito, non l'ho quasi più sentito, ed ho dovuto fare sempre tutto io, da sola. Io ho scelto il nome di nostra figlia: lui era là in Afganistan, a curare feriti e malati che nemmeno conosceva.
Apprezzai che non avesse fatto cenno al fatto che in Afganistan ci fossi anch'io con Pietro, mentre loro figlia nasceva. Poi lei continuò:
- Ma perchè le interessa così tanto la storia di questo nome...?
Udii la mia voce che stentava ad uscirmi dal petto, tremula:
- Perchè... vede... anche io... ho chiamato mia figlia... Alice...

(segue)

mercoledì 30 marzo 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Cap.4

Non sapevo più cosa pensare, quella donna..la bambina..Pietro..tutto si offuscava nella mia mente. Ma mai avrei potuto dimenticarlo, con quei capelli rossicci e ribelli che gli cadevano sul volto, quegli occhi scuri carichi di dolore per le sofferenze che dovevamo guardare ogni giorno, che come gli dicevo sempre, stonavano con il colore vivace e acceso dei suoi capelli. Ma quello era il passato, il presente era solo una verità che non voleva andarsene, una verità troppo ovvia per non poterci credere...avevo davvero trovato un collegamento con lui?Una qualsiasi speranza che mi portasse a sapere come stava, se era felice, ma soprattutto se non mi aveva dimenticata. Ma se quella donna era davvero sua moglie perchè non mi aveva domandato come facessi a conoscerlo?Perchè non aveva insistito sul perchè la seguissi quando ha visto la foto? No.Troppe domande.Devo calmarmi e ragionare. E quale posto è meglio per prendersi una pausa se non un bar?Mgari uno di quelli dive fanno un caffé buonissimo che ti rallegra un'intera giornata? Per mia fortuna vivevo a Roma da una vita e di cafè così ne conoscevo a migliaia, ma uno era il mio preferito:il Royal Café,e già il nome dice tutto. Percorsi velocemente il marciapiede opposto a quello del cafè, poi(da vera romana) senza aspettare il verde attraversai la strada correndo, anche se ammetto che sono sempre stata una che rispetta le regole. Ma avevo bisogno di risposte.E ne avevo bisogno adesso. Spinsi velocemente la porta girevole e mi ritrovai in un locale piuttosto affollato,ma molto chick. Gli interni erano d'orati con rifiniture in marmo bianco e c'erano dei quadri di pittori impressionisti come Renoir, Monet, Degas, ma il migliore per me era il più grande in fondo al locale. Era una riproduzione del Viandante sul Mare di Nebbia, di Caspar David Friedrich. Dopodichè mi spostai verso il bancone e incominciai a seguire il notiziario trasmesso sulla piccola tv ai bordi della cassa. -Buongiorno signora-la voce che mi sorprese apparteneva d un cameriere. Era alto circa 1,80 m, sui ventisette, capelli castano chiari con qualche spruzzatina di dorato, colore che riprendeva perfettamente l'ocra chiaro degli occhi. -Buongiorno- -Sta aspettando qualcuno o desidera ordinare?- -Sono da sola, grazie.E credo proprio che prenderò..un caffè macchiato!- -Benissimo, arriva subito- E mentre aspettavo il mio buonsissimo caffé macchiato mi concentrai sul giornale poggiato sul tavolino di fronte a me.Era di oggi. Gli articoli non mi interessavano molto, specialmente quelli di cronaca nera, invece ce n'era uno che attirò la mia attenzione; soprattutto quando mi accorsi che la stessa notizia la stavano dando sul notiziario. <<...impressionante struttura quella che risiede ancora oggi in Perù e che grazie al contributo di più di 50.000.000 di persone si espanderà e sarà in grado di aiutare ancora più feriti. Ad inaugurare la struttura prossima all'espansione sarà uno dei maggiori esponenti di questa organizzazione...>> E in quel momento apparì sullo schermo, non era cambiato, forse gli anni erano stati più clementi con lui perchè lo rividi lì come lo vedevo una volta. Pietro.

martedì 29 marzo 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 3

Uscite dal cimitero la donna e la bambina presero a destra ed io, ad una ventina di passi da loro, le osservavo cercando di trovare un segno nei gesti, un particolare nelle figure che potesse svelarmi le loro identità.
La donna, con la folta chioma rosso mogano, ondeggiava sicura su dodici centimetri di tacco “Paciotti” collezione primavera-estate ….., chiusa in uno spolverino color nocciola, la cintura stretta in vita…una taglia 36/38 al massimo. Viso per lo più nascosto da un grosso paio di occhiali da sole tartarugati…labbra spolverate da un gloss.
Un vestito blu di organza, raso, pizzi e balze, confezionava la bambina che, con calze bianche e ballerine blu ai piedi, pareva uscita da una pagina patinata di Elle Junior. Anche il viso della piccola era per lo più nascosto da un grosso paio di occhiali da sole. Tutto molto glamour, ma ….finto.... insomma roba che avrei osato definire …”per una qualche cerimonia”.
Facemmo qualche isolato così: loro, fashion, davanti ed io, molto “Sherlock” , dietro…
Ogni tanto la donna si fermava davanti ad una qualche vetrina: indicava alla, penso, figlia qualcosa all’interno ed insieme abbozzavano un sorriso sempre molto contenuto.
Presi così a buttare un occhio anche alle vetrine davanti alle quali si erano fermate loro, senza, però, perderle mai di vista:negozi di abbigliamento e calzature….nient’altro che questo.
Sentivo sulla pelle la sensazione che forse provava un ladro nel rubare …cose, identità, momenti….insomma le stavo seguendo senza permesso, le stavo derubando della loro intimità, senza invito.
La donna, ad un certo punto, si girò di scatto, attraversò nervosamente la strada e imbucò, bruscamente, un viale.
Forse si era accorta di qualcosa…qualcosa per cui non ero stata abbastanza accorta io….
Attraversai quindi anch’io la strada di corsa, per raggiungerle e non appena svoltai nella stessa strada….mi trovai faccia a faccia con la donna.
-allora?-chiese lei con tono nervoso – ci sta seguendo dal cimitero…chi è e soprattutto che cosa diavolo vuole da noi?-
Un fremito di paura mi percorse da capo a piedi: operavo, salvavo la vita alla gente, ma quella domanda, quella donna mi fecero …paura
La bambina mi guardava quasi a chiedermi – ci vuoi fare del male?-
Guardai per un attimo la punta degli anfibi, cercando una frase che potesse introdurmi alle signore e che non risultasse banale, scontata, idiota. Poi capendo che sarei riuscita solo a fare quello…sospirai e balbettai qualcosa
- mi….mi dispiace…forse l’ho confusa con un’altra persona che….pensavo di conoscere…..mi….mi scusi-
E sarebbe anche potuta chiudersi proprio così quella strana avventura, anzi…sarebbe proprio dovuta finire così…se non fosse che voltandomi per ritornare sulla strada, appena abbandonata, la foto di Pietro uscii dal libro che tenevo nella mano destra e che, nella distrazione e confusione dell’inseguimento, mi ero dimenticata di riporre nella tracolla che portavo.
Non me ne accorsi subito, ma lei, la bambina, la raccolse e – mamma ma questo è papà!!-
Mi si gelò il sangue e rimasi pietrificata all’istante. Ed ora dovevo trovare ben più di qualche parola ….sì perché la donna ora mi stava guardando con più di qualche domanda di rito…..e il suo sguardo mi stava trapassando la schiena e bruciando i vestiti che avevo addosso.
Lo sentivo perforante, cattivo, inquisitorio….che cosa avrei potuto risponderle? Quali domande mi avrebbe fatto? Come avrei potuto spiegarle che io….lui…noi….
Mi girai, pronta a tutto…..
Incontrai lo sguardo della donna nascosto dietro le lenti….se ne stava con le labbra dischiuse in atto di pronunciare una frase che, forse, le era rimasta in gola..o chissà.
Prese dalle mani della figlia la foto e me la porse con grazia e gentilezza.
-credo sia sua, prego-
Mi stava sorridendo….quella donna….mi stava sorridendo…quindi avrei potuto ..parlarle, spiegare, chiedere…..
-grazie- risposi e sorrisi anch’io.
-già………- disse lei.
Riprese per mano la figlia, si girò……le vidi allontanarsi e scomparire tra le altre persone che affollavano il marciapiede a quell’ora….
Era quindi finito tutto lì……si era trattato solo di una coincidenza….lei, la figlia, lei, la madre, io, la…..già, che cos’ero io? In tutta questa vicenda che cosa rappresentavo?
E mentre ritornavo sulla strada coi miei pensieri, sentii un’altra sirena suonare….stavano per arrivare altri soldati….altri feriti….era solo notte, era solo una delle tante notti che avremmo vissuto insieme e che mi sarei ricordata per il resto della vita.
Tra e me e Pietro c’era solo vita e morte.

lunedì 28 marzo 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Capitolo 2

E la vita ricominciò a strisciare lentamente, seguendo il monotono ticchettare di un orologio che scandiva secondi lunghi quanto ore.
Partisti, ma per Milano e io rimasi sola, sola in mezzo alla follia, sola in balia di quel mondo inspiegabile e di me stessa. E rimanere sola con me stessa era la cosa che faceva più paura.
Era difficile accettare una realtà come quella che avevamo vissuto insieme, ma era ancora più difficile andare avanti in quella realtà senza la tua guida, il tuo consiglio, la tua presenza. Cosa rimaneva di te? Ricordi, solo ricordi. E il cuore di ambra che mi regalasti.
Lo strinsi con una mano per un momento, poi tolsi il ciondolo e rimasi a guardarlo alla luce del sole. I suoi riflessi dai toni caldi creavano giochi di luce sulle mie mani e sulle mie braccia. I colori che emanava ricordavano quelli della terra, del calore, dei tuoi occhi.
Sospirai e scossi la testa. A cosa servivano ora tutti quei ricordi? Quelle sciocche nostalgie da ragazzina innamorata? Ero una donna ormai, e tutto quello che era successo non sarebbe tornato. Alzai di nuovo lo sguardo e cercai di distrarmi concentrandomi sulle persone che vedevo passare all’interno del cimitero.
Donne anziane, un signore che camminava lento portando una rosa bianca, una donna più giovane che teneva per mano una bella bambina dai lunghi capelli rossi. Sorrisi a quella vista. Come erano buffi quei capelli rossi. Perché erano buffi? Non riuscii a spiegarmelo, ma continuai a sorridere.
Le seguii un momento con lo sguardo. La donna aveva la mia età, anno più anno meno. La bambina era attorno ai dieci anni. Stringeva qualcosa in mano, ma non riuscivo a vedere cosa fosse. Uscirono dalla mia vista e io portai il mio sguardo al cielo. Le nuvole viaggiavano leggere ed impercettibili. Proprio come quando… Oh, insomma. Era ora di smetterla con la nostalgia e i sospiri. Non ci avevo pensato durante quegli anni, perché proprio ora?
Mi alzai dalla panchina e iniziai a camminare lentamente attraverso il cimitero, osservando nomi e volti, immaginandomi le loro storie, il loro carattere. C’erano foto che mi facevano sorridere. Sorridevo di rimando a quei sorrisi tanto naturali e spontanei. Sistemai un vaso di fiori rovesciato e mi incamminai verso l’uscita.
Vidi di nuovo la donna e la bambina, mentre si avvicinavano all’uscita. I capelli della piccola ondeggiavano sulle sue spalle e quando un ciuffo le andò davanti agli occhi lo spostò con un gesto familiare. Un gesto familiare. I capelli rossi. Anche lui aveva i capelli tendenti al rosso. Un dubbio iniziò a farsi largo nella mia testa.
E se…
No. Impossibile.
Lui viveva con la famiglia a Milano. Cosa ci farebbe quella bambina qui a Roma?
Troppe coincidenze, troppe sciocchezze partorite da una mente che ha voglia di sognare. Però…
Ero rimasta con dubbi per dieci anni, un altro non lo avrei sopportato. Un momento.
La bambina ha circa dieci anni!
No, basta. La devo smettere di correre così con l’immaginazione. Non ha senso, non ha il minimo senso.
E proprio perché non aveva senso iniziai a seguire quelle due figure.

venerdì 25 marzo 2011

Le bianche nuvole di Kabul - Incipit

Era una limpida giornata primaverile, il cielo era come punteggiato da soffici nuvole, dalle quali faceva capolino un raggio di sole che inspiegabilmente andava ad illuminare il cuore di ambra che appeso al mio collo evocava la nostalgia di te e della passione che ci travolse anni addietro.

Avevo deciso di concedermi un paio d’ore in un luogo dove fin da giovane amavo rifugiarmi a riflettere e a scavare nell’anima alla ricerca del mio io più profondo, sicuramente un luogo inusuale per molti, ma io seduta su quella panchina, sotto una quercia secolare, all’interno del cimitero, mi sentivo libera di mettere a nudo i miei pensieri.

Circondata dal silenzio rotto solo dal cinguettio dei passeri indaffarati a inseguire la vita, iniziai a ricordare.

Quando ti vidi per la prima volta eravamo a Kabul nel centro chirurgico dove ambedue prestavamo il nostro aiuto come chirurghi alla popolazione civile, rimasi colpita dal tuo carattere deciso, dal tuo animo nobile, dalle tue innegabili abilità professionali, dai tuoi grandi occhi scuri dai quali traspariva un dolore profondo e una forte rabbia per quello che eravamo costretti a vedere quotidianamente e sopra ogni cosa rimasi colpita da quanto fossi bravo con le parole e quanto amassi raccontare storie fantastiche che aiutavano tutti noi ad allontanare, anche se solo per brevi momenti, gli orrori di quell’assurda guerra.

Ricordo ancora quando stentasti a credere che i Russi tiravano sui villaggi bombe giocattolo, che i vecchi del luogo chiamavano “ Pappagalli Verdi “, studiate appositamente per mutilare i bambini, ma dovesti crederci quando passando i giorni, ti rendesti conto che le uniche vittime di quelle bombe erano proprio loro, i bambini.

Mi commossi immensamente nel vedere i tuoi occhi riempirsi di lacrime e in quel momento capii che la forte rabbia di un tempo ti stava abbandonando, lasciando dentro di te solo tristezza, si, la tristezza di quando capisci che la ragione e’ svanita lasciando spazio solo alla follia.

L’attrazione tra di noi era innegabile, capivo di piacerti, lo percepivo dai tuoi sguardi da come ti rivolgevi a me, da come mi abbracciavi quando cercavo aiuto nel calore umano per sopportare la sofferenza che a volte mi attanagliava l’anima, e da come le tue forti braccia mi tenevano stretta e non mi lasciavano andare finche’ non ero in grado di poter ricominciare a volare da sola.

Mi ricordo quando prima di partire per il Perù per organizzare un nuovo reparto di chirurgia mi dicesti che a Milano avevi una moglie e una figlia, mi baciasti teneramente su una guancia e…...