La cosa migliore era stata congedare Elena, non coinvolgerla in quel guaio, e attendere il momento giusto per reagire.
martedì 5 aprile 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Epilogo
La cosa migliore era stata congedare Elena, non coinvolgerla in quel guaio, e attendere il momento giusto per reagire.
lunedì 4 aprile 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 7
Mi preparai nel più breve tempo possibile, ansiosa come non mai di cominciare questa avventura con l’uomo che amavo e che mi amava. In meno di cinque minuti ero riuscita a svegliarmi, prepararmi e a chiudere la porta di casa.
Aspettando Pietro sul marciapiede di fronte a casa mia, la mia mente vagava, percorrendo i più bizzarri dei sogni. Partendo dal meraviglioso volo che ci aspettava, passando dal lavoro che ci avrebbe atteso per poi finire alle notti che avremmo passato insieme…
Meno di dieci minuti dopo, Pietro arrivò a bordo del taxi
-Dai, sali, che ci attende un lungo tragitto- mi disse, accogliendomi con un sorriso. Io misi le valigie nel portabagagli, accanto alle sue, e mi accomodai nel posto rimasto libero
-Allora, sei pronta?- mi chiese prima di baciarmi
-Sì. Non potrei desiderare altro al mondo, ora, se non essere qui con te-
-Sono contento che tu l’abbia detto-
Il taxi percorse velocemente le strade del capoluogo lombardo, facilitato dall’orario. L’aeroporto di Malpensa apparve ai nostri occhi illuminato a giorno, pronto a portare i temerari viaggiatori della notte ovunque avessero scelto di recarsi.
Scesi dal taxi ci dirigemmo subito al check-in con Pietro che teneva in mano i nostri biglietti, acquistati con un mese di anticipo. Tutto quello che avrei potuto desiderare era a 17 ore di volo. Diciassette ore da passare, fianco a fianco, con l’uomo che amavo.
Il rumore delle ruote del trolley che mi ero portata, oltre ad una valigia in senso stretto, rimbombava in tutto l’aeroporto. Ci incamminammo verso il primo sportello aperto e Pietro mostrò i documenti alla commessa. Mentre aspettavamo la conferma dei posti, io e Pietro ci scambiammo un lungo sguardo. Intenso, penetrante, lo stesso che mi aveva fatto cadere tra le sue braccia la prima volta che l’avevo visto. Avvicinammo i nostri visi, pronti a scambiarci uno di quei baci alla “Addio romantico” che Hollywood tanto amava, quando il nostro momento di intimità venne interrotto dalla voce della commessa
-Chiedo scusa, signor De Luca…- Pietro sospirò e si voltò verso la commessa
-Dica-
-Sono desolata, signore, ma credo ci sia stato un errore. I suoi biglietti non sono validi-
-Come?- chiese arrabbiato. Non potevo crederci… In effetti fino a quel punto mi era sembrato tutto fin troppo bello.
-Può ricontrollare, per cortesia?-
Si sentì il classico rumore di tastiera battuta con leggerezza, ma la faccia della commessa sembrava sempre meno convinta, schermata dopo schermata
-Mi dispiace, signore, ma credo che dovrà rimanere qui-
-Ma che… Va bene. Non è possibile acquistare dei biglietti?-
-Sì signore, ma il volo per cui li ha presi è pieno. Il prossimo è tra quattro ore.-
-Che dici, Elena? Ce la fai ad aspettare ancora un po’ per coronare il nostro sogno?-
Qualunque cosa dicesse, era sempre abilissimo a convincere le persone: -Certo! Ho aspettato un mese prima di arrivare fin qui, qualche ora in più non sarà nulla!-
Pagò in contanti i nuovi biglietti e, una volta ringraziata la commessa, ci andammo a sedere al bar per poter rimanere un po’ svegli. Tra un caffè e l’altro parlammo a lungo, progettando il nostro futuro in una nazione così lontana. Lontana, ma in compagnia.
Facendo quel viaggio avrei abbandonato tutto ciò che avevo: le mie certezze, il mio lavoro… Eppure se ero con lui, avevo l’ impressione che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Sapevo che lavorare in ambito di aiuti umanitari sarebbe stato difficile, ma per Pietro, questo ed altro.
Inoltre, lui aveva questo fuoco che gli bruciava dentro, questa quasi spasmodica voglia di aiutare gli altri, che gli permetteva di farsi seguire sempre da un nutrito numero di persone, tra le quali ero presente anche io.
Mentre stavamo parlando delle varie operazioni che avremmo dovuto compiere, sentii un uomo chiamare il nome di Pietro con un accento inglese.
-Mister De Luca?-
-Sì, sono io. Posso aiutarla?-
Mi girai anch’io, incuriosita. Di fronte a noi stava un uomo in cappotto scuro, con un distintivo in mano. Non avrà avuto più di cinquant’anni, a giudicare dai capelli. Ai suoi lati, due carabinieri.
-Aaron Miller, Interpol. La prego di seguirci-
-Interpol? Ma cosa…?- chiesi incredula: -Quest’uomo deve partire per un’importante missione umanitaria, non potete fermarlo!-
-Si rilassi, miss. Credo che lei non sappia chi ha accanto.-
-Ma che sta dicendo?- mi girai sconfortata verso Pietro, in cerca di risposte
-Mi dispiace Elena…- mi disse. Si alzò e si mise di spalle al poliziotto, incrociando le mani dietro la schiena.
-Mister De Luca, la dichiaro in arresto per truffa, falso e furto ai danni di più persone, in più paesi. Ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lei-
Seguii gli uomini, dimenticandomi le valigie al bar. Non avevano importanza: -Ma siete sicuri di ciò che state dicendo?-
-Miss, quest’uomo è ricercato in quattro nazioni per aver rubato soldi governativi e di privati cittadini, usando come mezzo il suo progetto di ospedali per i meno fortunati. Inoltre, è stato denunciato per aver lasciato più signore da sole con un figlio.-
Rimasi immobilizzata all’ultima parte della frase. Istintivamente, mi portai una mano al ventre e vidi Pietro essere portato in una saletta dell’aeroporto.
venerdì 1 aprile 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 6
giovedì 31 marzo 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 5
mercoledì 30 marzo 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Cap.4
martedì 29 marzo 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Cap. 3
La donna, con la folta chioma rosso mogano, ondeggiava sicura su dodici centimetri di tacco “Paciotti” collezione primavera-estate ….., chiusa in uno spolverino color nocciola, la cintura stretta in vita…una taglia 36/38 al massimo. Viso per lo più nascosto da un grosso paio di occhiali da sole tartarugati…labbra spolverate da un gloss.
Un vestito blu di organza, raso, pizzi e balze, confezionava la bambina che, con calze bianche e ballerine blu ai piedi, pareva uscita da una pagina patinata di Elle Junior. Anche il viso della piccola era per lo più nascosto da un grosso paio di occhiali da sole. Tutto molto glamour, ma ….finto.... insomma roba che avrei osato definire …”per una qualche cerimonia”.
Facemmo qualche isolato così: loro, fashion, davanti ed io, molto “Sherlock” , dietro…
Ogni tanto la donna si fermava davanti ad una qualche vetrina: indicava alla, penso, figlia qualcosa all’interno ed insieme abbozzavano un sorriso sempre molto contenuto.
Presi così a buttare un occhio anche alle vetrine davanti alle quali si erano fermate loro, senza, però, perderle mai di vista:negozi di abbigliamento e calzature….nient’altro che questo.
Sentivo sulla pelle la sensazione che forse provava un ladro nel rubare …cose, identità, momenti….insomma le stavo seguendo senza permesso, le stavo derubando della loro intimità, senza invito.
La donna, ad un certo punto, si girò di scatto, attraversò nervosamente la strada e imbucò, bruscamente, un viale.
Forse si era accorta di qualcosa…qualcosa per cui non ero stata abbastanza accorta io….
Attraversai quindi anch’io la strada di corsa, per raggiungerle e non appena svoltai nella stessa strada….mi trovai faccia a faccia con la donna.
-allora?-chiese lei con tono nervoso – ci sta seguendo dal cimitero…chi è e soprattutto che cosa diavolo vuole da noi?-
Un fremito di paura mi percorse da capo a piedi: operavo, salvavo la vita alla gente, ma quella domanda, quella donna mi fecero …paura
La bambina mi guardava quasi a chiedermi – ci vuoi fare del male?-
Guardai per un attimo la punta degli anfibi, cercando una frase che potesse introdurmi alle signore e che non risultasse banale, scontata, idiota. Poi capendo che sarei riuscita solo a fare quello…sospirai e balbettai qualcosa
- mi….mi dispiace…forse l’ho confusa con un’altra persona che….pensavo di conoscere…..mi….mi scusi-
E sarebbe anche potuta chiudersi proprio così quella strana avventura, anzi…sarebbe proprio dovuta finire così…se non fosse che voltandomi per ritornare sulla strada, appena abbandonata, la foto di Pietro uscii dal libro che tenevo nella mano destra e che, nella distrazione e confusione dell’inseguimento, mi ero dimenticata di riporre nella tracolla che portavo.
Non me ne accorsi subito, ma lei, la bambina, la raccolse e – mamma ma questo è papà!!-
Mi si gelò il sangue e rimasi pietrificata all’istante. Ed ora dovevo trovare ben più di qualche parola ….sì perché la donna ora mi stava guardando con più di qualche domanda di rito…..e il suo sguardo mi stava trapassando la schiena e bruciando i vestiti che avevo addosso.
Lo sentivo perforante, cattivo, inquisitorio….che cosa avrei potuto risponderle? Quali domande mi avrebbe fatto? Come avrei potuto spiegarle che io….lui…noi….
Mi girai, pronta a tutto…..
Incontrai lo sguardo della donna nascosto dietro le lenti….se ne stava con le labbra dischiuse in atto di pronunciare una frase che, forse, le era rimasta in gola..o chissà.
Prese dalle mani della figlia la foto e me la porse con grazia e gentilezza.
-credo sia sua, prego-
Mi stava sorridendo….quella donna….mi stava sorridendo…quindi avrei potuto ..parlarle, spiegare, chiedere…..
-grazie- risposi e sorrisi anch’io.
-già………- disse lei.
Riprese per mano la figlia, si girò……le vidi allontanarsi e scomparire tra le altre persone che affollavano il marciapiede a quell’ora….
Era quindi finito tutto lì……si era trattato solo di una coincidenza….lei, la figlia, lei, la madre, io, la…..già, che cos’ero io? In tutta questa vicenda che cosa rappresentavo?
E mentre ritornavo sulla strada coi miei pensieri, sentii un’altra sirena suonare….stavano per arrivare altri soldati….altri feriti….era solo notte, era solo una delle tante notti che avremmo vissuto insieme e che mi sarei ricordata per il resto della vita.
Tra e me e Pietro c’era solo vita e morte.
lunedì 28 marzo 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Capitolo 2
venerdì 25 marzo 2011
Le bianche nuvole di Kabul - Incipit
Era una limpida giornata primaverile, il cielo era come punteggiato da soffici nuvole, dalle quali faceva capolino un raggio di sole che inspiegabilmente andava ad illuminare il cuore di ambra che appeso al mio collo evocava la nostalgia di te e della passione che ci travolse anni addietro.
Avevo deciso di concedermi un paio d’ore in un luogo dove fin da giovane amavo rifugiarmi a riflettere e a scavare nell’anima alla ricerca del mio io più profondo, sicuramente un luogo inusuale per molti, ma io seduta su quella panchina, sotto una quercia secolare, all’interno del cimitero, mi sentivo libera di mettere a nudo i miei pensieri.
Circondata dal silenzio rotto solo dal cinguettio dei passeri indaffarati a inseguire la vita, iniziai a ricordare.
Quando ti vidi per la prima volta eravamo a Kabul nel centro chirurgico dove ambedue prestavamo il nostro aiuto come chirurghi alla popolazione civile, rimasi colpita dal tuo carattere deciso, dal tuo animo nobile, dalle tue innegabili abilità professionali, dai tuoi grandi occhi scuri dai quali traspariva un dolore profondo e una forte rabbia per quello che eravamo costretti a vedere quotidianamente e sopra ogni cosa rimasi colpita da quanto fossi bravo con le parole e quanto amassi raccontare storie fantastiche che aiutavano tutti noi ad allontanare, anche se solo per brevi momenti, gli orrori di quell’assurda guerra.
Ricordo ancora quando stentasti a credere che i Russi tiravano sui villaggi bombe giocattolo, che i vecchi del luogo chiamavano “ Pappagalli Verdi “, studiate appositamente per mutilare i bambini, ma dovesti crederci quando passando i giorni, ti rendesti conto che le uniche vittime di quelle bombe erano proprio loro, i bambini.
Mi commossi immensamente nel vedere i tuoi occhi riempirsi di lacrime e in quel momento capii che la forte rabbia di un tempo ti stava abbandonando, lasciando dentro di te solo tristezza, si, la tristezza di quando capisci che la ragione e’ svanita lasciando spazio solo alla follia.
Mi ricordo quando prima di partire per il Perù per organizzare un nuovo reparto di chirurgia mi dicesti che a Milano avevi una moglie e una figlia, mi baciasti teneramente su una guancia e…...