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martedì 3 agosto 2010

La Luna lo sa - Sabato pomeriggio

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Raffaella Masini ha portato brillantemente a conclusione l'affare di un misterioso mercante d'arte (Nudo foglie verdi e busto), durante il quale ha conosciuto a New York Phil Jackson. Con lui ha passato alcuni momenti potenzialmente speciali, anche se il loro breve rapporto è stato caratterizzato da reciproche posizioni sulla difensiva. Ora lei sta viaggiando in treno verso Venezia, per una breve vacanza. Anche Phil è atterrato a Roma, e con la sua Mercedes coupè nera si sta dirigendo verso la città lagunare...


Parte 1

Sabato pomeriggio, Lei

Il treno aveva sgroppato velocemente lungo la pianura padana, e finalmente stava arrivando a destinazione. Raffaella Masini guardava fuori dal finestrino il panorama che via via era andato modificandosi: ora presentava visibili tracce di boom industriale selvaggio, spesso lasciato senza riguardi al degrado del tempo. Malgrado la tristezza che le appariva fuori dal vetro, Raffaella era lieta. Venezia era vicina, e con la città si avvicinava anche il momento in cui l'avrebbe reincontrato.
Il treno ora singhiozzava, fermandosi di quando in quando a un segnale e ripartendo subito dopo: stavano per raggiungere la stazione di Venezia Santa Maria, e ora - se ci si impegnava - dai finestrini si poteva percepire anche la presenza del mare.
Il pensiero di Raffaella tornò ancora una volta a Phil, l'uomo di New York: ricordava il momento in cui l'aveva conosciuto, imponente nei suoi due metri di mole, e con quel sorriso disarmante in netto contrasto con la figura così austera e dominante. Non era un bell'uomo, secondo i canoni estetici imperanti; però era gentile, attento, galante. Sospettava che fosse anche dolce e paziente, e sperava che magari in lui si celasse una vena di lieve follia, specie in qualche momento.
Aveva proprio voglia di rivederlo: chissà se si sarebbe ricreata quell'atmosfera intrigante di New York, nella quale era stata... felice?
Il treno si accostò pigramente alla stazione, e l'ombra del convoglio schermò i raggi del sole di primavera inoltrata, pennellandosi sugli oggetti e sulle persone che stazionavano sulla pensilina.
Raffaella si alzò, sistemò con la mano le piccole pieghe che avevano preso possesso dei suoi pantaloni scuri, prese il suo trolley e la sua borsa arancione e si avviò verso l'uscita della carrozza.
Il solo pensiero di passare finalmente un week-end in compagnia del suo uomo le scaldava il cuore. Adesso non era come a New York: lei là era da sola, per lavoro: e là tutto era stato molto eccitante, anche se non era 'successo' proprio nulla. Al ricordo un nuovo sorriso le increspò le labbra.
"Ben arrivata a Venezia!" la salutò una capotreno premurosa che la guardava sorridere.
"Grazie." rispose allegra Raffaella "Buon lavoro anche a lei!" e scese dal vagone.
Mentre acquistava il biglietto per il People-Mover, la monorotaia che porta in centro, ripensò a Phil: chissà se anche per lui quei pochi momenti a New York erano stati così intensi e felici? Per un attimo si chiese se fosse stato tutto un abbaglio, se Phil fosse un uomo interessato solo alla conquista, un "ti-predo-e-ti-butto". Ma poi, ripensandoci meglio, concluse che non poteva essere quel genere di amante. No, non Phil...
Giunse così senza accorgersi nella hall dell'albergo.
"Buongiorno, sono Masini." disse all'uomo in reception "Ci deve essere una prenotazione anche a mio nome, una camera doppia."
"Buongiorno, signora. Vediamo subito.. sì, esatto, la suite 3A"
"Le lascio un documento?"
"La ringrazio Signora Masini. E il Signore... non c'è?..."
"Il Signore sta arrivando, sarà qui tra un'oretta."
"Molto bene Signora. La faccio immediatamente accompagnare in camera. Marco!?!"
Un ragazzino allampanato, appena men che imberbe, corse goffo a prendere la chiave e i pochi bagagli, poi precedette silenzioso Raffaella verso l'ascensore.
"Ah, senta.." disse ancora l'uomo della reception "Pensate di cenare da noi stasera?"
"Credo di no, ma vedremo: poi le faremo sapere. Grazie ancora, e a dopo."
"Grazie a lei, Signora, e buon soggiorno."
Il ragazzo le trotterellava davanti, goffo trascinandosi il trolley che, evidentemente dotato di vita propria, andava soprattutto dove pareva a lui; arrivati finalmente davanti a una porta, disse:
“Ecco la sua suite, signora. Sa come usare la chiave elettronica vero?”
Raffaella osservò i due occhi neri che la guardavano sorridenti e speranzosi; poi decise di dare al ragazzo una mancia e – mentre gli porgeva una banconota da cinque – rispose:
“Certo, grazie.” e lo osservò mentre si allontanava con quel suo passo caracollante da adolescente cresciuto troppo da poco.
“Frequento questi alberghi almeno da prima che tu iniziassi l'asilo, carino...” pensò mentre apriva la porta.
La suite era molto ampia, dotata di un piccolo atrio che dava direttamente in una zona giorno, con due poltrone e un divanetto capitonnè, ed illuminata da una portafinestra che lasciava intuire un piccolo terrazzino affacciato sul canale; a destra la zona notte, nella quale si scorgeva dalla porta un grande letto d'altri tempi, sormontato da un ricco baldacchino. I plafoni erano ornati da greche e gessi artistici, e nel salotto l'ovale centrale del soffitto era dipinto con scene mitologiche.
Si spostò in camera, e si appoggiò sedendosi sul bordo del letto. La finestra dava sullo stesso lato di quella del soggiorno, e le ante qui erano pudicamente un po' socchiuse.
Si avvicinò e sbirciò dalla fessura lasciata dalle due ante accostate: fuori il canale scorreva placido, curvando lievemente a sinistra. Raffaella guardò la serie di palazzi affacciati sull'altro lato del canale: come sempre quel panorama riusciva a stregarla. Tutti quei palazzi rosa e gialli, con gli stucchi color crema e le finestre bifore, baciati di sfuggita dal sole, che si specchiano nel canale; le immagini riflesse che vengono distorte dalle pigre scie lasciate dalle poche barche in transito; i leggeri segni di vita che si intravedono dietro le tendine delle finestre chiuse. Dai tetti spuntava, in lontananza, elegante un campanile, e proprio sotto la sua finestra due gondole pigre dondolavano lentamente.
Il cuore le si aprì, e un piccolo moto di commozione le salì in gola: Venezia era sempre stata la sua città preferita: alla città erano legate diverse immagini felici, di lei con i suoi amici.
Mentre si lasciava cullare l'anima dai ricordi, il pensiero volava via veloce e tornava invariabilmente all'uomo di New York, al giorno che si erano conosciuti da Christie's, nello studio di quel tal Moosley qualcosa.
Come erano diversi quei due uomini: il curatore dell'asta l'aveva radiografata immediatamente, da capo a piedi, ed era rimasto con una espressione beota dipinta sul viso; i suoi occhi invece erano rimasti impigliati su quella parte di cosce che non si vedevano, ma si intuivano sotto la sua gonna.
Phil invece... certamente lei non gli era indifferente, ma lui aveva un modo diverso di guardarla, di parlarle, di considerarla. Sembrava che lui, davanti a lei, si ponesse quasi di fronte a un'opera d'arte, e i suoi modi erano così delicati e sicuri come quando sollevava un vaso della dinastia Ming, o esaminava una lamina d'oro precolombiana. Era emozionante, Phil...
Guardò l'orologio, e pensò che da lì a poco il suo uomo sarebbe arrivato: la sua mise era un po' provata dal viaggio in treno, e decise che si sarebbe rinfrescata: aveva intenzione di essere bellissima per lui, ed era ora di prepararsi.

***

Sabato pomeriggio, Lui
L'auto viaggiava silenziosa sull'autostrada che porta verso il nord Italia. Phil guidava rilassato, appoggiato allo schienale e reggendo il volante del coupé nero solo con la mano sinistra. Mentre i chilometri scorrevano tutti uguali, l'americano rifletteva sugli avvenimenti degli ultimi giorni.
In particolare pensava ancora a quell'incarico strano che aveva ricevuto, e che gli aveva fruttato due milioni di dollari malgrado lui non avesse nemmeno vinto l'asta da Christie's. La cosa, anche se era acqua passata, continuava a generargli domande senza apparente risposta.
Chi l'aveva ingaggiato?  E perché?
Però l’avevano pagato.
E quasi senza accorgersene, si trovò a pensare a quella donna italiana conosciuta a New York, a Raffaella. In un primo tempo era stato attratto da lei per la curiosità che quel personaggio generava in lui, per quella donna che era piombata nel suo mondo di esperti tromboni e di bellone clienti, quasi sempre rifatte e per lo più massicciamente ignoranti: Raffaella era diversa, si vedeva che era una donna di caratura superiore, ma era anche uno splendido esemplare dell'altro sesso...
Phil sorrise tra sé: chissà perché non si ricordava che scarpe avesse, ma si ricordava perfettamente il modo in cui il piede le calzava sinuosamente, evidenziando le belle caviglie di lei.
In quel momento squillò il Blackberry.
"Ciao, tesoro! Dove sei?"
"Ciao. Sei già arrivata in albergo? Io sono più o meno… vediamo… a Ravenna!"
"Ancora lì? Sì, certo, io sono già qui, e ti aspetto... Ci metterai molto, amore?"
"No, cara, penso proprio che arriverò da te in meno di un'ora..."
E poi aggiunse, con tono un più basso: "Pensi di riuscire a resistere così tanto?"
"Figurati!" le rispose lei, con voce roca, facendogli un po' il verso "Ti ho aspettato tutto questo tempo, penso di sopravvivere ancora qualche mezzora..."
"E dimmi: come riesci a resistere così tanto senza di me?"
"Come faccio sempre, tesoro!" rispose ridendo la donna "Chiamo la reception e, con una scusa qualunque, ne faccio salire uno! A dopo, Phil, e fai in fretta se non vuoi che ..."
E ancora ridendo, la donna chiuse la comunicazione.
Phil rimase qualche secondo ad assimilare la risposta, prima di decidere che si trattava evidentemente di una battuta scherzosa. In fondo era quella vena un po' esasperante e un po' sfacciata che tanto gli piaceva di lei: il fatto che lei riuscisse a prenderlo in contropiede, a sconcertarlo, e poi a farlo ridere.
Sapeva bene che lei non sarebbe diventata mai la sua compagna per la vita, proprio perché lui non poteva essere per lei il solo uomo per un periodo di tempo sufficientemente lungo. Ma a lui per ora stava bene così.
Il termometro dell'auto indicava 25° all'esterno della vettura, e la tentazione di abbassare la capottina della mercedes pervase Phil: "Quasi quasi..."
All'arrivo a Venezia, Phil si recò al parcheggio privato convenzionato con Avis, e lì lasciò in deposito la vettura. Scese dall’auto, e si stirò con un movimento lungo e lento, quasi srotolando il suo grande corpo verso l’alto; dopo aver goduto per qualche istante di quella riappropriazione del suo completo spazio esistenziale, si diresse verso un Vaporetto-Taxi.
Mentre usciva dal parcheggio, un grosso suv scuro gli passò proprio davanti, e sul sedile lato guida vide una bella donna con lunghi capelli scuri e grandi occhiali da sole che stava dando indicazioni al conducente sulla strada da percorrere, gesticolando ampiamente nel modo tipico degli italiani.
Nuovamente gli tornò alla mente la Raffaella di New York: anche i suoi capelli erano lunghi e scuri, e la sua gestualità era tipicamente latina. Era stata una cosa davvero intrigante: non era ‘successo’ nulla, come diceva il suo amico Moosley, ma… Aveva proprio voglia di rivederla. C'erano troppe cose lasciate in sospeso tra loro...
Sorrise tra sé: troppe cose non dette, e soprattutto non fatte, già...
Il Taxi lo lasciò proprio davanti all'hotel, e Phil prese la sua valigia ed entrò nella Hall.
"Good Morning. Jackson, please: it could be a reservation for me." disse con aria volutamente distaccata e professionale.
"Mister Jackson, che piacere rivederla!" disse l'uomo in reception, spalancandosi in un ampio sorriso quando ebbe riconosciuto l’abituale cliente "Bentornato! Ha fatto buon viaggio?"
"Sì, tutto bene, caro. E' sempre un piacere tornare qui. Allora, questa 'riservazione': ce l'avete o no?"
"Certamente Mister Jackson. E se non l’avessimo, temo che la Direzione gliela farebbe all’istante! Eccole le chiavi. Ah, la Signora è già arrivata. La devo far accompagnare su?"
"No, grazie, caro. La solita suite, vero? Conosco la strada."
"Certo, la solita. Mi lascia un documento, per favore?"
"Of course!" rispose Phil, porgendogli il passaporto e una banconota da 10 come mancia.
"Oh, grazie Mister, e buona permanenza."
"Speriamo, speriamo..."
Arrivato al piano, aprì la porta, ed entrò: la zona soggiorno era illuminata, mentre l'ampia camera era in lieve penombra, e della donna nessuna traccia. Però si sentiva scorrere l'acqua della doccia, e l'aria era intrisa delle dolci promesse del suo profumo.
Phil sorrise, appoggiò la valigia in un angolo, chiuse la porta e seguì il rumore dell'acqua.
O forse era la scia del profumo di lei? Sembrava lo stesse attirando come il suono del flauto di un abile fachiro.. Mah.  Nel dubbio, Phil ebbe una certezza: se lei gli avesse chiesto di fare il suo…  serpente, lui non si sarebbe fatto pregare!
E subito dopo aver fatto un simile pensiero, si sentì un cretino...
(segue)

La Luna lo sa - Sabato sera

Parte 2

Sabato sera, Lei
L'acqua scorreva piacevolmente sulla sua pelle, massaggiandola con delicatezza: Raffaella aveva avvolto intorno ai capelli un asciugamano, e stava lasciandosi lavare dal getto tiepido le tracce del viaggio in treno.
Quando si voltò, improvvisamente vide quella sagoma attraverso il vetro bagnato: lui era lì, in piedi appoggiato al lavabo, e la guardava, con le braccia conserte. Di scatto la donna si copri pudicamente il seno e il ventre con le mani: “Mi hai fatto spaventare!” disse attraverso il vetro chiuso, fingendo irritazione; poi con voce più dolce aggiunse: “Ciao Amore, da quanto tempo sei lì?”
“Sei bellissima, lo sai?” rispose l'uomo “Peccato che la doccia sia troppo piccola per entrambi”
Raffaella spense l'acqua, e sempre senza uscire dalla cabina doccia prese un asciugamano e si asciugò il corpo frizionandolo con calma.
L'uomo osservava assorto la scena attraverso il vetro bagnato, immaginando i dettagli che le goccioline d'acqua rendevano leggermente indefiniti. Raffaella aveva davvero uno splendido corpo: non era esplosivo come certe venticinquenni sulla playa di Santa Monica, ma per l'età che aveva era davvero notevole. Un certo pensiero gli germogliò nella testa...
Intanto la donna si era avvolta il lungo asciugamano appena sopra al seno, e uscì dalla cabina doccia con le spalle nude e le gambe ancora un po' gocciolanti: con un movimento lieve si sciolse i capelli dall’improvvisato turbante di spugna e li lasciò cadere soffici sulle spalle. Poi, guardando negli occhi l'uomo che ancora l'osservava appoggiato al lavabo, disse con un sorriso malizioso:
“Ma ti sembra questo il modo di presentarti?”
“Perchè?” rispose l'uomo con un sorriso stupito, mentre le braccia gli cadevano lungo i fianchi.
“Come perchè! Ma guardati!”
“Ah, perchè sono vestito?” chiese l'uomo incredulo “Mi avresti preferito se mi fossi fatto trovare qui tutto nudo?”
“Ma che nudo e nudo!” rispose la donna ridendo “Ti avrei preferito se ti fossi fatto trovare con un bell'aperitivo per me in mano, no? Sciocco!”
Ed avvicinandosi lo abbracciò e gli diede un lungo bacio sulla bocca.
L'uomo rimase perplesso per qualche frazione di secondo, poi si scosse ed assecondò il bacio e soprattutto l'abbraccio di Raffaella.
“Per quanto tempo ti ho aspettata: e per quanto tempo ti ho sognata!” disse l'uomo non appena riuscì a staccare le labbra da quelle di lei “Mi sei mancata tantissimo!”
“Anche tu, amore! Non sai quanto...” le rispose la donna, con un sospiro; e prendendogli dolcemente la testa tra le mani, chiuse gli occhi e riprese il languido bacio appena interrotto.
Lui iniziava a sentire il sangue circolare più rapidamente in tutto il suo corpo, e con le mani delicatamente slacciò l'asciugamano dal corpo di lei, e ne accarezzò la pelle liscia con lunghi movimenti, lenti e sensuali.
Raffaella lo lasciò fare, godendo di quel momento tanto desiderato: avrebbe voluto che quell'attimo non finisse mai, era tanto che l'aspettava...
Poi aprì gli occhi, lo guardò in viso e disse:
“Amore! Avevo così tanta voglia di risentirmi stretta tra le tue braccia! Hai fatto un buon viaggio?”
L'uomo smise di accarezzarle il corpo, fermandosi delicatamente le mani appena sotto i lombi di lei, e rispose:
“ Non vedevo l'ora di arrivare... Mi sei mancata da morire, sai?”
Lei gli appoggiò le mani aperte sul petto, e si scostò quel tanto che bastava per poterlo vedere bene in viso senza allontanarsi troppo dal suo corpo.
Lo sguardo dell'uomo seguì il profilo del collo di lei, scese lentamente giù e si posò languido sul suo decolletè teneramente appoggiato alla camicia: ora poteva sentire attraverso la stoffa sottile la vicinanza della pelle tesa di lei, e la cosa rinfocolò quel certo pensiero di poco prima.
La donna colse qualcosa nello sguardo di lui, o forse il segnale venne da un’altra posizione, e così gli sorrise. Poi, quasi imbronciata, gli domandò:
“Ma tu non ti rinfreschi un po'?”
“Sì, ma….”
“Fatti una doccia, intanto che io mi faccio bellissima per te.”
L’uomo intuì che la situazione stava per prendere proprio quella piega che lui non avrebbe voluto…
“Ma, Raffaella: tu sei già bellissima così…”
“Adorabile bugiardo!” lo zittì ridendo Raffaella, e raccolto l’asciugamano si alzò in punta di piedi e gli diede un piccolo bacio sul naso: poi si girò e mentre usciva dal bagno aggiunse: “Non avere fretta, amore: ora rilassati, e poi usciamo a cena. Si sta preparando una notte magica là fuori!”
All’uomo non restò altro che accendere controvoglia l’acqua della doccia.

 ***

Sabato sera, Lui
Phil percorreva sicuro i piccoli vicoli della città vecchia, conducendo la sua ospite verso il ristorante. Il suo passo, di solito a grandi falcate e molto veloce, era per l’occasione rallentato, un po’ per consentire alla donna di poter camminare agevolmente dall’alto dei suoi meravigliosi sandaletti rossi, ma soprattutto perché voleva cercare di godere di ogni secondo passato in sua compagnia.
Lei indossava un semplice tubino nero, con la gonna che le terminava deliziosamente appena sopra il ginocchio, aderente quel tanto che bastava a slanciare il fisico senza fasciarlo eccessivamente; accessori rigorosamente rossi, come gli aveva esplicitamente fatto notare lei mentre nella suite si faceva ammirare prima di uscire: e lui aveva ammirato quanto le donavano gli accessori ed anche il vestito.
Entrarono nel piccolo ristorante, e il cameriere li fece accomodare in un tavolo un po’ defilato, vicino al grande finestrone che dava su un canaletto: fuori una coppia di gondole danzavano ondeggiando lievi sull’acqua, mentre la luce artificiale della sera iniziava ad avere il sopravvento su quella del tramonto, variando così radicalmente la gradazione dei colori.
Phil lasciò galantemente che la donna sedesse nella posizione in cui avrebbe potuto osservare la sala e gli altri commensali presenti, mentre lui si sedette nel posto proprio di fronte, dal quale non avrebbe avuto occhi che per lei.
“L’ultima volta hai scelto tu, mi pare.” disse la donna prendendo il menù della Signora “Stasera lasciati guidare da me.”
“Ah, avevo scelto io?! Bene, allora stavolta nemmeno guardo la lista dei piatti. Ma poi…”
“ … il vino lo abbini tu, certo. Lo so che ci tieni, non ti priverei di questa soddisfazione per niente al mondo. Ah, povera me! Esco con un americano che si crede un intenditore di vini…. Dunque vediamo…”
“Sono proprio curioso…”
La donna vide una cameriera avvicinarsi, e le fece un cenno.
Quindi scoccò un’occhiata profonda e maliziosa a Phil, e poi si rivolse alla cameriera, con aria complice, la fece avvicinare a sé e le comunicò con fare segretissimo le ordinazioni in un orecchio. Man mano che la ragazza scriveva la nota delle ordinazioni, i suoi occhi neri correvano veloci in continuazione dal suo blocco al viso interrogativo di Phil, finchè lentamente la sua bocca si stemperò da fessura impassibile a un palese sorriso divertito e malizioso.
Phil continuò a preoccuparsi.. e la sua ospite a divertirsi, soprattutto dopo che i piatti furono serviti.

Mentre Phil provvedeva a saldare il conto, la donna aveva scelto di effettuare un tagliando al trucco, e si era eclissata nel piccolo bagno del ristorante. Phil pensò che era stata una bella cena, e che lei aveva scelto il cibo davvero con raffinata competenza: doveva ammetterlo, era stata molto brava.
Subito il suo pensiero si ricollegò all’altra cena, quella di New York. Quella sera Raffaella lo aveva letteralmente stregato, era stata capace di creare un’atmosfera unica, dove intimità e mistero, dove conosciuto e ignoto si lambivano, senza però svelarsi l’uno all’altro. Allora fu professionalmente necessario evitare che tra loro nascesse un rapporto più diretto e intimo, ma la scelta razionale contrastava con le pulsioni dei loro cuori. Il suo era sicuro: percepiva con chiarezza che l’altra persona era in piena sintonia, che le sue emozioni erano condivise. Forse questo era il motivo della felicità di quella sera, e della bellezza di quel ricordo.
Questa cena a Venezia invece era certamente più carica di promesse, di concrete possibilità … ma a New York Raffaella, però…
D’un tratto si scosse: non doveva fare paragoni, ogni evento è unico e irripetibile: “Questa volta sarà di certo diverso: e non è detto che – alla fine – sia addirittura migliore.” Comunque dentro di sé di una cosa era certo: il suo cuore probabilmente amava Raffaella.
Poi la donna tornò, se possibile ancora più splendida di prima, e Phil accantonò tutti questi pensieri. Usciti dal locale, la serata stava ormai dando il meglio di sé: spenta definitivamente l’iperattiva luce diurna, iniziava a scorrere su Venezia una tiepida brezza serale, che con sé portava musiche delicate e inebrianti profumi, per lo più dolci e femminili. Nel contempo la Luna, attenta sceneggiatrice, aveva optato per un suo ingresso ritardato, lasciando così alle sole stelle il compito di trapuntare con l’oro il soffitto degli amori primaverili.
Anche il vino – che Phil chissà come era riuscito tutto sommato ad abbinare decorosamente alle varie portate di cruditès marinare e di tempura all’italiana – stava facendo il suo giusto lavoro, e gli scorci pittoreschi della città lagunare dipingevano quei momenti di rara dolce lentezza.
Mentre passeggiavano, si trovarono sopra un ponte. Guardando il paesaggio, la donna disse:   “Amore. Venezia, è sempre speciale.”
“No, Dolcezza.” rispose Phil rallentando il passo e guardandola negli occhi “Sei tu che la rendi così.”
La donna gli inviò di rimando un’occhiata in tralice, poi lentamente si fermò, si girò con calma verso di lui, lo abbracciò e gli diede un lungo bacio appassionato.
Phil si appoggiò di schiena al parapetto del ponte, e ricambiò bacio e abbraccio, e come per incanto intorno a loro il tempo si fermò.
Lentamente la mano di lei slacciò un bottone della camicia di lui, e si insinuò sotto la tela ad accarezzare il suo petto ancora muscoloso; Phil sentì gli addominali tendersi, e attirò a sè con più forza il corpo di lei: ora lo sentiva palpitare tra le sue braccia, lo percepiva vicinissimo, separato dal suo soltanto da pochi aliti di seta.
Fu lei a staccarsi per prima:
“Guarda, qui a destra: c’è vicino la Basilica.” disse senza levare la mano da dentro la sua camicia “Sai, pensavo: facciamo due passi fino a San Marco, così, a scopo… digestivo, poi rientriamo e…”
“…E..?” domandò Phil con aria maliziosamente interrogativa, fingendo di non curarsi del fatto che la mano persisteva ad accarezzargli il petto.
“E poi ritorniamo indietro da questa stessa parte e rientriamo in albergo, che invece è proprio qui a sinistra. Non mi avrai fatto venire qui solo per baciarmi su un ponte, no?”
Phil guardò verso la Basilica, poi si girò dall’altra parte, e vide la splendida figura dell’albergo che si rifletteva nell’acqua liscia del canale: i lampioni sulla facciata del palazzotto storico giocavano a copiarsi con quelli riflessi dall’acqua.
Sempre abbracciando la donna disse:
“Ah, no? E per che altro, dolcezza?”
La donna sorrise sorniona, poi si alzò in punta di piedi e gli diede un piccolo bacio proprio sotto il lobo. Phil ebbe la chiara sensazione che la gamba della donna non fosse scivolata par caso nello spazio che c’era tra le sue, anche se la cosa gli era sembrata perfettamente naturale… E lei, ridendo, se lo tirò ancora vicino vicino alle sue labbra rosse e lucide, che illustravano le intenzioni molto più di mille parole pronunciate.
La luna improvvisamente debuttò con molta tempestività e la coppia fu illuminata da un argenteo occhio-di-bue; Phil sorrise: “Anche la luna è dalla tua parte, eh? Ho capito. Allora andiamo dove dici tu.”
E detto questo, si voltò e condusse la donna con delicata decisione subito verso il loro albergo: lei lo seguì con uno sguardo a metà tra l’interrogativo e il divertito.
Mentre camminavano scortati dall’argentea Luna, Phil decise di chiudere in uno scomparto buio della sua memoria il file di New York e la felicità legata a quel ricordo, almeno momentaneamente.
Forse perché la sua felicità era adesso lì, la sentiva presente di fianco a lui.
O forse perché la Luna sa tutto, e tutto può.
(segue)

La Luna lo sa - Domenica mattina

Parte 3

Domenica mattina, Lei
Raffaella si svegliò con i raggi del sole domenicale che le riscaldavano le gambe nude. Guardò la sveglia da viaggio sul comodino: le 10 e 25.
Lui non era a letto: probabilmente era in bagno, o nel salottino; forse a leggere…
In quel momento era restia a svegliarsi del tutto: era stata una notte memorabile. I ricordi si srotolavano nella sua mente ancora un po’ annebbiata dal sonno.
Appena rientrati, lui aveva chiuso subito l’uscio,  poi l’aveva stretta repentinamente tra le sue braccia e l’aveva baciata avidamente: anche lei aveva desiderato molto quel momento, e si erano concessi vicendevolmente lì, praticamente in piedi, nella sala, amandosi con passione e urgenza, come se i loro corpi non potessero più aspettare oltre. Era stato qualcosa di esplosivo, un incontro molto intenso e carnale, ma con una sua poesia.
Quando erano riusciti a riprendere fiato, si erano trovati entrambi seduti per terra, con le schiene appoggiate al muro. Allora si erano spostati in camera da letto: ricordava ancora le mani curate di lui mentre aprivano la bottiglia di champagne che chissà come era apparsa sul tavolino della camera, e la concentrazione con la quale lui versava il vino per entrambi. Avevano bevuto insieme e si erano amati una seconda volta, questa volta più dolcemente, cercando con calma e pazienza l’uno il completo coinvolgimento del corpo dell’altra, fino a raggiungere l’estasi comune.
Solo allora si erano riposati, coricati fianco a fianco; lei si era addormentata con la testa sul petto di lui, che invece la cingeva in un tenero abbraccio.
Non era riuscita a dormire a lungo: e mentre ascoltava il suo respiro regolare, Raffaella era tornata con la mente a quell’uomo conosciuto a New York: quella sera appena passata era proprio quello che si sarebbe aspettata di vivere con Phil? O forse si immaginava qualcosa di diverso? Mah…
Dopo qualche minuto l’uomo, forse inconsciamente intuendo quei pensieri dubbiosi, si girò nel sonno, scostandosi da lei.
“Meglio non fare confronti” pensò Raffaella, sentendo nel cuore un vago senso di colpa per i pensieri che stava distillando “Non è proprio il caso: New York era New York, ma qui siamo a Venezia..”
E così, quasi senza accorgersene, iniziò con un dito leggero a seguire sulla schiena di lui il contorno delle spalle e dei muscoli dell’avambraccio; l’uomo parve cogliere nel sonno il tocco lieve, e si girò nuovamente, mostrandole il petto nudo. Raffaella allora passò a seguire il contorno dei muscoli pettorali ben delineati, e degli addominali ancora tonici, con dolci tocchi delicati e leggeri.
Fu lì che l’uomo diede chiari segni di risveglio, pressochè nella totalità del corpo: segnali che comportarono ben presto il coinvolgimento di entrambi in un nuovo capitolo nella notte, scritto ancora a due mani partendo da una medesima ispirazione.
Questo fu il più che probabile motivo del vago indolenzimento che la donna provava quella mattina più o meno in tutto il suo corpo: e quando il suo io conscio ebbe finalmente preso coscienza di questa fastidiosa sensazione, decise che si sarebbe volentieri alzata per fare colazione.
“Ma dove diavolo è finito?” si chiese, andando a vedere in salotto.
Non trovandolo, sbirciò sul balconcino, ma nemmeno lì sembrava ci fosse nessuno.
Pensò al bagno: ma anche quello era vuoto.
“Dov’è?” si chiese allarmata.
Controllò nell’esplosione nucleare di indumenti ancora sparsi nel salottino, e vide con disappunto che non c’erano le scarpe ed i calzoni di lui. E nemmeno il cellulare…
“Oddio! Se ne è andato?! Se ne è andato via?!”
Non era possibile.
No, non era da lui.
Immediatamente  passò in rassegna tutto quello che aveva fatto e che aveva detto nei momenti che erano stati insieme, pensando in particolare se lei avesse fatto o avesse detto qualcosa che non avrebbe dovuto…  Sì, le era parso che in qualche istante lui era lontano con il pensiero, quasi pensasse ad altro, ma…
… ma non era possibile che lui avesse capito.
Che lei preferiva l’uomo conosciuto a New York all’uomo di Venezia.
Aprì meglio le ante della camera, ed in quel momento lo vide: era sul balconcino, in una posizione un po’ nascosta, e stava leggendo una mail dal cellulare, con un’aria cupa.
Raffaella tirò un sospiro di sollievo…

***

Domenica mattina, Lui
Phil stava leggendo una mail sul suo Blackberry, seduto ad un tavolino rotondo in ferro battuto, dove era stata servita la sua colazione. Il sole ancora tiepido in quella stagione dell’anno rendeva la prima colazione mattutina un rituale molto piacevole, e Phil ne stava godendo appieno le sensazioni che il suo corpo gli restituiva.
Il suo pensiero però era lontano dal testo della mail, che probabilmente era un becero tentativo di phishing; gli occhi erano fermi sul piccolo display dell’apparecchio, ma i suoi pensieri galoppavano bradi lungo praterie assolate distanti migliaia di miglia da quel tavolino affacciato su di una canale della laguna veneziana.
Pensava ancora una volta a Raffaella, a quella sera di qualche mese prima a New York, a come quella donna si era idealizzata nella sua testa, al punto di averne fatto un’icona assoluta, un pensiero troppo ricorrente da sembrare quasi fisso. Come può un uomo restare così stregato da un serata? E inconsciamente lui aveva programmato il suo week-end in Italia, a Venezia, nella speranza di reincontrare quella donna, di rivivere quei momenti magici, e magari di navigare in emozioni ancor più profonde.
Con un leggero senso di colpa pensò alla sera precedente, a questa donna di Venezia che aveva lasciato ancora addormentata nel letto. Come sentiva diverse le due donne tra loro. Quest’ultima era di certo bellissima, intrigante, sensuale - “E che notte agitata!” mormorò tra sé con un sorriso – ma quell’altra ideale di New York…
Ad un tratto, mentre era immerso in questi pensieri, ebbe un sobbalzo.
Lei era arrivata silenziosa alle sue spalle, e lui non l’aveva sentita arrivare: le sue mani, delicate e sensuali, gli si erano posate sulle spalle, ed un brivido caldo gli aveva elettrificato la schiena.
“Ciao” mugulò con voce imbronciata la donna, mentre continuava ad applicare ampie carezze lente e circolari sulle spalle massicce dell’americano “Mi sono svegliata tutta sola… “
“Ero qui, amore.” sorrise Phil.
“Ho visto. Ma.. mi sono dovuta alzare per trovarti…”
Phil appoggiò la sua nuca al ventre della donna; poi alzò gli occhi verso di lei e disse:
“Vuoi fare colazione anche te, cara?”
“C’è caffè nero?”
“Sì, penso di sì..”
La donna si staccò dalle sue spalle, e si sedette proprio di fronte a Phil: i lunghi capelli le ricadevano sulle spalle, e addosso aveva un kimono di seta.
Phil le sorrise, e pigramente fece scorrere il suo sguardo dal viso della donna verso il basso: i suoi occhi pennellavano lentamente il corpo di lei, soffermandosi prima sull’incrocio dei due lembi del kimono all’altezza del seno, poi sulle piccole pieghe create dal nastro che le cingeva la vita, poi lungo le gambe levigate, giù giù fino ai piedi.
“Il caffè è ancora caldo, tesoro. Peccato…”
Phil non l’ascoltava: aveva appena notato che la donna, anche se si era appena alzata dal letto, aveva indossato quei fantastici sandaletti della sera prima; il dettaglio aveva un che di sensuale e la scoperta aveva scosso l’uomo dal suo torpore mattutino.
“Perché dici ‘peccato’, amore?” le domandò, mentre gli occhi continuavano a godersi le gambe della donna.
“… perché così avrei avuto una scusa per chiamare un cameriere!” rispose sorridendo maliziosa la donna “D’altronde tu stamattina sembri molto più interessato al tuo cellulare che non a me…” aggiunse con un finto piagnucolio.
Phil impiegò qualche secondo, ma poi colse l’allusione, posò il Blackberry sul tavolo e si alzò in piedi.
“Amore, non credi che qui fuori incominci a fare un po’ troppo caldo? Perché non rientriamo in camera…”
“Phil caro, davvero hai caldo?”
Lui le porse la mano, e lei finì il suo caffè, poi vi si appoggiò e si alzò in piedi.
“Sì, cara: decisamente molto caldo. Entriamo…” E dolcemente la tirò verso di sé, all’interno della suite.
“Che intenzioni avresti, uomo?” le disse lei guardandolo negli occhi mentre inavvertitamente si appoggiava con il seno al suo torace.
Lui allora sciolse il nodo del kimono, e mentre la seta scorreva lungo i fianchi della donna scoprendo totalmente il suo corpo, Phil rispose: “Pessime!”
La donna, vestita ormai dei soli tacchi lunghi e snelli, si appoggiò completamente con il suo corpo a quello dell’uomo e ne percepì l’intenso desiderio: allora buttò platealmente gli occhi al cielo, e sorridendo rispose: “Ah, meno male!”
(segue)

La Luna lo sa - Domenica mezzogiorno

Parte 4

Domenica mezzogiorno, Lui

Il resto della mattinata era scorso lento e pigro, passeggiando per il centro della città.
“Ma quanti turisti!” esclamò la donna.
“Anche noi siamo turisti..” commentò un po’ distaccato Phil. Stava pensando che la serata precedente era stata molto piacevole (e la nottata poi, non parliamone!), ma…
C’era qualcosa in lui che non riusciva a spiegarsi. Certo, quella telefonata del suo avvocato la sera prima l’aveva un po’ sorpreso, ma…
C’erano troppi ‘ma’ nel suo cervello: e questo significava che il motivo del suo lieve malessere non era ancora affiorato, anche se sotto sotto stava lavorando alacremente.
Eppure lui era lì, in una città bellissima, con una donna bellissima, che lo amava..
Lo amava? Quello non l’aveva ancora capito…. Forse no.
Con il pensiero volò ancora una volta alla sera di New York: pensò che gli era capitato un po’ troppo spesso quel week end; forse il problema era lì.
“Amore, ti vedo un po’ distratto…” gli disse la donna.
“Mah, forse è tutta questa gente, questa confusione…”
Lei lo guardò un po’ stupita: ma nella Grande Mela non erano abituati alla folla ed alla confusione? Scosse un po’ la testa, poi rispose:
“Caro, vuoi rientrare in albergo?” e poi aggiunse con fare allusivo “Stanotte ed anche stamattina non mi sembravi così di cattivo umore, ed abbiamo ancora un po’ di tempo prima di dover andare alla stazione.”
Phil la guardò: sembrava soppesare la proposta per qualche istante, poi le disse:
“Mah, non so. Forse è meglio se mangiamo un boccone…”
“Che ti succede, amore? Qualcosa non va?”
“No. No, cara. Tu sei splendida, e stiamo passando uno splendido weekend. Sono in una città favolosa, con una donna favolosa: cosa posso volere di più?”
“E allora…?”
“Forse sono un po’ stanco…”
La donna lo guardò un po’ perplessa: sì, c’era qualcosa che non funzionava, ed il suo intuito le suggeriva che non era legato alla telefonata del legale della serata precedente….
Non sapeva esattamente cosa, ma c’era qualcosa in lui che adesso le sfuggiva.
Ripresero a camminare, e Phil guardò la donna che teneva per mano, sforzandosi di mettere in secondo piano il pensiero di NewYork.
“Sei bellissima, lo sai?”
“Tutto qui, amore?”
“No, sei uno schianto, sei probabilmente la donna più bella che io abbia mai conosciuto..” e, mentre le dava un piccolo bacio alla base del collo, aggiunse con voce più bassa “ ..e che abbia mai amato.”
“Davvero?” chiese lei di rimando, inarcando lievemente la schiena al tocco di quel bacio.
“Davvero…” rispose Phil.
Ma lui stesso si accorse che lo aveva detto senza troppa convinzione.
Aveva appena realizzato che il problema stava proprio in quelle parole che le aveva appena detto: ora era chiaro anche a lui, lui non la amava. Mentre una fitta gli trapassava il cuore, il ricordo di New York si riaffacciò prepotente nei suoi pensieri.

***

Domenica mezzogiorno, Lei
Si sedettero in un bistrot, in un piccolo vicolo secondario.
“Cosa desideri, cara?”
“Qualcosa di leggero.”
“Sì, hai ragione. Forse è meglio, tra un po' dobbiamo andare in stazione..”
Lui chiamò il cameriere con un gesto, e mentre Raffaella ordinò un'insalata nizzarda per lei, e una caprese per lui, l’uomo ripiombò nei suoi pensieri.
“Sembra che tu abbia pensieri cupi. Che succede, tesoro?”
“Niente, cara. Niente.”
Raffaella non era convinta: e così ritornò a pensare alla notte precedente: allora le era sembrato felice, appagato, quasi… innamorato. No, un momento: innamorato no, mai. Eccitato forse; entusiasta… ma non innamorato. Ecco qui la spiegazione: lui non era innamorato, e anche lei non lo era davvero. Gli voleva bene, quello sì, ma…
E quasi senza rendersene conto, lo spettro di New York ritornò a posizionarsi tra loro due.
“Dimmi che hai: lo vedo che non sei a posto!” disse Raffaella guardandolo indagatrice negli occhi.
“No, sono cose mie…” rispose l’uomo “Lascia stare, tanto….”
Raffaella non si mosse di un millimetro, e gli occhi sembravano voler trapanare quelli del suo interlocutore, alla ricerca di una verità che lui si sforzava di nascondervi dietro.
“Va bene!” disse ad un certo punto l’uomo, con fare da capitolazione “Ho dei guai legali, ho ricevuto quello che qui da voi chiamano avviso di garanzia e sono piuttosto preoccupato. Procura di Milano: si sa che quelli prima ti sbattono dentro e poi ti chiedono come ti chiami...”
Raffaella scosse la testa, e si sorprese a pensare un ‘menomale’ davvero troppo inopportuno.
“E poi lo sai, io sono straniero, e per me è piuttosto difficile seguire i meandri delle vostre leggi e leggettine: sono seriamente preoccupato.”
“Ma a chi ti sei rivolto?”
“Non lo so ancora: i miei legali stanno cercando un corrispondente qui in Italia, e…”
“Tesoro, ma perché non me ne hai parlato prima? Conosco un buon legale a Milano, l’Avvocato Silvani, la sorella di una mia carissima amica …”
Ma mentre pronunciava quelle parole Raffaella contemporaneamente pensava a quanto si sentisse sollevata dal fatto che i problemi che lo affliggevano fossero con la giustizia: lei temeva che lui fosse preoccupato perchè aveva capito che qualcosa in lei era cambiata, che lei in realtà non lo amava più…
“E pensi che sarebbe in grado di aiutarmi?”
“Ma certo! Anzi, chiamo subito la mia amica, ormai sarà già alzata anche lei, così mi faccio dare il numero di telefono..”
E mentre stava componendo il numero, Raffaella decise razionalmente quello che poco prima aveva capito: se era lei che non lo amava, per quanto fosse stato bello ed appagante il week-end, doveva dirgli che la loro relazione era finita.  Lo spettro di New York accanto a lei sembrò tirare un sospiro di sollievo, quasi volesse dirle ‘Era ora!’
“Pronto?”
“Pronto, Melissa? Ciaaao, come stai?…….”
Mentre Raffaella parlava con l’amica, l’uomo la osservava pensieroso. Era dalla sera prima che pensava al loro rapporto, e che cercava di capire cosa si agitava nella testa della donna. La conosceva ormai abbastanza bene per intuire che c’era qualcosa in lei che non andava più come prima, dopo New York…

 ***

Domenica pomeriggio, ancora Lei
Raffaella, appesa al braccio rassicurante dell’uomo, si stringeva a lui, quasi volesse dirgli che non lo voleva più lasciare andare via; dentro di lei invece il suo cuore era ormai già molto distante da quell’uomo.
Durante tutto il pomeriggio aveva rimuginato su quella cosa, ed era arrivata alla conclusione incontrovertibile che era proprio finita.
Lo guardò di sottecchi: erano da qualche minuto fermi in piedi, l’uno accanto all’altra, mentre osservavano un giocoliere di strada durante la sua esibizione funambolica. Il viso dell’uomo era teso: osservando i suoi occhi dilatati in pensieri lontani e la contrazione della bella mascella volitiva si poteva intuire la preoccupazione che lo animava.
Era un uomo affascinante, ma Raffaella aveva deciso. O meglio, l’aveva fatto per lei il suo cuore, perché il suo fisico reclamava ancora la parte di weekend non ancora consumata.
Il funambolo, quasi percepisse la situazione, fece un guizzo volutamente troppo vicino ai due abbracciati, che improvvisamente si risvegliarono dai loro torpori.
Lui la guardò in viso, poi portandola dolcemente per il braccio la condusse un po’ più lontano dal crocchio di astanti, e si incamminò lungo il lato della piazza ora inondata dalla rossa luce del sole calante.
“Sto sempre bene vicino a te, Raffaella” esordì l’uomo “ma questa volta ti ho sentita spesso lontana da me.”
“Cosa intendi?”
“Anche se eravamo vicini, insieme, tu non c’eri. La tua mente era davvero altrove. Non so cosa ti stia capitando, ma dopo New York io oggi ti sento diversa…”
La donna chinò il capo, pensierosa. Anche lei lo sentiva distante, distratto. Quasi estraneo.
“Vieni” finalmente gli disse “forse è meglio tornare in albergo a prendere i bagagli. Tra qualche ora partirà il treno per Milano, forse è meglio così.”
E mestamente si diressero verso il palazzotto signorile che ospitava l’hotel.
(segue)

La Luna lo sa - Domenica sera

Parte 5

Domenica sera, Lui

Mancavano una manciata di minuti alla partenza del convoglio, abbastanza per non doversi affrettare eccessivamente, ma sufficientemente pochi per non dover prolungare troppo il commiato.
Phil trainava con la sinistra il trolley, mentre la donna si reggeva al suo braccio destro con entrambe le mani, in una posizione che sembrava volerlo trattenere a sé.
“A che ora parte il treno per Milano?”
“Là c'è il tabellone: guardiamo.”
“22.15. Binario 3”
“E' là. Vieni.”
Raggiunsero in silenzio il binario, e cercarono la carrozza. Poi Phil aprì la porta e caricò senza sforzo il trolley, quindi aiutò la donna a salire in vettura, e salì subito dopo anche lui.
Il posto prenotato recava il nome stampigliato del passeggero, e incredibilmente la prenotazione era
stata rispettata. Phil sistemò i bagagli nell'apposito spazio, poi si rivolse alla donna.
“Amore, è stato un bellissimo weekend!”
La donna lo guardò, serena, con il sorriso di chi aveva già capito tutto.
“Anche per me. Sono stata bene, e ti ringrazio per tutto quello che hai fatto.”
“Anch'io sono stato bene, con te. E ti devo ringraziare per la tua pazienza.”
La donna raccolse i suoi lunghi capelli biondi in una grossa coda, legandoli con movimenti esperti; poi posò le mani sulle spalle di Phil e lo baciò sulle guance, tre volte alternativamente.
“Ciao, caro. Ho letto che bisogna darsi sempre tre baci sulla guancia, perchè portano bene. Spero davvero che sia così per entrambi.”
Phil sorrise a sua volta, e la abbracciò stretta.
“Sei una gran donna, sai?”
“Riguardati, amico mio. Voglio ritrovarti in forma quando ci rivedremo!”
“Certo, cara. Allora, fai buon viaggio.”
La donna si staccò dall'abbraccio, e gli fece un'ultima carezza sul viso:
“Spero proprio di rivederti presto!”
Ma in cuor suo sapeva che non era vero.
Phil le diede un ultimo bacio, poi scese dal vagone e si portò sotto il suo finestrino; lei era seduta, e lo guardava.
Da lontano risuonò il fischio del capotreno, ed il convoglio iniziò a muoversi.
Phil mosse la mano in un breve ultimo saluto: “Ci sentiamo!” ma lei già non poteva più sentirlo.
E mentre il treno si muoveva lento verso la sua destra, Phil sentì un piccola lacrima salata scorrergli lenta lungo la guancia.

 ***

Domenica sera, Lei
Mancavano una manciata di minuti alla partenza del convoglio, abbastanza per non doversi affrettare eccessivamente, ma sufficientemente pochi per non dover prolungare troppo il commiato.
L'uomo trainava con la sinistra il trolley, mentre Raffaella si reggeva al suo braccio destro con entrambe le mani, in una posizione che sembrava volerlo trattenere a sé.
“A che ora parte il treno per Milano?”
“Là c'è il tabellone: guardiamo.”
“22.15. Binario 3”
“E' là. Vieni.”
Raggiunsero in silenzio il binario, e cercarono la carrozza. Poi l'uomo aprì la porta e caricò senza sforzo il trolley, quindi aiutò Raffaella a salire in vettura, e salì subito dopo anche lui.
Il posto prenotato recava il nome stampigliato del passeggero, e incredibilmente la prenotazione era
stata rispettata. L'uomo sistemò i bagagli nell'apposito spazio, poi si rivolse alla donna.
“Amore, è stato un bellissimo weekend!”
Raffaella lo guardò, serena, con il sorriso di chi aveva deciso
“Anche per me. Sono stata bene, e ti ringrazio per tutto quello che hai fatto.”
“Anch'io sono stato bene, con te. E ti devo ringraziare per la tua pazienza.”
Raffaella si guardò intorno nella carrozza, cercando di soffocare il groppo che le stava salendo in gola; poi posò le mani sulle spalle dell'uomo e lo baciò sulle guance, tre volte alternativamente.
“Ciao, caro. Ho letto che bisogna darsi sempre tre baci sulla guancia, perchè portano bene. Spero davvero che sia così per entrambi.”
Lui le sorrise a sua volta, e la abbracciò stretta.
“Sei una gran donna, sai?”
“Riguardati, amico mio. Voglio ritrovarti in forma quando ci rivedremo!”
“Certo, cara. Sta tranquilla, e grazie anche per il nominativo dell'avvocato: lo chiamo subito domattina dall'aereoporto, prima di partire per Parigi.”
“Allora, fai buon viaggio, Serge. Salutami Parigi appena ci arrivi.”
L'uomo si staccò dall'abbraccio, e le fece un'ultima carezza sul viso:
“Spero proprio di rivederti presto!”
Ma in cuor suo sapeva che non era vero.
Raffaella gli diede un ultimo bacio, poi scese dal vagone e si portò sotto il suo finestrino; lui era in piedi davanti al finestrino, e la guardava.
Da lontano risuonò il fischio del capotreno, ed il convoglio iniziò a muoversi.
Raffaella mosse la mano in un breve ultimo saluto: “Ci sentiamo!” mimò con la bocca, e lui annuì con il capo.
E mentre il treno si muoveva lento verso la sua sinistra, Raffaella sentì un boccone amaro in gola.


 ***

Domenica sera, Loro
Il convoglio usciva lento dalla stazione, diretto verso Milano.
Raffaella vedeva allontanarsi Serge, e ripensava a lui ed al fatto che probabilmente non si sarebbero più rivisti: lui aveva capito.
Nel suo cuore sapeva di aver fatto la scelta giusta: non era corretto tenere in essere un rapporto quando sapeva quali erano i suoi esatti sentimenti. Però la tristezza per la conclusione di quel rapporto si stava facendo largo prepotentemente dentro di lei: Serge avrebbe sofferto per quella scelta? Lei lo avrebbe fatto soffrire, per aver scelto di non farlo soffrire?
Mentre si arrovellava in queste elucubrazioni da fine di un amore, sentì le lacrime tracimare tutte le barriere che fino ad allora lei le aveva faticosamente imposto. E finalmente, lontano da Serge, le lasciò scorrere liberatorie.

Phil guardava il convoglio pian piano svanire in lontananza, fermo immobile ancora con il braccio destro alzato in segno di saluto. Era immobile, e pensava alla bionda Helen, la sua compagna, che su quel treno si allontanava. Se la immaginava, mentre si riassettava civettuola i capelli, conversare amabilmente con il viaggiatore seduto nella poltrona di fronte. Lentamente scosse la testa: no, anche se lui fosse capitato un'altra volta a Sanpietroburgo, non avrebbe avuto il coraggio di chiamarla. E così probabilmente non l'avrebbe più rivista...
Mentre faceva questi pensieri, ancora con la mano tesa in alto in un ultimo saluto al treno, i suoi occhi notarono una figura di donna, sulla banchina dall'altro lato del binario, avanti una trentina di metri rispetto a lui. Anche lei stava guardando il convoglio allontanarsi, e sembrava stesse asciugandosi con un fazzolettino le lacrime di un addio.
Piano piano abbassò il braccio, sempre senza togliere gli occhi dalla figura, e pensò che aveva qualcosa di familiare...
“Beh, tutte le italiane si assomigliano un po'...” pensò, mentre si metteva lentamente le mani in tasca.
Ma quando fece per avviarsi, la donna si avviò a sua volta verso l'uscita, e girandosi mostrò il suo volto; Phil ebbe in quel momento un tuffò al cuore che lo impietrì.

Raffaella si girò, ed incominciò a camminare verso l'uscita. Con il fazzoletto stava ancora asciugandosi le ultime lacrime, e guardò verso l'alto, verso la notte che ormai era scesa su Venezia: il buio restava confinato proprio sopra i coni di luce che le lampade della stazione proiettavano sulle pensiline. La luna non era ancora sorta, quasi volesse sottolineare con l'oscurità la sua solidarietà  con Raffaella per quel momento triste.
Mentre camminava abbassò lo sguardo sulle poche figure che erano rimaste sulla banchina dopo la partenza del treno per Milano: pensò che tutti più o meno avevano appena vissuto il loro attimo di separazione, anche se per qualcuno era un arrivederci e per qualcun altro un addio.
Pensò che in quell'istante, su quella banchina, tutti quegli amanti stavano rientrando mesti verso le loro abitazioni, accomunati da uno stesso cuore pesante. Vedeva tutte quelle ombre che lentamente si erano voltate, e adesso camminavano insieme a lei verso l'uscita della stazione. Solo una di queste, un po' più avanti di lei sulla banchina dall'altro lato del binario, ancora si attardava a guardare la sagoma del treno che rimpiccioliva in lontananza: sembrava immobile come una statua.
Era in ombra, tra due coni di luce formati da due lampioni vicini: un uomo, forse; sì, un uomo imponente, probabilmente di quasi due metri, con le mani appena appoggiate all'imboccatura delle tasche dei pantaloni. Sembrava in trance, non muoveva un muscolo...
Mentre camminava nella sua direzione, lo vide un po' meglio. Quell'uomo non stava guardando il treno, ma guardava lei: Raffaella si sentì percorrere da un brivido lungo la schiena. Quello sconosciuto la guardava dall'altro lato dei binari, insistentemente.
Decise di non considerarlo, ed allungò il passo per raggiungere le altre persone che già stavano guadagnando l'uscita. Ma poi la colse un'intuizione: fu come se avesse percepito la presenza di qualcuno a lei più che familiare, e di colpo si fermò, rigida: poi, con un movimento che sembrò durare un'eternità, ruotò la testa verso la figura ancora immobile sull'altra banchina, fino a che i loro occhi non si incontrarono.

Phil vide la donna muoversi verso di lui. 
La notte aveva preso il sopravvento su tutto, ed i pochi lampioni della stazione creavano tante isole di luce immerse in un grande mare scuro e buio: adesso la donna era quasi davanti a lui, illuminata dalla fioca luce di uno di quei  lampioni. Phil si sentì raggelare, ed il cuore aveva iniziato a rullargli nel petto senza posa. Incredibile, era proprio lei, lì, alla stazione, davanti a lui.
Si vide sorridere impacciato, e percepì il suo braccio sinistro che si alzava in un impercettibile gesto di saluto verso Raffaella.
La donna intanto si era fermata di colpo, e lentamente si era girata verso di lui, ed ora lo guardava negli occhi, con un'espressione incredula dipinta sul viso.
“Non ci posso credere...” fu l'unica cosa che Phil riuscì a mormorare tra sé.

Raffaella non aveva ancora riconosciuto Phil nell'uomo che aveva davanti a sé, ma già si sentiva pervadere da una sensazione di calore che dalla bocca dello stomaco si stava irradiando per tutto il resto del corpo. Ancora esterrefatta, si ascoltò mentre diceva: “Ma, tu... sei...?”
“Sì, Raffaella. Sono Phil!”
“Phil! Phil! No, sei proprio qui?!?” esclamò incredula la donna.
E come fossero sincronizzati da una identica coreografia, i loro cuori evaporarono d'incanto i plumbei sentimenti appena vissuti, dando spazio a due garrule sorgenti di fresca felicità; i loro occhi si spalancarono stupefatti come quelli dei bimbi la mattina di natale, e le loro labbra si aprirono inesorabili nel più grande dei sorrisi possibili.
Senza staccarsi gli occhi uno da quelli dell'altra, iniziarono a camminare lungo il binario crudele che ancora osava separarli, ciascuno sul proprio lato, verso l'uscita della stazione. Dapprima lentamente, poi sempre più velocemente, finchè non si videro correre insieme, uno di fianco all'altra, verso il  fondo, incapaci di attendere un secondo di più il momento in cui si sarebbero abbracciati.
Lei volò con le sue braccia al collo di lui, che la prese alla vita e la sollevò dolcemente verso di sé: le labbra di lei cercarono avidamente quelle di lui, e si saldarono in un lungo bacio, mentre i due corpi abbracciati stretti stretti ruotavano lentamente sul piazzaletto della stazione in una danza felice.

“Non ci posso credere! Quanto mi sei mancata, Raffaella!” sussurrò lui, aperto in un enorme sorriso mentre la depositava dolcemente a terra.
“Phil, Phil, non ho fatto altro che pensarti, in tutto questo tempo! Che sogno, incontrarti qui a Venezia!” disse la donna, con gli occhi ancora pieni di lacrime per la gioia.
“Anch'io ti ho desiderato molto! Che bello poterti abbracciare, amore!”
Phil si rese conto della portata della sua frase solo un secondo dopo averla pronunciata, e divenne tutto rosso in viso. Si chiese immediatamente se anche lei...
Ma Raffaella lo prevenne, e sorridendo rispose “Mi piace come mi chiami 'amore'! Ti prego: fallo ancora!”
In quel momento un abile regista avrebbe illuminato a giorno la scena: e la Luna, per non essere da meno, scelse proprio quel preciso istante per mostrarsi in tutto il suo argenteo splendore, e suggellare quell'incontro con la luce più romantica che due innamorati possano desiderare.
Phil guardò negli occhi Raffaella: “Sei bellissima, amore!”
Lei sorrise e disse speranzosa:
“Sai, io ho ancora qualche ora da passare qui a Venezia. E tu?”
“Io invece ne ho pochissime...” rispese Phil.
E continuò “...pochissime da dedicare a Venezia: preferisco infatti dedicarle tutte a stare con te.”
Detto questo la attirò di nuovo a sé, e si unirono in un nuovo lungo bacio appassionato, sotto gli occhi degli ultimi viaggiatori che stavano lasciando lesti la stazione.
Ed anche sotto lo sguardo avvolgente della Luna: una Luna che conosceva da sempre i segreti dei loro cuori.
Perchè è proprio così: la Luna lo sa.

(fine, ma loro continuano. Oh sì che continuano!)