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martedì 15 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte - Cap. 9 (Gomez)

La chiamata di Silvia c’era stata eccome, Roberto ne era convinto. Non poteva essersi sbagliato. Lui non sbagliava su cose del genere. Ricordava anche esattamente cos’aveva pensato nel vedere l’avviso di chiamata non risposta. Adesso aspetti anche tu, come a volersi vendicare del suo silenzio di qualche giorno prima.
Non poteva essersi immaginato tutto. Fosse stato nelle condizioni in cui versava Martino solo un paio di giorni addietro, ci poteva anche stare: ma era un sacco di tempo che Roberto non si conciava in quel modo, se pure mai lo aveva fatto. No, la chiamata c’era eccome. E non era stata “una persona” qualsiasi ad entrare nella stanza, a rovistare tra le sue robe, a trovare lo smartphone e a cancellare la chiamata. No, non poteva che essere stato Martino, e la sua pantomima nella stanza… lei non ti meritava… lei si sentiva inferiore… Stronzate. Adesso Roberto aveva la certezza adamantina che Martino gli avesse deliberatamente nascosto la chiamata di Silvia.
Aveva paura di rivelarsi il perché, perciò decise di effettuare l’ultimo, definitivo test.
Selezionò il menù “Impostazioni” del suo smartphone, sfiorò l’icona “Telefono” e quindi fece scorrere la punta tremante dell’indice sull’etichetta “Mostra ID”. La disattivò, quindi tornò sulla schermata principale e iniziò a comporre un numero che ricordava molto bene.
Roberto era così. Aveva i numeri memorizzati nella rubrica del telefono, ma quelli importanti li ricordava a mente. E quello lo aveva composto così tante volte…
Il familiare suono del telefono in attesa accompagnò la comparsa della scritta “Silvia cell.” sul suo display. Il viso di Silvia in quella foto era sorridente, lo sguardo radioso.
Il telefono continuava a suonare a vuoto.
Roberto deglutì piano fino a quando la linea non si interruppe.
Probabilmente Silvia non aveva perso la buona abitudine di non rispondere ai numeri sconosciuti. Ma sì, perché mai avrebbe dovuto alzare la cornetta? Poteva immaginare che si trattasse di Roberto. O magari immaginava che si trattasse di…
Fissò ancora lo schermo dell’iPhone. Sentiva il palmo della mano destra coprirsi di sudore.
Riprovaci. Mariciel può aspettare.
Guardò ancora il display che restituiva il suo sguardo, nero e muto.
Deglutì ancora e schiacciò il tasto che inviava di nuovo la chiamata.
Non risponderà. Sono sicuro che non risponderà.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.
Roberto allontanò di un paio di centimetri il telefono dall’orecchio, il pollice che in automatico stava per scivolare sul tasto “Interrompi chiamata”.
“Pronto? Chi parla? Pronto?”
La voce era quella di Silvia. Non sorprendentemente, dato che l’aveva chiamata sul cellulare.
Aprì la bocca ma prima ancora di impedirsi di pronunciare anche solo una parola si rese conto che sarebbe stato impossibile dal momento che aveva le labbra, la lingua, la gola completamente secche.
“Pronto? Chi parla?”, fece ancora Silvia.
E poi: “Tino, sei tu?”
Qualche tempo dopo, ricordandosi quel momento, Roberto si sarebbe domandato se avesse concesso a se stesso ancora qualche nanosecondo prima di chiudere la chiamata, o se il suo dito fosse scattato come il morso di una tagliola sul “tu” della domanda di Silvia. Si sarebbe domandato se nella sua testa il rumore della conversazione che veniva troncata fosse veramente il clic che si sente nei film o si vede nei fumetti. Si sarebbe domandato se avesse sentito cedere leggermente le gambe come quando da ragazzo a scuola qualcuno gli faceva la vecchia, ossia gli dava un pugno sul quadricipite femorale con l’intento di farlo cadere in ginocchio. Si sarebbe domandato un sacco di cose, ripensando a quel momento.
Ma lì, adesso, Roberto pensava solo a quelle parole: Tino, sei tu?
Cristo.
Tino. Aveva pensato si trattasse di Martino. E perché? Beh, non sembrava volerci un genio. Perché evidentemente avevano qualcosa in sospeso – occhio e croce, qualcosa di più in sospeso con Martino di quante non ne avesse con Roberto.
Chiuse gli occhi e si stropicciò i bulbi dietro le palpebre. Non riusciva a crederci.
Martino e Silvia.
No, ci doveva essere una spiegazione.
Certo, come quella dietro al fatto che Martino abbia cancellato la chiamata di Silvia. Certo, sì, come no.
Ecco spiegato l’imbarazzo di Martino poco prima; ecco spiegato il suo gesto. Loro due avevano una tresca, porco cazzo, e lui non se n’era mai accorto.
Magari anche le menate che gli stava facendo Silvia gli ultimi tempi, magari… Stava cercando di farsi mollare per mettersi con Martino senza passare da troia come nel caso in cui fosse stata lei a scaricarlo (e per farsi il suo migliore amico, per giunta!).
Ex migliore amico. Brutto figlio di puttana.
Roberto infilò il telefono in tasca e si precipitò verso la porta. Afferrò la maniglia con la stessa forza che avrebbe applicato di lì a poco sul collo di Martino. Con un po’ di fortuna, sarebbe riuscito a trovare un taxi per farsi portare al St Trop’. Anche se avesse dovuto sputtanare tutti i soldi che aveva nel portafoglio, sarebbe calato su Martino come il proverbiale angelo vendicatore. E avrebbe avuto la sua vendetta, altroché.

Martino stava brancicando “mocassini” (che scoprì chiamarsi Liliana) nella penombra del cesso di servizio, quando avvertì di nuovo e per l’ennesima volta una fastidiosa vibrazione provenire dalla tasca dei jeans che stavano pericolosamente scendendo verso le caviglie dopo che la sua compagna occasionale aveva ritenuto di sbottonarglieli. Un’ottima idea, incidentalmente.
Si domandò chi cazzo fosse e soprattutto perché lo stessero chiamando lì, in quel momento.
Non c’era nemmeno un po’ di rispetto, santo Dio? Continuò a far scorrere le mani sulla pelle liscia di Liliana, seguendo con le labbra le tracce lasciate dalle labbra sempre meno umide di saliva.
Il telefono riprese a vibrare.
Dovette tirarsi indietro, ansimando. “Scusami, è che…”, disse infilandosi la mano nella tasca ormai all’altezza del ginocchio.
Liliana abbassò lo sguardo e replicò stupita: “Ma no, non mi pare che…”
Martino soffocò una risata. “No, ma che hai capito… No, lui è ok… E’ che c’è qualche stronzo che continua a chiamarmi…”
Liliana contrasse i lineamenti in una smorfia di fastidio. “Fai pure. Magari è la tua fidanzatina che ti cerca.”
Tino le prese il viso tra le mani. “Ma no, tesoro, che dici? E’ il mio amico… ho un amico qui che… lui ha dei problemi e non vorrei che…”
“Seeee vabbe’”, disse Liliana sistemandosi la camicetta. “Dai, controlla e fai in fretta”
Ottenuto il “semaforo verde” Martino si scusò con un bacio ed estrasse il Nokia dalla tasca.
Cinque chiamate. Cinque. CINQUE!!!
E… Cazzo.
Silvia.
Che cosa cazzo voleva quella stronza?
Mentre formulava il pensiero il Nokia ricominciò a vibrare. Fissò per un istante lo schermo, inspirò profondamente e dopo aver preso la comunicazione con voce glaciale disse: “Ehi, non è questo il momento, ok?”
Dall’altra parte, proprio nello stesso istante, sovrastando le parole di Tino e la musica house del St Trop, la voce di Silvia stava dicendo: “Oh Tino, finalmente… Mi hai chiamato tu prima?”
A Tino si seccò improvvisamente la gola, mentre con gli occhi incontrò lo sguardo di Liliana.
“Io non… Non ti ho chiamato…”
“Non sei stato tu?”, disse Silvia. “Oh, Cristo…”
“Chi? Chi? Chi ti ha chiamato?”, esplose Martino mentre Liliana iniziava a ritrarsi e ad assumere un’espressione terrorizzata. Cazzo, pensava Liliana, ecco un altro matto… tutti io li rimorchio…
In quel momento la porta del bagno si aprì di scatto, e la persona che comparve improvvisamente sulla scena dovette soffocare ben più di una risata di fronte allo spettacolo di Martino con i jeans malamente arrotolati ormai intorno alle caviglie, la virilità che contemplava ormai depressa e rattrappita il pavimento, mentre la donna seminuda si copriva con le braccia seni e pudenda in una versione low pop della Venere del Botticelli.
“Sono stato io, Tinello”, disse Roberto. La sua voce era priva di qualsiasi tono ed emozione. “Io, quando te ne sei uscito.”
Martino fece cadere il Nokia sul pavimento come un criminale che fa cadere la pistola davanti al poliziotto.
A Roberto venne in mente una delle scene della serie dell’Ispettore Callaghan. E se avesse avuto una 44 magnum, difficilmente avrebbe resistito alla tentazione di sparare ai coglioni di Martino.
“No aspetta… Io…”
Roberto avanzò verso di lui. “Lo so, mi puoi spiegare. Non l’hai fatto apposta a scoparti la mia ragazza”
“Ex. Ex ragazza, Robi. Vi eravate mollati. Vi eravate…”
Roberto lo prese per il collo, allontanandolo dalla donna che iniziò a squittire. In un secondo si rivestì alla bell’e meglio e uscì dallo stanzino, lasciando i due pazzi a lottare malamente appoggiati al lavandino arrugginito.

venerdì 11 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte - Cap. 7 (Gomez)

Ma che cazzo…, pensò Roberto mentre sentiva Martino scrosciare allegramente contro le pareti del water. Aveva armeggiato con il suo telefono e aveva cancellato un pezzo del registro delle chiamate. Ne era sicuro. Prima di entrare in doccia aveva visto la chiamata non risposta di Silvia. Poi, al rientro in stanza… Martino è lì, con la sua espressione più innocente… e guarda caso la chiamata non risposta è sparita.
Era riuscito a dissimulare alla perfezione il suo stupore di poco prima quando, navigando tra le schermate del telefono, aveva visto che il registro chiamate era stato modificato. In un’altra circostanza, se ne sarebbe compiaciuto, ma in quel preciso momento aveva altri pensieri che gli ronzavano per la cabeza.
Ovvio che non poteva essere stato che Martino. Nessun altro era entrato in quella stanza, e di certo l’iPhone non cancellava le chiamate da solo.
Roberto sentiva le vene delle tempie pulsare violentemente, e il margine del suo campo visivo diventare color ruggine mentre la familiare, fastidiosa sensazione della gola che si stringeva fino a raggiungere le dimensioni di uno spillo cominciava ad assalirlo. Per quale motivo Martino poteva aver fatto una cosa del genere?
Strinse il telefono tra le dita come se volesse sgretolarlo e valutò l’opportunità di sorprendere Martino sotto la doccia e farlo confessare.
Perché? Perché? Roberto scosse la testa. Non aveva senso. Sapeva che Silvia gli era sempre stata antipatica, ma da lì a cancellare una sua chiamata per cercare di… di impedire a Roberto di riallacciare i contatti? Ma poi, soprattutto… Da quando in qua Martino trafficava con i telefoni altrui, e segnatamente (un altro avverbio che sua madre avrebbe sicuramente apprezzato) con quello di Roberto?
Si accese una sigaretta e cominciò ad aspirare nervosamente mentre sentiva Martino che cominciava a canticchiare sotto la doccia.
Guardò l’ora. Aveva ancora mezz’ora prima di essere in ritardo all’appuntamento con Mariciel. Si domandò cosa dovesse fare. Di certo c’era una spiegazione. Martino avrà avuto una ragione più che valida per fare una cosa del genere. Ma quale, perdio?
Sentì l’acqua cessare di scorrere, e attese per qualche istante fino a quando non sentì la porta scorrevole della doccia che veniva aperta.
Martino era uscito. L’istinto gli diceva di entrare in bagno, prenderlo di sopresa e metterlo con le spalle al muro, come facevano i poliziotti americani nei film che guardava da ragazzo con Martino e suo fratello. Spingerlo a confessare a suon di cazzotti. Sbattergli la testa contro le piastrelle, e poi magari scusarsi con una pacca sulle spalle se la versione di Martino fosse stata convincente.
Ma no, doveva concedere il beneficio del dubbio al vecchio Tino. Non poteva aver agito che per il suo bene. O magari aveva solo schiacciato il tasto sbagliato. Con quel catafalco di telefono che si portava sempre dietro, figurarsi se era in grado di maneggiare un iPhone.
Sì, doveva essere sicuramente per quella ragione. Eppure qualcosa non lo convinceva del tutto. Si mise il telefono in tasca, e decise di dissimulare i suoi sospetti e lasciare che il gioco andasse avanti senza forzature.
O no.
Ebbe un’idea geniale.
Se avesse avuto uno specchio a disposizione, si sarebbe compiaciuto anche del suo ghigno luciferino.

Martino si asciugò rapidamente. Si passò un velo di dopobarba sulla barba di tre giorni, si scompigliò i capelli che di lì a poco avrebbe nascosto sotto il cappello, si diede una controllata al pacco e determinò che sì, tutto sommato la tardona avrebbe potuto essere soddisfatta, anche se difficilmente sorpresa.
Accennò fischiettando l’aria della Gazza Ladra (mica perché gli piacesse l’opera: era così che aprivano i concerti i Marillion e lui aveva letteralmente consumato il vinile di Thieving Magpie che aveva comprato a Novegro). Buttò l’asciugamano sul pavimento e uscì ciabattando dal bagno.
Trasalì improvvisamente quando vide Roberto seduto sul bordo del letto che fumava tranquillamente, giocherellando con il telefono. Lo faceva girare tra le dita come faceva quel tipo in Top Gun con la penna. Aveva sempre invidiato la manualità di Roberto. Del resto, suonava da dio, e aveva abituato le sue dita alla velocità e alla precisione in anni e anni di esercizio.
“Che… che ci fai ancora qui?”, chiese Tino, afferrando i bermuda e infilandoseli. A pelo, come diceva lui.
“Niente”, rispose Roberto stringendosi nelle spalle. Soffiò una boccata di fumo e lo guardò, senza particolare espressione. “Fumavo una paglia prima di uscire”
“Ah”, disse Martino. Controllò l’orologio che non toglieva mai dal polso e disse: “Ma non sei in ritardo?”
“No, macché ritardo. E poi mica devo far vedere che ho fretta di timbrare il cartellino. Anzi, penso che me la prenderò con tutta calma…”
Tino si infilò la camicia e cominciò ad armeggiare con i bottoni. “Beh, comunque io adesso prendo la macchina e… sì, ci vediamo tipo… dopo le tre…”
Roberto annuì gravemente. “Ma sì, tranqui… C’è mica fretta…”. Gli fece l’occhiolino. Guardò fisso il telefono. “Sai cosa, Tino?”
“Dimmi”
“Stavo pensando…”
“A cosa?”
“Mah, pensavo che… Che forse sono stato proprio un po’ stronzo con Silvia…”
Tino si girò verso la porta del bagno per chiudere gli ultimi bottoni. Sentì i muscoli della schiena tendersi sotto la stoffa, e gli occhi di Roberto piantati sulla sua nuca.
“Perché? Perché saresti stato stronzo, scusa?”
“Mah, non so… Insomma, potevo… Dopo la litigata, potevo cercare di ricucire… Potevo invitare anche lei, voglio dire…”
Martino si girò e lisciandosi la camicia disse: “Eh va beh, che cazzo… non doveva essere l’ultima vacanza da soli eccetera eccetera, il fandango del cazzo e tutto il resto...”
Roberto scosse la testa. “Forse hai ragione, però… Però mi sento di essermi comportato male… E anche la storia di Mariciel… Insomma, così, dopo solo qualche giorno…”
Martino si avvicinò a Roberto e gli appoggiò una mano sulla spalla. “Ehi, Robi… E’ andata così, e non devi rimproverarti niente… Per quello che ne sai…”. Si fermò, e lo guardò fisso per un istante, come implicando molto con il suo silenzio. Ma alla fine non potè non distogliere lo sguardo.
“Appunto”, replicò Roberto. “Per quello che ne so”.
Martino si ritrasse e tirò fuori una sigaretta anche lui. La accese e si infilò le infradito. “E quindi?”
“Quindi non so… Che dici? Magari la chiamo io…”
Martino si fermò. Continua a comportarti normalmente cazzo altrimenti questo se ne accorge che c’è qualcosa che non va continua a comportarti normalmente cazzo altrimenti questo se ne accorge che c’è qualcosa che non va
“Chiamare… Silvia?”. Deglutì. Sapeva che non aveva prodotto il minimo suono, ma nel suo cervello la saliva all’interno dell’esofago riecheggiava come la goccia dalla stalattite dei film horror.
“E chi sennò, vecchio troglodita? Di chi stiamo parlando? Di Valeria, forse?”, disse Roberto sorridendo e alzandosi di scatto per dare un buffetto in testa a Martino. Questi si ritrasse istintivamente, non senza aver notato come il sorriso di Roberto non arrivasse agli occhi. E’ il tuo senso di colpa del cazzo, non può sapere niente.
“Ehiii, Tino… Cos’hai? Cazzo sei saltato via come se avessi visto un serpente… Oh ma non è che sei ancora stonato dall’altra sera? Guarda che se esci con la tipa così mi sa che non riesci nemmeno a farlo…”
Martino gli diede una pacca sul torace. “Cazzo dici, non c’è problema… però forse devo essere ancora un po’ stanco… Pensavo che la doccia mi facesse ripigliare del tutto…”
“Meglio così, dai… Se no mi devo preoccupare anche di te oltre che per Silvia… Dai, adesso la chiamo almeno per chiarire e poi…”
“Chiarire? Cosa devi chiarire? E’ lei che non ti ha risposto, no? Per prima, intendo… Cioè insomma… Voglio dire…”
Roberto lo fissò inarcando un sopracciglio.
“Per prima?”
Martino indietreggiò di un passo. “Voglio dire…”
“Vuoi dire per prima. Quindi chi è che non ha risposto, per secondo?”. Roberto gli piantò gli occhi addosso. “Io, forse?”

mercoledì 9 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte - Cap. 5 (Gomez)

L’entusiasmo per la potenziale avventura al St Trop abbandonò Martino quasi con la stessa rapidità con la quale Infradito e Mocassini erano scomparse appena oltre l’angolo di strada sul quale si trovava.
Scosse il bicchiere e cominciò a pensare che quella vacanza stava andando decisamente meglio del previsto, tutto sommato. Niente maria quella sera, no davvero: voleva godersi tutte le sensazioni di quei momenti con la mente lucida il più possibile. Si sarebbe solamente concesso uno smodato consumo di alcol, ma quello non comprometteva – più di tanto – le sue percezioni.
Sì, una vacanza coi fiocchi, ed era solo all’inizio!
Era sopravvissuto sorprendentemente bene alla serata al Trottoir, si era risparmiato lo sbattimento del dividere le lunghe ore alla guida con Roberto e forse era pure riuscito a sfangare la serata. Non male, per una manciata di ore.
Mandò giù un’altra sorsata e scosse la testa, sempre con il suo sorriso sghembo dipinto sul volto.
No, davvero niente male. Soprattutto perché Roberto non sembrava minimamente curarsi di Silvia, dell’assenza di Silvia, e anzi pareva essersi messo il cuore in pace decisamente in fretta.
Del resto, rifletté, la fighetta spagnola con cui lo aveva beccato era assolutamente notevole. Ci poteva stare assolutamente che Robi non stesse lì a crucciarsi per Silvia che non rispondeva alle sue chiamate con quell’articolo per le mani.
Lui stesso non sarebbe stato molto lì a pensare a Silvia.
Martino estrasse lentamente dalla tasca dei pantaloni il suo vecchio cellulare. A differenza di Roberto, che era un Apple maniaco, Martino non aveva acquistato l’iPhone come un qualsiasi bimbominchia (così li chiamava lui), ma si ostinava ad ostentare un obsoleto Nokia dei primi anni 2000 passatogli dal padre.
Scorse l’archivio dei messaggi e si fermò sul primo tra quelli archiviati.
Recitava “Mi manchi”. E il mittente era registrato come “Silvia”.
No, in effetti neppure Martino pensava molto a Silvia. In effetti, non aveva mai risposto a quel messaggio.
Per un istante valutò che non si era comportato particolarmente bene con il suo migliore amico. Anzi, pensare a Roberto ancora nei termini di migliore amico lo faceva stare decisamente male: non puoi definirti amico di qualcuno a cui scopi la ragazza. Anche se eri ubriaco. Anche se eri fumato. Anche se lui l’aveva temporaneamente scaricata. No, allontanati – si erano allontanati, aveva detto Roberto.
Il problema è che Silvia si era avvicinata a Martino, e lui non si era tirato indietro. Né la prima sera all’Arco, né la seconda a casa del fratello di Martino, né la terza al Trottoir.
La prima volta aveva avuto, in effetti, qualche remora. Gli sembrava tutto così clamorosamente sbagliato, così oscenamente ingiusto: ma del resto Roberto non sembrava star male, voleva stare da solo e aveva qualche tensione per via della laurea e gli sembrava che fosse più concentrato sulla discussione con i professori che con quella che (forse) aveva avuto con Silvia.
Non gli sembrava distrutto.
E poi come diceva sempre Faz, il suo compagno delle superiori? Il più grande favore che puoi fare ad un tuo amico è quello di scopargli la donna, così lo metti in guardia da che razza di mignotta si stava portando appresso. Faz la sapeva lunga, e Martino era uno che prendeva appunti.
Perciò, anche gli iniziali sensi di colpa che aveva potuto covare erano spariti repentinamente. Dopotutto Silvia gli piaceva, lei e Robi non stavano più insieme (da un giorno, un mese o un anno era completamente irrilevante), e lui era libero.
Mica se la doveva sposare! La cosa poteva finire tranquillamente nel silenzio, nessuno ne avrebbe mai saputo niente – anche se Silvia e Roberto fossero mai tornati insieme.
Certo, il messaggio di Silvia era vagamente inquietante. “Mi manchi”.
Che cazzo. Mi manchi dopo un paio di scopate puzzava un po’ troppo di impegno. E gli impegni a Martino davano parecchio in testa.
Calcandosi meglio il cappello sul capo, Martino pensò che probabilmente non sarebbe mai stato meglio di così. Non doveva preoccuparsi troppo del lavoro (a differenza di Roberto), era in vacanza e tutto sommato aveva un po’ di mercato. Si accese un’altra sigaretta e ne gustò il sapore lievemente acre.
Concentrati, Tino, disse tra sé mentre svuotava definitivamente il drink e faceva cenno al cameriere che ne mettesse in pista un altro. Stasera vai al St Trop e fatti la tizia. A Silvia e Robi ci pensi un’altra volta. Del resto, continuava a ripetersi, non sembrava che Roberto avesse indossato il cilicio e stesse iniziando a mortificare la propria carne con una frusta.
Anzi, a dirla tutta aveva pure pescato un bel bocconcino. La tipa del St Trop… Sì, intrigante, carina, probabilmente un po’ sportiva (del resto non era sicuramente a chilometri zero)… ma niente di paragonabile a quella piccola Miss Agosto che Roberto stava sottoponendo a un esame panoramico del cavo orale poco prima.
Tornò a dirsi che ci avrebbe fatto un pensierino molto ma molto volentieri.
Si impose un minimo di contegno mentre pensava che non era assolutamente appropriato scopare due tipe allo stesso amico nel giro di meno di una settimana, indipendentemente dall’opinione del suo maestro Faz.

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte

Riassunto delle puntate precedenti:

Roberto e Martino sono due amici di vecchia data. Da bambini, da sempre. Non potrebbero essere più diversi, però: mentre Roberto è il classico ragazzo che sta per passare la soglia dell'età adulta e dopo la laurea sa che il tempo del divertimento spensierato è in larga misura alle sue spalle, Martino non sembra rassegnarsi ad abbandonare una vita fatta di notti brave, di birra, di musica e di "maria".
Hanno deciso di imbarcarsi in un viaggio "on the road" in terra di Spagna, Roberto per chiudere una parentesi della sua vita - e per lasciarsi alle spalle il ricordo di Silvia e di una relazione finita con un sms - e Martino per continuare a fare quello che sa fare meglio: divertirsi come se non esistesse un domani.
Dopo un viaggio ai limiti del grottesco dall'Italia alla Spagna, con Martino collassato sul sedile posteriore dopo l'ennesima serata "esagerata" a Milano, i due amici cominciano a vivere due vacanze distinte: quella di Roberto, che si scopre molto interessato alle giovani pittrici catalane; e quella di Martino, che dopo un risveglio "problematico" cerca di iniziare una incerta carriera di seduttore nei locali notturni della zona...


Stay tuned...

mercoledì 14 settembre 2011

Cinque pezzi meno facili - cap. 7 (Epilogo)

Perché? Perché Roberto era contento che Silvia fosse lì? Perché ora non riusciva a dire “E vaffanculo pure tu”, come prima della partenza? Mariciel si era allontanata di qualche metro eppure era per lui una presenza così lontana che faticava a mettere a fuoco i dettagli del suo viso, quello stesso viso che aveva tempestato di baci fino a poco prima.
Continuava a fissare il display dell’iPhone e a rileggere il messaggio di Martino, mentre sentiva una familiare sensazione di urgenza scorrergli attraverso le gambe, come il brivido successivo all’orgasmo.
Silvia era lì, a pochi minuti da lui.
Le ragioni non lo interessavano in quel momento, gli interessava soltanto riannodare le fila di un discorso interrotto bruscamente e unilateralmente a Milano qualche giorno prima.
Si alzò di scatto e cominciò a correre verso la discoteca che gli aveva indicato Martino nel suo messaggio, incurante delle figure che lo maledicevano in molteplici lingue mentre lui li urtava, mandando all’aria bicchieri di plastica dal contenuto colorato, pestando piedi calzati di sandali o infradito, rovesciando innumerevoli banchetti di cartone carichi di bigiotteria.
Raggiunto il locale, Roberto entrò piazzando venti euro in mano ad un nerboruto buttafuori all’entrata senza neppure curarsi di ricevere il timbro sul dorso della mano sudata. Sgusciò sotto le dita del bruto quel tanto che gli bastò per infilarsi nella calca del locale.
Avanzava a fatica, investito da gomitate e getti di drink, fino a quando la vide.
Era lì, esattamente come se la ricordava a Milano. Investita dalle strobo danzava ad occhi chiusi, le braccia sollevate, il capo reclinato a seguire il ritmo della musica. La frangia le ricadeva sulla fronte, quella stessa frangia che lui aveva più volte ravviato scompigliandole i capelli.
Mariciel ora non era nemmeno un vago ricordo. Silvia era lì, in mezzo a…
Due ragazzi. E quella stronza della sua amica, Giselle. In un istante gli vennero in mente tutte le occasioni in cui Giselle aveva cercato di farlo rompere con Silvia – e sospettava che anche dietro l’ultimo, singolare mutismo di lei ci fosse lo zampino di Giselle.
Non riusciva nemmeno a distinguere bene i loro volti, nonostante fosse ormai a meno di mezzo metro da loro. Vide solo che uno dei due stava cominciando ad allungare il braccio verso Silvia come per abbracciarla e allora reagì.
Gli sembrò di osservare la scena al ralenti guardandola su uno schermo televisivo, come se si stesse osservando dall’esterno. Sentì il suo pugno contrarsi, sentì il suo pollice scivolare all’esterno delle dita serrate, vide il braccio muoversi all’indietro per caricare e vide poi il colpo partire all’indirizzo della schiena del ragazzo, che si accasciò sulle ginocchia con un’imprecazione.
Immediatamente l’urlo di Silvia e di Giselle fu soffocato dal gemito di Roberto. Il ragazzo che era stato così bruscamente atterrato aveva sferrato un colpo alla cieca e aveva centrato il ginocchio sinistro di Roberto, mentre il suo amico aveva abbandonato i fianchi di Giselle per cercare di strozzarlo.
Intorno a loro la pista stava facendo spazio per il prevedibile arrivo dei buttafuori, mentre sul pavimento una strana e laocoontica danza stava avendo luogo, con meno pugni del previsto e più gemiti, sbuffi e imprecazioni.
“Ma che cazzo sta succedendo?”, gridò Martino, che era ricomparso con la sua camicia bagnata e l’espressione tra lo stupito e l’infastidito per l’essersi perso quella scena da film di serie B. “Robi, che cosa…?”
In quella anche Martino venne investito dal treno dei buttafuori che irruppero in pista e cominciarono a tirar su di peso per la collottola i ragazzi e a strattonarli verso l’uscita in mezzo agli squittii di Giselle e Silvia.

Roberto venne accolto dall’abbraccio dell’asfalto viscido di residui di cocktail e di altri liquidi sui quali preferiva non riflettere troppo, e così pure Jorge, Carlos e Martino. Lanciati di peso in mezzo alla strada, tra gli sguardi divertiti degli astanti. Nel giro di pochi secondi la vita intorno alla barriera corallina della discoteca sarebbe ripresa come al solito, esattamente come tutte le sere dall’alba dei tempi – e, probabilmente, fino al loro tramonto.
Si issò a sedere, appoggiandosi al gomito, mentre con una mano si massaggiava il mento. Sentì in bocca il sapore vagamente ferroso del sangue, ma facendo scorrere la lingua contro i denti si accorse che non ne mancavano. Il che, considerando la sua fortuna, era comunque da considerarsi un buon segno.
Sentì il suo sudore acre mentre anche gli altri ragazzi si rialzavano. Anche Martino, che scuoteva la testa come quella mattina della partenza, mentre si riprendeva dalla maria consumata a Milano.
“E io che pensavo di divertirmi questa sera…”, cominciò a dire Martino.
“Hijo de puta”, borbottò uno dei due, quello su cui si era lanciato Roberto.
Nel frattempo, sul marciapiede, oltre ai barbarici buttafuori che si stavano sfilando (fortunatamente) i guanti di pelle, erano comparse oltre a Silvia e Giselle anche Liliana e la sua amica.
“Ma che cazzo combini?”, sbottò Silvia, un’ottava troppo vicina al tono che aveva quando stava per crollare in lacrime. “Ti ha dato di volta il cervello? Vieni qui e cominci a prendere a pugni…”
“Uno sconosciuto”, aggiunse Giselle. Il tono aveva lo stesso calore di un pacchetto di filetti di platessa lasciati nel freezer per sei mesi.
Roberto scosse la testa. “Non mi sembrava tanto sconosciuto da come ti abbracciava”.
Il tizio che Roberto aveva aggredito fece per scattare verso di lui con le mani ad artiglio, ma fu interrotto da un perentorio “Basta!” di Martino, mentre Silvia si affrettava a spiegare a Roberto che Jorge non la stava abbracciando. Stava provando ad abbracciarla. Tutto lì.
“E tu sei sempre il solito coglione… Mi lasci a Milano per venire qui a divertirti col tuo…”
“Amico”, precisò Martino.
“Amico, sì”, continuò Silvia, “E poi mi fai il geloso e queste scenate e ti metti a picchiare la gente…”
Jorge si alzò in piedi e sputò per terra poco lontano dai jeans un tempo chiari di Roberto.
“Io… Quando ho visto che ti stava per abbracciare io… Non ci ho visto più”, disse Roberto. Si alzò in piedi a sua volta e dopo essersi passato le mani sui pantaloni lasciando una macchia di sangue e asfalto ne tese una a Jorge. “Mi dispiace. Lo siento”.
Jorge lo fissò a lungo con lo sguardo piuttosto torvo. Poi, dopo qualche secondo, scrollò le spalle e disse: “Tu es loco. Matto, capisci?”
Gli strinse la mano e Roberto fu certo che andandosene lo stesse mandando affanculo.
Si avvicinò a Silvia sotto lo sguardo sprezzante di Giselle.
“Mi dispiace”, disse Roberto.
Silvia non disse niente.
“Dovevo invitarti a venire in vacanza con me. Almeno chiedertelo”, aggiunse.
“Avresti dovuto, sì”, disse Giselle.
Roberto la guardò strizzando gli occhi. Per un istante pensò che forse aveva aggredito la persona sbagliata.
Fece per dire qualcosa quando Silvia gli appoggiò un dito sulle labbra a zittirlo.
“E’ stata Giselle a convincermi a venire qui”, disse.
L’espressione sul volto di Roberto tradì tutta la sua sorpresa.
“Io non sapevo se avrei mai voluto rivederti. Pensavo che mi avessi mollata, che fossi venuto qui per… per divertirti con quell’imbecille…”
“Ehi!”, protestò Martino.
“Ho conosciuto una persona qui”, disse Roberto.
Silvia si ritrasse come se avesse visto un serpente.
“Una ragazza, del posto. Si chiama Mariciel, e dipinge”, aggiunse.
Martino chiuse gli occhi. Giselle chiuse gli occhi. Roberto era convinto che tutta la gente lì intorno a parte lui e Silvia avesse chiuso gli occhi, come ad aspettare una deflagrazione.
Roberto ricordò in un istante la ragazza di nome Mariciel, i suoi capelli, l’ovale del suo viso, il suo corpo perfetto, i suoi denti bianchissimi, la delicatezza delle sue mani, il suo profumo… E capì che non gliene importava nulla.
“Ho fatto l’idiota”, disse ancora Roberto. “Ma non è niente per me. Niente”
Silvia iniziò a piangere senza emettere un suono. Grosse lacrime iniziarono a rigarle il viso peggiorando i risultati del primo round di pianto nel bagno del locale.
“E perché non mi hai voluta con te?”
Roberto sbuffò.
“Perché pensavo di aver bisogno di un ultimo momento solo mio. Dopo la laurea. Da solo, per l’ultima volta. Sai come in quel film, Fandango”.
Silvia scosse la testa. “Però non sei rimasto solo a lungo…”
“Ho sbagliato, lo so”, disse Roberto. “Ma quando Martino mi ha scritto che eri qui sono scappato da te. Vorrà pur dire qualcosa, no?”
Fece per abbracciarla.
Silvia si ritrasse. “Non lo so cosa vuol dire. Vuol dire che tieni il piede in due scarpe”
Roberto scosse la testa. “Io pensavo che tu mi avessi lasciato. Quel messaggio, quel vaffanculo…”
Silvia scosse la testa. “Ero offesa e…”
Martino si intromise. “Ragazzi, io non voglio dire… e se ci chiarissimo in modo civile davanti a una birra e non in mezzo alla strada sotto gli occhi di tutti…”
“Io non devo chiarire”, disse Roberto. “Io ho deciso che voglio stare con te”
Silvia appoggiò il volto contro il torace di Roberto. Senza smettere di singhiozzare rispose: “Io non so se voglio passarci sopra, Robi… Non lo so più”.
Roberto inspirò profondamente. Affondò il viso nei suoi capelli e disse: “Proviamo”.
Sentì Silvia annuire, senza che dicesse nulla.
Roberto si guardò intorno. Martino aveva la solita espressione indecifrabile. Giselle probabilmente lo odiava, e le altre due donne che si erano avvicinate non avevano capito che cosa diavolo stesse succedendo.
Ma non era importante.
Roberto aveva ventiquattro anni, si era laureato da pochi giorni, aveva appena finito di fare a botte in un locale spagnolo e anche se non sapeva che cosa avrebbe combinato nel resto della sua vita, sapeva con certezza una cosa: sapeva che oltre a suonare Baba o’Riley come Pete Townshend, voleva passare tutto il suo tempo con Silvia.

martedì 6 settembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Cap. 1

Roberto aveva ventiquattro anni, si era laureato da meno di trentasei ore e non sapeva quello che avrebbe combinato nella vita – “da grande” era un modo di dire che gli era sempre stato sulle palle.
Primo, perché tecnicamente lui era già “grande”; secondo, perché gli sembrava che mettere sotto quell’etichetta il suo futuro trasmettesse un’immagine sminuente di quella era stata la sua vita fino a quel momento.
Poteva essere stato più giovane, ma non per questo si era mai sentito “piccolo” – e non conosceva molta gente che a dodici anni sapesse suonare Baba O’Riley degli Who sulla Fender di suo fratello Simone. Come sapeva roteare il braccio destro teso quando chiudeva il riff principale col Si bemolle! Proprio come Townshend. Un unico gesto intriso di potenza e di grazia, un fluido movimento rotatorio che portava il plettro a schiantarsi contro le corde della Fender mentre a gambe divaricate assumeva la posizione di un giovane guerriero rock.
Ma quello era il suo passato, per quanto breve e ravvicinato. Ora il futuro era davvero una macchia indistinta davanti ai suoi occhi.
Roberto sapeva solo, in modo assolutamente generico ed istintivo, che il suo futuro avrebbe avuto (probabilmente) meno a che fare con la musica e più con la pratica legale, che le serate al Trottoir con gli amici sarebbero diventate sempre meno frequenti e che con ogni probabilità le All Star le avrebbe calzate solo dal venerdì sera alla domenica.
Poco male, era la metà di luglio e aveva ancora due mesi d’estate davanti a sé.
Anche in questo caso, Roberto sapeva sarebbe stata probabilmente l’ultima volta che poteva concedersi un periodo di vacanza così prolungato. Sarebbe presto entrato nella maggioranza silenziosa delle formule “due settimane ad agosto, una intorno a Natale” e il resto sparso tra weekend lunghi e appuntamenti e commissioni di vario genere. Occasionalmente, qualche trasferta per un concerto.
Si strinse nelle spalle e infilò un’altra polo nel borsone dell’Adidas con il quale di lì a cinque ore sarebbe salito sulla macchina di Martino per partire alla volta della Spagna. Dove, esattamente non ricordava. Martino gli aveva genericamente parlato di diverse località che componevano un reticolo astratto sulla sua cartina della Spagna, e che nessuno avrebbe mai potuto ricondurre ad un percorso logico. Non che da Martino ci si potesse aspettare una qualche forma di pianificazione, accurata o meno, di un viaggio o di qualsiasi altra cosa.
Lui e Roberto si conoscevano dalle medie, e il massimo che poteva dire di Martino è che non rientrava facilmente all’interno degli schemi. Aveva cambiato un sacco di scuole superiori (due licei, un istituto tecnico, poi si era diplomato privatamente facendo qualcosa come tre anni in uno) e adesso aveva iniziato a seguire lo stesso iter anche all’università. Da economia a lettere, da sociologia a matematica: continui cambiamenti, test di ingresso brillantemente superati ed esami che non occupavano neppure tre righe del suo libretto universitario.
Roberto sorrise e scosse la testa. Era quasi buffo che lui rappresentasse la “mente” di un viaggio del quale Martino aveva “pianificato” le tappe come se avesse estratto dei bussolotti con i nomi delle località da un’urna di quelle che riempivano le pagine degli eserciziari dei libri di statistica.
Aggiunse anche una t-shirt dei Sex Pistols e il caricatore per l’iPod. Saggiò il peso del borsone sollevandolo di qualche centimetro dal letto, constatò che era sopportabile, lo riappoggiò e tirò violentemente le cerniere per chiuderlo.
Si sedette ai piedi del letto, e imprecò quando gli sovvenne del pacchetto morbido di Marlboro infilato in tasca. Lo estrasse e osservò le sigarette spiegazzate e contorte mentre bricioline di tabacco si spargevano sui jeans chiari. Estrasse una sigaretta e la accese, inspirando una lunga boccata mentre con gli occhi cercava il soffitto.
E poi c’era Silvia.
Silvia, che Roberto non aveva invitato ad andare in vacanza con lui ma alla quale aveva preferito il periplo della penisola iberica con il suo amico d’infanzia. Silvia, che non l’aveva presa molto bene. Silvia, che non rispondeva alle sue chiamate (tre, per la verità) da due giorni, e il cui ultimo messaggio recitava, lapidario: “vaffanculo”.
E vaffanculo pure tu, pensò Roberto tirando un’altra boccata. Si alzò in piedi, gettò uno sguardo carico solo d’abitudine all’iPhone per vedere se fosse arrivato un messaggio o ci fosse un avviso di chiamata non risposta. Ovviamente niente.
Scosse la testa, spense la sigaretta nel portacenere rubato all’Arci Bellezza due anni prima e aprì la finestra, cercando di minimizzare la futura, probabile geremiade di sua madre circa la sua esecrabile abitudine di fumare in camera. Esecrabile, così l’avrebbe definita sua madre. Da buona ex insegnante di lettere al liceo classico, aveva l’abitudine di utilizzare un lessico composto di termini spesso sesquipedalmente (così avrebbe detto lei, pensava sogghignando tra sé Roberto) desueti che alle volte obbligavano i suoi interlocutori a nascondersi dietro sorrisi imbarazzati o risatine nervose nel vano tentativo di non tradire la loro incapacità di comprendere cosa lei stesse effettivamente dicendo.
Le prime note di Jump lo avvisarono che qualcuno lo stava chiamando. Afferrò il telefono con un’avidità che lui stesso non si sarebbe aspettato, e fu altrettanto sorpreso della sua sottile delusione quando sul display non apparve il volto che si aspettava, ma l’espressione etilica di Martino dopo una serata devastante al Club Fifty.

martedì 12 luglio 2011

ALBA - Cap. 8 (Epilogo)

OGGI
Sei in piedi, sulla cresta di roccia dove vent’anni fa hai chiesto a Sara di sposarti.
Ora lei non è qui, eppure ti sembra ancora di vederla, immersa nella luce di quell’alba così ostinatamente simile a quella che si sta schiudendo davanti ai tuoi occhi in questo momento.
Memoria fotografica. Quell’immagine si staglia nella tua mente come se fosse distante solo un battito di ciglia dal tempo presente.
Tiri fuori dalla tasca un piccolo oggetto dorato. Il suo anello. Osservi l’incisione all’interno, 14 ottobre 1990. La stringi nel pugno come se volessi farla entrare a forza nella tua carne.
Ancora una volta, il sole irrompe con violenza sopra i pinnacoli vecchi milioni di anni e riempie il canyon di fiamme dorate.
Ti guardi intorno, e come allora vedi decine di persone che punteggiano i vari viewpoint che si aprono alle tue spalle. Vedi corpi che si stringono in un abbraccio, vedi mani che sollevano binocoli sulle cui lenti per un istante scivola un barbaglio accecante.
Ti inginocchi e sposti un po’ di terra con le dita, quelle dita robuste e nodose che nel corso degli anni hanno pestato per milioni di volte i tasti di macchine per scrivere e computer, mentre la tua mente inventava le storie che scrivevi soltanto per lei. Le storie che lei non leggerà più.
Respiri lentamente, mentre senti qualcosa che fa male proprio in mezzo al petto.
Vorresti che fosse un infarto, ma non lo è. E’ quel senso di vuoto che si allarga fino a riempire ogni interstizio, è il suono del silenzio a casa tua, casa vostra, che senti quando sei seduto al tavolo davanti allo schermo bianco del computer, gli occhi che scrutano oltre la finestra, verso Piazza del Cavallo.
Se provi a chiudere gli occhi, ti sembra quasi di sentire lo scatto delle chiavi nella serratura, i suoi tacchi che ticchettano sul pavimento di marmo del corridoio, il rumore della borsa che viene lasciata cadere sulla credenza barocca in fondo alla sala in un tintinnio di soprammobili. I suoi maledetti soprammobili, che ti sei sempre ostinato a far cadere passando troppo rapidamente e soprattutto troppo vicino ai mobili.
Ti sembra di vederti, che alzi lo sguardo e la fissi attraverso gli occhiali lasciati scivolare fino alla punta del naso. Lei sorride e ti dice che ha avuto un’altra giornata pesante, mica come qualcuno di sua conoscenza che passava tutto il tempo a scrivere!
Ti manca.
Semplicemente. Ti manca.
Ricordi perfettamente, con dettaglio fotografico, ogni momento degli ultimi vent’anni, e questo ti fa stare solamente peggio.
Il party per il primo libro, la sua espressione di dolore alla scoperta di non poter avere figli, quella attenta che assumeva quando leggeva le tue pagine, o quella sua infantile tendenza a far scivolare la lingua tra le labbra mentre stava facendo un lavoro particolarmente difficile – ad esempio attaccarti un bottone della camicia. E ricordi i tentativi di dissimulare lo sfinimento dopo ogni chemio, o il sorriso che ha cercato di mantenere fino all’ultimo quella mattina che se n’è andata.
Appoggi la fronte contro le ginocchia e stringi gli occhi fino a quando il buio dietro di essi non assume una sfumatura rossa. Rossa come le assi della facciata del motel a Two Pines.
Da qualche parte, dietro di te, qualcuno sta applaudendo la nuova alba.
Sistemi l’anello al centro del minuscolo buco ricavato nel terreno e poi, metodicamente, lo ricopri.
Ti alzi in piedi e scuoti la polvere dal fondo dei jeans.
La tua ombra si proietta sulla parete di arenaria davanti a te, nera su fondo rosso.
L’ultima volta che sei stato lì le ombre erano due, e si tenevano per mano.
Inizi lentamente la discesa lungo il crinale ovest.

lunedì 11 luglio 2011

ALBA - Cap. 7

TRA IERI E OGGI
Stringi ancora la sua mano, che ora appare talmente fragile da potersi sbriciolare tra le tue dita da un momento all’altro. Le nocche sporgono sotto la pelle tesa, quasi trasparente, a rivelare un intrico di vene azzurrine che ancora pulsano, anche se debolmente.
Sei seduto accanto al suo letto.
La stanza è luminosa. Lei ha preferito così. L’unico suono della stanza, oltre quello del vostro respiro – lento e regolare il tuo, affannoso quello di lei – è l’ossessivo bip delle macchine che misurano il battito e la pressione.
Le accarezzi il capo, lentamente, facendo scorrere le dita dove un tempo c’erano i capelli.
Ha lo sguardo solo parzialmente lucido, ma i suoi occhi sono gli stessi di quel giorno.
Deglutisci piano.
“Che ore sono?”, ti chiede. La voce è stanca, distante.
Guardi l’orologio da polso. “Le dieci meno venti”, rispondi. “Cerca di dormire”.
Cerca di sorridere, invece. “A quest’ora non si dorme”, ribatte. “A quest’ora si parla”.
Ti porti un dito alle labbra, intimando dolcemente il silenzio. “Non devi stancarti”.
Scrolla le spalle. “Sono già stanca”.
Testarda, fino all’ultimo. Cerchi di sorridere, mentre già senti gli occhi che ti bruciano. “Okay, allora parliamo”, dici. “Di cosa?”
“Non… Non saprei”.
Non lo sai neppure tu. Non sai che cosa dire, non lo sai più da un sacco di tempo. Non sai che cosa dire alla donna che si sta spegnendo davanti ai tuoi occhi istante dopo istante, la donna che hai visto deperire e sfiorire come una pianta lasciata troppo tempo senz’acqua. Non sai come non sentirti così inutile. Non sai come accettare quello che vi sta capitando.
Signore, pensi mentre chiudi gli occhi per un istante. Perché questo? Perché a noi, perché a lei? Fa’ che stia sognando, fa’ che sia tutto un brutto incubo e che svegliandomi io non sia qui, non sia più in questa stanza che sa di disinfettante e di morte, fa’ che quando riaprirò gli occhi lei abbia ancora capelli da baciare e che non sia in questo dannato letto…
“A cosa pensi?”
Ti riscuoti. “A… A niente. Sono solo un po’ stanco”.
“Vai a casa. Tanto qui non puoi fare niente”
“Più tardi”, menti. “Più tardi vado. A prendere qualcosa… Una camicia da notte, insomma… Qualcosa”
Scuote piano la testa. “No. Non ce n’è bisogno”.
“Sì che ce n’è bisogno”, ribatti ostinato. “La vedo a prendere tra un po’. Ma adesso cerca di riposare, Sara”.
“Fra un po’ lo farò”.
Fai finta di non cogliere le implicazioni di quello che ha detto.
“Ti ricordi… Bryce?”
Annuisci.
“Mi piacerebbe rivedere ancora l’alba in quel posto”
“Ci andremo l’estate prossima. Che ne dici, eh? Insomma, io posso lavorare da qualsiasi angolo del mondo e tu… Tu anche, no?”. Fai una pausa. “Agosto. Agosto è il mese ideale”.
“Agosto, sì”, ripete lei, come parlando a se stessa. “L’estate prossima”.
“Certo. L’estate prossima”.
“Io non potrò venirci”.
Le stringi appena le dita. Senti che non riesci più a trattenerti. Cominci a piangere, soffocando i singhiozzi senza troppi risultati.
“Ssssh”, fa lei. Solleva il braccio trascinandosi dietro il tubo trasparente della flebo, per cercare di accarezzarti il viso ispido di barba. “Non piangere”.
La stanza è scomparsa, tutto si è sciolto in un panorama liquido e offuscato dal sapore salato. Nel corridoio, appena fuori dalla porta, senti passare veloce una barella, subito seguita da passi concitati.
“Io… Io non ce la faccio, Sara. Non ce la faccio.”
“Non devi fare niente”, risponde. “Non dipende da noi. E’ successo e basta”.
“Ma perché a noi, Cristo santo?”
Sorride, rivelando i denti opachi. “Non sono così speciale. C’è un intero reparto di gente come me, qui all’ospedale”.
Le sue dita contro il tuo volto sembrano di plastica. Le baci il palmo della mano.
“Ti amo”, le dici.

venerdì 8 luglio 2011

ALBA - Cap. 6

IERI
Parcheggiate la macchina poco distante da Sunrise Point, a Bryce.
Non avete fatto colazione, perché la madre di Rachael vi ha consigliato di muovervi presto per assistere allo spettacolo dell’alba sugli hoodoos di Bryce Canyon. E Sunrise Point è il posto migliore per assistervi, o almeno così dice lei.
Ci sarà tempo per le uova strapazzate e il bacon, più tardi.
Iniziate la marcia lungo il sentiero sterrato che conduce alla prima gola.
Da lì potrete arrampicarvi fino a raggiungere Sunrise Point. Ci sono altre persone dirette a Sunrise, e cervi nella boscaglia ai lati del sentiero. Non hai mai visto un cervo, se non sullo schermo del tuo Brionvega a colori.
Per un quarto d’ora abbondante camminate accompagnati soltanto dal tintinnio delle fibbie dei vostri zaini e dai vostri sbuffi.
Ogni tanto un hello da parte di qualche sconosciuto vi ricorda che non siete soli sul sentiero.
Percorrete la scala di roccia che porta a Sunrise Point e vi ritrovate su quella che sembra essere la cima di una torre d’osservazione medievale.
Lontano, verso est, i primi barbagli dell’alba cominciano a filtrare tra nubi violacee e a screziare il profilo frastagliato dei monti che circondano il canyon.
Tutto intorno a voi, il mondo è sospeso nel silenzio di un attimo.
Le altre persone che si trovano lì non fanno caso a voi, né voi a loro. E’ tutto un appannarsi di fiato nell’aria pungente dell’alba.
Ti guardi intorno, facendo scorrere lo sguardo sui pinnacoli di roccia, osservando il nero degli abeti contro l’ocra delle pareti circostanti.
Noti una cresta rocciosa poco più a valle di Sunrise Point. Nessuno in vista. C’è un sentiero che collega il posto di osservazione con la cresta, e a occhio ti sembra che la roccia sia sufficientemente larga da consentirvi, una volta là, di sedervi.
“Andiamo là”, dici a Sara, sottovoce, quasi temessi che qualcuno possa decidere di seguire la vostra idea. Indichi la cresta. Lei annuisce.

Siete seduti sulla cresta, la sabbia che scricchiola sotto di voi ad ogni più piccolo movimento.
Il sole ha superato il bordo orientale del canyon, e gli hoodoos cominciano a virare dall’ocra all’arancione al rosso acceso. Una cinciallegra grida in lontananza.
Non dite niente. Vi tenete per mano, mentre l’alba si stende sul bacino del canyon, e le ombre dei pinnacoli si allungano come dita nere e affusolate verso ovest. Ti sembra di vedere una ripresa accelerata. La ripresa accelerata più bella della tua vita.
Stringi le dita di Sara, fredde contro il palmo della tua mano, e noti che le luccicano gli occhi. Proprio come a te.
Pensi che sarebbe troppo banale scrivere che non l’hai mai vista bella come in quel momento, il volto tinto di sfumature rosso dorate e gli occhi che brillano come giaietto. Ma non riesci a pensare a nient’altro che a quello, e se potessi catturare in qualche modo la sensazione di star contemplando l’essenza stessa della bellezza lo faresti, dovesse richiederti mille pagine e mille anni di lavoro.
Hai capito.
Hai deciso.
“Vuoi sposarmi?”
Si gira verso di te, e ti fissa senza parlare per quello che sembra un tempo infinito. Il vento le scompiglia i capelli, che per un istante separano i suoi occhi dai tuoi.
E’ giorno fatto quando realizzi che da quel momento in avanti ogni parola che scriverai sarà per lei.

giovedì 7 luglio 2011

Alba - Cap. 5

OGGI
Non ricordi per quanto tempo siete stati lì così, a guardare oltre la veranda.

mercoledì 6 luglio 2011

ALBA - Cap. 4

IERI
Lei è distesa di fianco a te.
Dorme profondamente, nuda sul copriletto, i seni che si alzano e si abbassano con regolarità, la bocca semiaperta come pronta a ricevere un bacio.
Mentre ascolti il suo respiro, ti alzi piano e ti infili i jeans e le scarpe da ginnastica. Esci piano sulla veranda, cercando di non fare troppo rumore. Ad ogni scricchiolio delle assi sul pavimento ti fermi aspettandoti di sentire la sua voce che ti chiede “Dove vai?”.
Ma Sara continua a dormire.
Ti chiudi la porta alle spalle mentre senti già il sudore che ti fa rabbrividire a contatto con l’aria fredda della notte. Ci saranno meno di quindici gradi. La pelle ti si accappona sulle braccia.
Accendi una sigaretta e soffi piano il fumo della prima boccata che sibila tra le tue labbra, che tremano leggermente. Un brivido.
Davanti ai tuoi occhi, gli abeti sono una macchia indistinta contro il nero del cielo. La luna è velata. Ti sembra quasi di guardarla con gli occhi ancora appannati di chi si è appena svegliato.
Lontano, alla tua destra, avverti il cigolio discreto del pozzo a vento.
Stai cercando di imprimerti negli occhi e nella testa quello che stai vedendo, quando dietro di te senti scricchiolare il pavimento.
Sara è in piedi, avvolta nel copriletto navajo.
“Non riesci a dormire?”, ti chiede.
“Stavo per farti la stessa domanda”, rispondi. “In realtà stavo pensando”.
“Fammi fare un tiro”, dice lei, indicando la sigaretta. Gliela passi. Sara aspira una boccata, sbuffa il fumo dalle narici e te la restituisce.
“A cosa?”
“A questo”, rispondi, allargando le braccia. “Ascolta. Questo… Silenzio. Non ti sembra… Non ti sembra davvero di essere in un altro mondo?”
“O magari in un altro tempo”, replica Sara.
“Già. Se non facesse tanto guida turistica, lo descriverei come ‘suggestivo’. Si, è la parola adatta”.
“Suggestivo, sì”, ripete lei, come se volesse assaporare il gusto di quella parola. Si stringe ancora di più nel copriletto. “Se solo non facesse così freddo”.
Annuisci. “Rientriamo, prima di beccarci una polmonite. Non vorrei ammalarmi qui. Non credo nemmeno che sappiano cos’è un dottore”.
Sara ride.
“Il posto ideale per ambientarci una saga familiare alla Steinbeck, hai presente? Tipo Furore, roba così. Isolamento spaziale e culturale, fortissimi legami familiari, opprimente cultura religiosa di matrice protestante…”, dici.
Sara si mordicchia una pellicina sul pollice.
“Hai voglia di scrivere? Intendo… Di questo?”
Annuisci di nuovo. “In realtà non ho in mente niente di particolare ma voglio farlo. Appunti, sensazioni. Voglio… Voglio fissare questo momento”.
Si avvicina e appoggia la testa sulla tua spalla. “Ti amo”.
Non te lo aveva mai detto.
Mai prima di allora, mai negli otto – otto? Sono già otto? – mesi in cui vi siete frequentati.
Era ovvio che foste attratti l’uno dall’altra fin dall’inizio. Era evidente che foste splendidi, insieme. Tutti i vostri amici lo sostenevano. La coppia perfetta, dicevano, se mai ne fosse esistita una.
Ma Sara non te lo aveva mai detto, e tu fino a quel momento non avevi mai realizzato quanto avessi bisogno di sentirtelo dire. Quanto fosse bello sentirselo dire.
Hai di nuovo un brivido, ma sai che non è per il freddo questa volta.
“Anch’io ti amo”, rispondi.
La abbracci, il suo calore contro la tua pelle gelida.

martedì 5 luglio 2011

ALBA - Cap. 3

OGGI
Appoggi la borsa con il portatile sul tavolo accanto al letto.
Più tardi proverai a scrivere qualcosa. Buttare giù qualche idea, rivedere qualche pagina tra le centinaia che hai scritto negli ultimi sei mesi, e che come molte altre cose nella tua vita sono state lasciate a metà. Incompiute.
Quando pubblicasti la prima raccolta di racconti, per un editore di secondo piano della scena romana, ti sembrava di aver finalmente sfondato. Pensavi già di dedicarti seriamente alla letteratura, all’Arte. Accarezzavi il sogno di abbandonare la carriera di giornalista di un anonimo bisettimanale con la pretesa di essere il punto di riferimento giornalistico del comprensorio di Casale Monferrato – e che troppo spesso dedicava la prima pagina alla lotta alle zanzare o al preoccupante caso del vino adulterato.
In realtà, dedotte le spese, il compenso dell’editore si rivelò appena sufficiente per qualche cena con gli amici in ristoranti eleganti in cui esisteva addirittura una carta dei vini e non una generica indicazione “rosso della casa”, qualche regalo per tua moglie e un viaggio alle Eolie.
Il secondo libro andò meglio, e fu un ottimo trampolino di lancio per permetterti di agganciarti ad un editore serio, che comprò il terzo libro e pubblicò il quarto – un’altra raccolta di racconti.
Continuavi a lavorare al giornale ma, come dicevi da ragazzo, tanto per. Ti dava l’idea di essere quello che tuo padre avrebbe definito una persona inquadrata. Potevi coltivare il tuo hobby – nessuno dalle tue parti l’avrebbe mai potuta considerare una professione seria, dopotutto – con la consapevolezza di avere una sorta di “paracadute” nel caso in cui la tua vena creativa si fosse prima o poi prosciugata.
Ora hai lasciato anche il giornale.
Non c’è più bisogno di nessuno che ti ricordi che sei tornato ad essere quello che non hai mai avuto il coraggio di ammettere, né con tuo padre, né con Sara, né tantomeno con te stesso.
Hai soltanto bisogno di quel momento. Ci stai pensando da sei mesi.
Il cellulare che squilla ti riporta violentemente alla realtà. Sbatti un paio di volte le palpebre e lo prendi. Guardi il display. Luca.
Il tuo agente. Ti sta chiamando dall’Italia – dove sono più o meno le quattro del mattino. Conoscendo Luca, non è del tutto sorprendente.
“Luca”, lo saluti senza entusiasmo.
“Ciao, bwana”. Luca ti ha appioppato quel nomignolo dopo essere stato in Africa. Non particolarmente originale, ma ti faceva ridere. “Come procede il viaggio?”
“Sono arrivato nello Utah, nei pressi di Bryce”.
“Dove volevi arrivare, giusto?”
“Dove volevo arrivare, più o meno. Che c’è? Chiami per dirmi che mi hanno fatto senatore a vita per il mio contributo fondamentale alla letteratura italiana?”
Luca ride. “Non sei così fortunato. Anzi, cazzo, io non sono così fortunato”. Una pausa. “No, la verità è che stavo tornando a casa e mi sono detto, ‘beh, perché non sentiamo come sta il vecchio bwana?’”
“Grazie per aver usato il termine vecchio in una frase di cui io sono l’oggetto.”
“Naaah, lo sai che mi va di scherzare. Non sei vecchio. Non si è mai troppo vecchi per scrivere, giusto? Prendi Hemingway…”
Sospiri. “Hemingway si è ammazzato. Per cui forse dopotutto si sentiva vecchio.”
“Hemingway si è ammazzato perché ha capito che quello che scriveva era un dannatamente palloso, didascalico e così carico di testosterone da far venire un orgasmo multiplo a una ninfomane. Tu sei decisamente meglio. Hai scritto qualcosa, ultimamente?”
Sapevi che Luca voleva arrivare lì. D’altra parte, il principio che regola la tua attività è relativamente semplice: la casa editrice paga, per cui devi saltare quando schiocca la frusta.
“Qualcosa sì. Niente che mi farà vincere il Nobel per la letteratura, almeno per quest’anno, comunque.”
“Cristo, voi piemontesi del cazzo. Sempre a fare understatement. Mi mandi qualche aggiornamento, per favore?”
“Siamo ancora alle bozze, Luca. Sai che detesto mandare in giro roba non revisionata.”
Senti lo sbuffo di Luca attraverso il cellulare. Non è la risposta che voleva sentirsi dare.
“Senti, bwana, devi darmi qualcosa da buttare in pasto all’editore, altrimenti quello si incazza, okay?”. Pausa. Si sta accendendo una sigaretta. Senti nettamente lo scatto dello Zippo che si richiude. “E noi non vogliamo che l’editore si incazzi, giusto?”
“Digli che è colpa mia. Necessità artistiche. Cerco la forma perfetta. Il romanzo a chiave. Stronzate così, inventati qualcosa.”
“E’ un po’ troppo tempo che stai cercando la forma perfetta… Però loro non si aspettano che tu scriva la pagina definitiva della letteratura italiana.”
“Se stessi scrivendo quel tipo di roba, probabilmente non lavorerei per loro”, commenti acido. “Che differenza vuoi che faccia una volta in più o una volta in meno, Cristo santo?”
“Fa differenza. Una differenza enorme. La differenza tra l’essere sotto contratto e il non essere sotto contratto”. Luca aspira furiosamente una boccata. Ti sembra quasi di vederlo, mentre risucchia le guance avvolgendo il filtro con le labbra. “Per quanto mi riguarda, e scusa la franchezza, la differenza fra il percepire una percentuale e il non percepirla.”
“Allora affanculo il contratto”. E la tua commissione del cazzo, vorresti aggiungere.
Un altro sbuffo.
“Ascolta, bwana, io capisco che stai attraversando un periodo di merda…”
“Luca, non mi va di parlarne”, cerchi di interromperlo.
“…Però quel cazzo di contratto prevede un libro entro il primo trimestre del 2011, e tenendo presente che siamo alla metà di agosto del 2010, sai com’è…”
“Non mi va di parlarne”, dici. Schiacci il tasto che decreta la fine della conversazione con Luca, che cerca invano di dire qualcosa mentre la linea viene interrotta. Ti dispiace, ma è così che va, oggi. Spegni il cellulare, per evitare un secondo round che non potresti assolutamente reggere.
Al diavolo i contratti.
Al diavolo l’editore.
Al diavolo anche Luca.
Semplicemente, non ha più senso.
Non sei infastidito dal riconoscere, dopo ogni telefonata di questo tipo, che quella che dovrebbe essere produzione artistica in realtà viene considerata alla stregua di qualsiasi altro bene o servizio, per cui scrivere un libro non è considerato sostanzialmente diverso dallo sfornare una frittella. Sei sufficientemente disincantato per capire che non funziona più così. E il sapere che non stai scrivendo pagine immortali che verranno tramandate ai posteri non è mai stato un problema per te.
Quello che ti dà fastidio è l’intollerabile abuso della tua privacy, il fatto che Luca – e per suo tramite l’editore – si insinuino di soppiatto in un momento che desideri rimanga assolutamente e totalmente privato. Tuo. Il fatto che non lavori più in un ufficio, che non sia tenuto a rispettare rigidi orari o schemi, non li autorizza a considerarti perennemente al lavoro.
Inoltre, non sei a Two Pines per una vacanza.

lunedì 4 luglio 2011

ALBA - Cap. 2

IERI
La tizia al bancone è robusta e ha le guance rubizze. Fa finta di prestarvi attenzione mentre una bambina le corre intorno in quella che sembra essere una versione accelerata della danza indiana della tortura.
“Oh, Rachael, nel nome di Dio!”, esclama disperata la donna mentre vi restituisce i documenti. Sorride, come alla ricerca di una comprensione che voi, che ai suoi occhi non siete molto più grandi di Rachael, evidentemente non potete darle.
“Sapete, fa così quando vede gente nuova. Da queste parti non se ne vede molta”.
Tu annuisci. In realtà ne sei abbastanza sorpreso, considerando quanto Two Pines sia vicino a Bryce Canyon. Preferisci non indagare, anche perché il tuo inglese è buono ma non tanto da consentirti una conversazione articolata sulla stagionalità del turismo nello stato dello Utah ed in particolare nella contea di Garfield.
“Non c’è problema, signora”, rispondi ritirando i documenti di entrambi. “Ci piacciono i bambini”.
Come no.
Tantissimo, specialmente a te. Te lo vedi, un piccolo demonio grassottello che ha deciso di scoprire il punto esatto di rottura dei tuoi preziosi dischi in vinile non prima di averne divelto le copertine. Sicuro, come no.
“Siete sposati?”, chiede lei, garrula.
Sara ti sta fulminando con lo sguardo. Detesta questo tuo bisogno spasmodico di interazione con gli sconosciuti. Devi averlo ereditato da tuo nonno. E’ l’unica persona che entrambi conosciate che riesce ad annoiare i testimoni di Geova.
“Beh, ecco… No, siamo… Lei è la mia ragazza”. Non ti volti a guardare Sara perché non hai idea di come avrebbe definito la cosa. Insomma, non ti sembra il caso di indagare quali sottigliezze lessicali possano separare i concetti di girlfriend, fiancée oppure gli usi impropri del verbo to be engaged.
La donna al bancone annuisce, anche se noti una sfumatura di velata disapprovazione nel suo sguardo. In questo stato sono parecchio religiosi, rammenti. Non saresti stupito se vi considerasse due peccaminosi fornicatori che meritano di provare sulla loro tenera carne il morso purificatore della Fiamma Eterna.
“Ho bisogno di andare in bagno”, sibila Sara, in italiano. “Possiamo tagliare corto, santo Dio?”
Le rispondi di sì con un cenno del capo e ritiri la chiave che la madre della piccola ti sta passando. 221.
Cristo. Secondo piano. Il che significa dover fare le scale trascinandosi su borsoni, macchine fotografiche e binocoli.
“Buona permanenza a Two Pines, ragazzi”, dice la donna.
La porta si chiude alle vostre spalle prima che una qualsiasi risposta possa raggiungerla.
Fornicatori e maleducati, pensi. Condannati senz’appello, non c’è dubbio.


“Beh, non è male, no?”, dici mentre lasci andare il borsone dell’Adidas sulla moquette. Preferisci non fare caso alla nuvola di polvere che si alza non appena la sacca tocca terra. Te ne accorgerai sicuramente stanotte, quando la tua lieve forma di allergia tornerà a farsi sentire. A spese di Sara, soprattutto.
“Carino”, dice Sara, proseguendo quasi di corsa verso il bagno. Ti sembra la versione in carne e ossa di quel personaggio dei fumetti, Flash. Quello vestito di rosso che si lasciava dietro la scia quando correva “più veloce della luce”.
Rifletti un secondo. Forse quello che andava più veloce della luce era Superman.
Scrolli le spalle e ti butti sul letto a braccia spalancate.
Sei a milioni di miglia da casa, sei con la donna che ti trova sufficientemente interessante da passare il novantacinque per cento del suo tempo libero conte, sei negli Stati Uniti e sei completamente rilassato, nonostante tu abbia perso il conto delle miglia che hai macinato da questa mattina.
Senti Sara che tira lo sciacquone. Poco dopo, senti l’acqua scorrere nel lavandino.
Chiudi gli occhi e assapori la sensazione del tuo corpo che sembra quasi espandersi in tutte le direzioni.
Un camion passa sulla I-15 in direzione est suonando il clacson.
“Stanco?”, ti chiede Sara.
Scuoti la testa e mugugni. “No”, rispondi. “Anzi, sono sorprendentemente rilassato. E tu?”
Sara si sfila la maglietta e la butta sul suo lato del letto – quello sinistro, senza possibilità di appello. Persino lasciandoti cadere a peso morto sul materasso, istintivamente ti sei ritirato nella metà destra, lasciandole campo libero. Noti la curva dei suoi seni e non puoi non pensare che sono bellissimi. Che lei è bellissima. Avverti il desiderio, ma non ti muovi. Preferisci rimanere a guardarla così, a seno nudo come un’amazzone mentre il rosso del tramonto le fa scintillare gli occhi.
“Mi farei volentieri una dormita”, risponde. Inizia a tormentarsi una ciocca di capelli, neri contro le sue dita pallide. “Anche se sospetto che stasera non ci sarà molta vita da queste parti, per cui penso che andremo a letto presto”.
Sorridi. “Il che significa che non dormiremo”.
Ride e si siede di fianco a te. Senti il suo profumo, esaltato da una sfumatura più intensa anche se quasi impercettibile – quella del suo sudore. “Il solito maiale”.
“Sono innocente, vostro onore. Si è presentata seminuda nel mio letto… Come potevo resisterle?”, dici.
“Sono i dettagli piccanti con cui cerchi di ravvivare l’insipida cronaca locale di quel fogliaccio per il quale lavori?”, ribatte Sara, avvicinandosi per baciarti.
“E’ un grande giornale”, dici prima di chiuderle le labbra con le tue. “E io sono il miglior giornalista che abbiano mai avuto”.

venerdì 1 luglio 2011

ALBA - Cap. 1

OGGI
Parcheggi la macchina sul lato ovest dell’albergo, tra un pickup Dodge e una vecchia Chevy. Il pickup un tempo doveva essere stato bianco, prima che piaghe di ruggine avessero iniziato ad intaccare la carrozzeria.
Quando spegni il motore, rimani per un istante con lo sguardo fisso sulla facciata del motel, mentre la ventola gira sempre più lentamente fino a fermarsi del tutto. Nell’ultima luce del pomeriggio, le assi bianche stanno assumendo una sfumatura rossiccia.
Scendi dalla macchina, tirandoti dietro il borsone che fino a un istante prima aveva occupato il sedile del passeggero. Non sei mai stato famoso per la tua agilità, e questa volta non ha fatto eccezione: uscendo dalla macchina hai urtato la portiera che a sua volta ha colpito la fiancata del Dodge. Pensi che il proprietario non noterà la nuova minuscola ammaccatura, in ogni caso.
Ti guardi intorno assaporando il vago senso di familiarità, mentre il motel incombe alle tue spalle. Stai fissando l’orizzonte, oltre la striscia di asfalto nero della Interstate 15, gli alberi che formano una scura macchia indistinta alla sinistra del tuo campo visivo. Ti schermi gli occhi con una mano e intuisci una forma lontana, proprio davanti a te. Un cavallo al pascolo, come le decine che hai visto negli ultimi due giorni, da quando ti sei lasciato alle spalle Las Vegas.
Ti volti, e osservi ancora una volta il motel.
La balaustra della veranda e il tetto sono verdi, e questo, unito al rosso del tramonto, lo fa apparire quasi come una enorme casa cantoniera, di quelle così comuni in Italia.
Ma non sei in Italia. Sei a Two Pines, Utah. Non è la prima volta.

Il bancone della reception sembra uscito da un qualche saloon. Un unico, enorme pezzo di legno – abete, probabilmente – che deve aver conosciuto migliori fortune, sbocconcellato qua e là di morsi di tarli. Un vecchio campanello d’ottone ad un lato del registro, uno scoiattolo impagliato dall’altra.
Nel mezzo, le spalle rivolte ad una carta dello Utah, una ragazza dai capelli castani e il mento sfuggente. Indossa una camicetta viola fuori dai jeans sbiaditi, e guarda verso di te senza troppo interesse mentre attraversi il piccolo salotto – due poltrone in finta pelle, un tavolino alto quindici centimetri, una radio che forse era già vecchia ai tempi della presidenza Roosevelt – per dirigerti al bancone.
“Buongiorno”, la saluti.
“Buongiorno, ha fatto buon viaggio?”, replica lei, in automatico, non per la prima né per la milionesima volta.
“Abbastanza, grazie. Qualche scroscio di pioggia lungo la strada da Saint George, ma nulla di particolare”. Lasci cadere il borsone da viaggio e armeggi con il bottone del taschino della camicia. “Dovrebbe… uh… dovrebbe esserci una prenotazione. Due notti”. Le dici il nome, e lei controlla sul registro.
Annuisce.
“Posso avere il suo passaporto e una carta di credito?”, chiede tendendoti la mano.
“Ma certo, Miss… Rachael, vero?”. Le porgi il libretto color porpora, mentre cerchi di trattenere la soddisfazione che ti ha provocato la sua espressione di sorpresa.
Rachael ritrae la mano come se improvvisamente il tuo passaporto si fosse trasformato in una creatura letale – uno scorpione, o un serpente a sonagli.
“Come fa a sapere il mio nome?”, ti chiede. C’è una sottile sfumatura di tensione nel tono della sua voce.
Sorridi.
“Sono già stato qui, anni fa”, dici. “Lei era alta più o meno così”, aggiungi facendo un gesto con la mano ad un’altezza imprecisata tra il metro e il metro e venti. “Il volto non è cambiato da allora, ma si è fatta grande”.
Rachael ti sta ancora studiando, soppesando con cura ogni tua parola. Il tuo accento straniero, il passaporto italiano, il fatto che tu stia accennando ad un episodio che lei chiaramente non ricorda… Sei un tipo sospetto. Non ti stupiresti se chiamasse lo sceriffo da un momento all’altro. Considerando tuttavia che il posto di polizia più vicino è a quindici miglia, se fossi davvero un malintenzionato potresti avere il tempo di ucciderla e farla a pezzi prima ancora che si comincino a sentire le sirene in lontananza.
“Mi dispiace, Miss Rachael”, ti scusi. “Non volevo metterla in imbarazzo. E’ stata… E’ stata una cosa molto stupida da parte mia. E’ chiaro che non poteva ricordarsi di me, avrà avuto… Cinque, sei anni al massimo”.
“Lei deve avere una memoria eccezionale, signore”, conclude lei. Non ti sfugge un’ombra di sospetto nel suo sguardo. Prende il passaporto e ne ricopia diligentemente il numero sul registro. “Stiamo parlando di quasi…”
“Vent’anni fa, mese più, mese meno”, completi. “Si chiama memoria eidetica, o fotografica. Per alcuni, è solo essere fisionomisti. In realtà è più complesso ma… Diciamo che non dimentico mai una faccia, anche a distanza di tempo. Di molto tempo”.
Ti restituisce il passaporto, insieme ad una chiave. Il portachiavi ha un’etichetta con il numero 221.
“Sua… Sua madre lavora ancora qui?”.
“Mamma è morta, cinque anni fa”, risponde. Non un filo di emozione, nella voce. Non ha preso fiato, tra “morta” e “cinque”. Un fatto, una statistica, niente altro.
“Mi dispiace”.
“Già. Anche a me”.
Un attimo di silenzio, scandito solo dalla pendola in salotto. Ti passi una mano sul volto ispido di barba di tre giorni e raccogli il borsone.
“Se è già stato qui, sa che la piscina è in quell’edificio basso dall’altra parte della strada, e che il ristorante qui di fianco è aperto fino alle nove e mezza di sera”, aggiunge Rachael.
“Okay. La ringrazio”.
“Le auguro una buona permanenza a Two Pines”, dice, mentre ti volta le spalle e scompare oltre una porta dietro il bancone.


La stanza 221 si affaccia sul lato ovest. Quando entri ti sembra quasi che qualche pazzo abbia deciso di imbrattare le pareti di antiruggine. Rosso acceso. Tiri le tende e accendi la luce.
Rispetto all’ultima volta, è stata aggiunta la moquette color crema, e il televisore è di marca giapponese e ha lo schermo ultrapiatto. In leasing da Radioshack, quasi sicuramente. Il resto, a cominciare dal copriletto decorato in stile native american, e perfino il telefono ocra con tasti grigi larghi un pollice è esattamente come lo ricordavi.
Ti distendi, inalando il profumo quasi familiare di quel copriletto, mentre il tuo sguardo indugia sulla trave che taglia il soffitto, seguendone le fessure e le nodosità. Memoria eidetica, l’hai chiamata. Ti sembra di aver posato lo sguardo su quella trave per l’ultima volta neppure cinque minuti prima. Sono passati vent’anni.
Le molle scricchiolano leggermente mentre ti sistemi in posizione più comoda, le spalle alla parete, il cuscino dietro la schiena. Hai voglia di fumare una sigaretta.
Primo problema.
La stanza è rigorosamente non smokers.
Secondo problema.
Hai cercato di smettere cinque volte negli ultimi cinque anni, e ogni volta sei riuscito a strappare alla tua volontà non esattamente ferrea non più di un paio di settimane di astinenza in più rispetto a quella precedente. Adesso non tocchi una sigaretta da nove mesi – più o meno.
Un tempo geologico, per i tuoi standard.
Che stronzo a fare quel giochetto con Rachael. Che cosa ti aspettavi, che si ricordasse anche lei di te? E alla fine, che diavolo te ne frega di Rachael o di sua madre? Sono semplicemente due volti nella tua mente. Due volti, un nome.
Non è certo per loro che sei tornato qui.
Perché hai sentito il bisogno quasi insopprimibile di dimostrare la tua familiarità con quel luogo – ottenendo probabilmente solo il risultato di essere preso per un pazzo, o maniaco, o una strana combinazione di entrambe le cose?
Ti stropicci gli occhi e guardi l’ora. Sono le diciotto e trenta, local time. Hai viaggiato per parecchie ore senza incontrare anima viva – o quasi. Hai bisogno di una doccia e di riposare. Anche di farti la barba, già che ci sei. Poi mangerai qualcosa, e se non farà troppo freddo ti siederai sotto il portico e aspetterai che ti venga sonno. Se arriverà.

lunedì 27 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - cap. 5

Il Queens-Midtown tunnel era completamente bloccato. L’ingorgo aveva agli occhi di Alessandra dimensioni epiche: neppure il traffico a Spaccanapoli le era mai parso così intenso. Il barrito dei clacson superava anche il rimbombo degli scrosci di pioggia che stavano investendo la città, e per un istante Alessandra provò compassione per i poliziotti che, malamente protetti dalla cerata nera con la scritta NYPD, si trovavano in mezzo a quel fiume di lamiera con il compito di dirigere il traffico.
Si raggomitolò sul sedile posteriore, mentre il tassista imprecava girando la manopola della radio. Una voce gracchiante, intuì Alessandra più che comprendere l’esatto significato della frase, sconsigliava agli automobilisti di percorrere le Expressway in direzione Queens e Long Island.
La mia solita fortuna, pensò, mentre il tassametro con uno scatto silenzioso superava gli otto dollari. Era proprio dove doveva andare Alessandra.
18, Vernon Boulevard south.
Rimuginò che forse avrebbe dovuto chiamare Dennis. Presentarsi così, a casa sua, recando la lettera che aveva inviato a suo padre anni prima… Prima che una scortesia, era una cosa completamente insensata. Dennis avrebbe potuto non essere a casa e poi – qualcosa non le piaceva, in quella storia.
A quale segreto faceva riferimento Dennis nella lettera? E perché l’aveva scritta sulla carta intestata di un ospedale psichiatrico chiuso da più di settant’anni?
Non aveva senso, tutta quella storia era completamente priva di senso. Prima la lettera demenziale di questo cugino, Dennis, che parla di un segreto – e che segreto! Un fratello che spunta fuori così, di punto in bianco… se quello era il segreto cui si riferiva!
E non solo: il fratello cambia nome così, di punto in bianco, e diventa Frank Goodman... Frank Buonuomo, pensò Alessandra con un sorriso, proprio come aveva detto Mr Malakian. Ma quello tanto buono non deve essere, se no mica si nascondeva per quarant'anni in America. C'era decisamente qualcosa che non quadrava. Sbuffò, sistemandosi meglio sul sedile, mentre uno shit! scoppiava dalle labbra tese del tassista.
Intorno a lei tutto sembrava irreale attraverso la pioggia che inondava le strade. E lei, Lessie, sempre così seria, così "quadrata", come la definiva suo padre - trovarsi nel bel mezzo di tutto quel casino. Non desiderava nient'altro che chiudere il più presto possibile tutta quella faccenda e tornarsene al suo paese vicino a Napoli, alla sua vita di sempre - ai suoi scolari, alle sue amiche, e al suo Mario, che aveva lasciato a casa in quattro e quattr'otto senza spiegargli niente dei suoi "problemi di famiglia" che l'avevano costretta a partire con in tasca un po' di soldi, pochi abiti, un dizionario tascabile di inglese e quella dannata lettera. Annotò mentalmente di chiamare Mario al suo rientro in albergo. Povero, quello se ne muore per l'ansia!
Alessandra non riuscì a determinare quanto tempo ci impiegarono ad attraversare il tunnel (troppo, comunque, anche per una persona paziente come lei), ma non appena le prime strade del Queens cominciarono a dispiegarsi oltre la bocca della galleria il traffico si fece decisamente più scorrevole. Sotto la pioggia, i casermoni punteggiati di finestre illuminate le facevano pensare a due ali di folla muta e severa che osservi passare un corteo funebre - e le venne in mente la trasmissione RAI dei funerali del Presidente, solo pochi anni prima, il bianco e nero sgranato della televisione del bar all'angolo, e il silenzio irreale che accompagnava le immagini anche in quell'angolo di Italia così lontano dalle vicende americane e dalla famiglia Kennedy.
Madonna, che brutti pensieri. Rabbrividì, cercando di immaginare che cosa avrebbe detto a Dennis quando le avrebbe aperto la porta di casa e si sarebbero trovati l'uno di fronte all'altra. E soprattutto, come sarebbe stato Dennis? L'avrebbe accolta con il mento volitivo e il naso adunco dei Quagliarello? Sarebbe stato magro, grasso? Come se lo immaginava?
Scosse la testa, mentre il taxi svoltava in Vernon Boulevard.
Sapeva che il Queens non era un quartiere particolarmente elegante, ma Vernon Boulevard doveva essere una delle strade più disgraziate di un posto che definire male in arnese sarebbe stato eufemistico.
Tra le lastre di cemento dei marciapiedi anche sotto quel fortunale si intravedeva la crescita ostinata di ciuffi d'erba, e nei rigagnoli ai lati della strada scorrevano cartacce e monnezza di ogni genere.
Le prime case all'angolo, dopo uno spettrale campo da basket in cui uno dei due canestri aveva il tabellone spezzato, avevano le finestre spente, e sulla facciata di uno campeggiava un cartello con scritto BUILDING CONDEMNED. Alessandra cercò di ricordarsi cosa significasse - era quasi certa che volesse dire "sotto sequestro", ma non del tutto.
Il taxi rallentò poco dopo, e prima che la voce del tassista le comunicasse che il prezzo della corsa era di 13 dollari e 85 centesimi, pensò di aver fatto un colossale errore a venire lì, in quel posto dimenticato da Dio, a quell'ora della notte e sotto quella dannata tempesta.
Lasciò quindici dollari di mancia e uscì dal taxi sotto la pioggia, cogliendo con la coda dell'occhio l'espressione dubbiosa dell'autista.
La casa al 18 di Vernon era più bassa delle altre, un tozzo edificio a tre piani in mattoni. Gli altri palazzi incombevano su di essa e su Alessandra come bulli di quartiere intorno a un bambino timido e impacciato. E Alessandra si sentiva timida e impacciata, in quel momento. Inspirò profondamente e saltellò fino alla bassa scalinata, tre gradini, che portavano alla porta principale. I campanelli erano anonimi come la facciata, e sotto una targhetta in metallo che recitava Vernon Apartments c'era solo una sequenza di tre tasti numerati.
Suppose che quello centrale corrispondesse all'unico appartamento con una finestra illuminata. E che la Madonna mi aiuti, pensò mentre avvicinava il dito al bottone. Superato l'ultimo tremito, schiacciò il pulsante, e attese per qualche secondo dopo aver ritratto il dito come se avesse ricevuto la scossa.
Niente.
Sarebbe stato un bello scherzo se nessuno le avesse aperto. Lì, sola nel Queens, a quell'ora della notte e con quel tempo, e con l'unico taxi in circolazione (l'unica macchina in circolazione, per l'esattezza) probabilmente ad una buona distanza da lei. Sicuramente più lontana dell'eco di un suo grido.
Suonò ancora.
"Who the hell is there?", urlò una voce attraverso l'altoparlante. Alessandra arretrò istintivamente. Tossì, si fece coraggio e rispose:
"Alessandra. Alessandra Quagliarello"
"A-lesàndra?", replicò la voce. Se era quella di Dennis, il ragazzo doveva fumare assai perché sembrava quella di un vecchio. "Quag-lee-a-rillo?"
"Sì, sì. Alessandra Quagliarello, la figlia di Roberto..."
Non aveva finito la frase che uno scatto metallico annunciò l'apertura della porta.
"Secondo piano. Sali. Attenta all'acqua"
Ommadonna, pensò Alessandra. Acqua. Ma tanto sono zuppa dalla testa ai piedi, che mi devo preoccupare ancora dell'acqua?
Spinse la porta ed entrò nell'androne. Contrariamente a quello che poteva attendersi, l'illuminazione era quasi sufficiente, e i tubi al neon ricordavano quelli di Ellis Island. Il pensiero del gentile Mr Malakian la confortò mentre cominciava a salire le scale rese viscide dalle infiltrazioni d'acqua che cadevano dal soffitto.
Dennis viveva davvero in un palazzo cadente: Alessandra conosceva bene la miseria dei bassi e dei quartieri Spagnoli a Napoli, e anche al suo paese c'erano numerose case abusive che non avevano acqua corrente o elettricità, ma la sensazione di decadenza e di degrado che quel palazzo le trasmetteva era singolarmente opprimente, e dovette far appello a riserve insospettate di coraggio per impedirsi di girare sui tacchi e ripercorrere la strada verso Manhattan, fosse stato pure a piedi!
Il rumore di numerose serrature che venivano aperte al piano superiore annunciò che Dennis stava aprendo la porta. Se Dio vuole, tra poco sarà finita. E poi andiamo, si scosse, solo perché vive in una topaia non è detto che debba essere un disgraziato!
Superando l'ultima rampa di scale vide la porta dell'appartamento 2B aperta, e appena oltre una parete rivestita di carta da parati gialla come i filtri delle sigarette con cui suo padre ammorbava la cucina ogni sera dopo cena.
Un uomo la aspettava sulla soglia, con una logora vestaglia marrone addosso. Alessandra trasalì. Non poteva essere Dennis.
Quell'uomo era anziano, con capelli arruffati e i lineamenti segaligni fissati in un'espressione dubbiosa. Teneva una mano in tasca, mentre l'altra artigliava lo stipite. Cercò di cogliere istintivamente delle somiglianze con suo padre o con le foto dei nonni ma i dettagli le sfuggivano, e non riusciva a trovarne.
"Alessandra. La figlia di Roberto", sentenziò mentre lei arrivava sul pianerottolo. Non tese la mano, ma si limitò a squadrarla.
Alessandra si schiarì la voce e resistette all'impulso di tendere la mano verso di lui. "Sì", rispose. "Sono io. E lei...?"
"Vieni dentro", le disse. Le voltò le spalle e sparì dentro all'appartamento 2B. "Ti potrai asciugare e riscaldare un po'", disse la sua voce dall'interno. Le ricordava il rumore di un secchio di ghiaia che veniva rovesciato sull'asfalto.
Alessandra esitò. Sentiva i capelli drizzarsi sulla nuca nonostante fossero fradici, e i polpastrelli le pizzicavano. Si rese conto che ansimava.
"Sono Frank, for Christ's sake", sbottò la voce da dentro. "Non ti mangio mica!"
Frank.
Aveva visto Franco Quagliarello, Frank Goodman. Il terzo fratello.
Si fece forza ed entrò in casa.
Il corridoio puzzava di umido e di scarpe abbandonate, e i mobili che occupavano il corridoio erano in linea con lo stile del resto del palazzo: spartani, vetusti, e avevano visto sicuramente tempi migliori.
Seguì il vociare di un televisore fino ad un piccolo salotto in cui trovò Frank sistemato su una poltrona di pelle marrone, che armeggiava con una sigaretta sistemandosi un portacenere mezzo pieno in grembo.
"Così tu sei la figlia di mio fratello", disse. Le diede un'occhiata, aspirando la prima boccata. Aveva stretto le labbra come se si stesse per mettere a fischiare.
"E tu saresti mio... mio..."
"Zio. Lo zio Frank"
"Perché?"
Il vecchio rise e agitò la sigaretta. "Penso perché sono fratello di tuo padre, e dunque tu sei mia nipote", la irrise. "Anche in Italia funziona così, isn't it?"
La risata del vecchio la infastidiva terribilmente. Quell'uomo aveva un che di laido che la metteva a disagio. Il fatto che fosse suo zio - se pure era suo zio - non la metteva minimamente a suo agio.
"Perché nessuno di noi sapeva niente di te, intendevo dire", spiegò Alessandra.
Frank si strinse nelle spalle e aspirò un'altra boccata. "Questo dovrebbe dirtelo Roberto, non credi? Io sono sempre stato qui. Sempre"
"E Dennis dove si trova? Ho ricevuto una lettera..."
"Dennis? Dennis non è qui, ragazza. Dennis non c'è", rispose Frank. "Ci sono solo io qui, adesso"
"Sono venuta per Dennis", ribatté Alessandra. "Non sapevo nemmeno che tu esistessi, fino a ieri"
"Lo immagino. Ma se cerchi Dennis dovrai aspettare. Su, siediti. E rilassati, perdio. Non ho intenzione di farti alcun male. Sarò pure un miserabile, ma non ho intenzione di fare del male a mia nipote!"
Alessandra lo studiò ancora. Non aveva niente di simile a suo padre. Le gambe pallide e smunte erano tormentate da varici, il petto infossato si alzava e si abbassava rapidamente, come se il vecchio facesse fatica a respirare regolarmente. E il volto decisamente aveva un'espressione che non la faceva assolutamente rilassare. I suoi occhi erano mobili, quasi febbrili, e la osservavano con troppa intensità.
Ma era sfinita dalla stanchezza, dal freddo e dalla tensione, e quindi si accomodò sul divano davanti al vecchio - avendo cura di essere sufficientemente distante per potersi muovere rapidamente in caso di "problemi".
"Sei venuta fino a New York a cercarmi. Roberto ha mandato te", disse Frank. Spense il mozzicone mandandolo a far compagnia agli altri. Appoggiò il portacenere sul tavolinetto accanto alla poltrona, sopra una guida del telefono.
"Nonna Rosaria stava male, è dovuto rimanere là"
Frank sbatté le mani. "Ah! Roberto! Il bravo, l'affettuoso, il premuroso Roberto! Certo che doveva vegliare il capezzale di mamma!"
Notò che Frank non aveva minimamente chiesto come stesse nonna Rosaria.
"E' morta", disse Alessandra. "Ieri notte"
Frank smise per un istante di sorridere e appoggiò le mani ai braccioli. La sua espressione tornò seria e poi disse: "Era tempo".
Alessandra si alzò di scatto dal divano e si trovò ad inveire: "Ma che razza di uomo sei? Ti dico che tua madre è morta e tutto quello che sai dire è che era tempo?"
Aveva alzato la voce, una cosa che non faceva mai. Un gesto della mano di Frank accompagnò la sua espressione stupita. "Non ho detto che sono contento. Ho detto che era tempo. Capisci?"
"Capisco che non sembri sconvolto", disse Alessandra. "Capisco che ho fatto un errore a venire qui e parlare con te. Capisco che voglio parlare con Dennis e chiedergli che cosa diavolo volesse dire con quella lettera e..."
Frank scosse la testa. "Ci sarà tempo anche per questo. Dennis non è qui, e della lettera parleremo dopo"
"No", disse Alessandra. "Io adesso me ne vado, e tu mi dici quando trovare questo Dennis, e torno quando ci sarà..."
"Fai come vuoi", rispose Frank. "E' una lunga camminata fino a casa, sotto questa pioggia. E il Queens non è posto dove una ragazzetta della tua età... Quanti anni hai? Trenta? Se ne vada a zonzo di notte senza farsi problemi"
"Venticinque", precisò Alessandra. "Ho venticinque anni". Se possibile, quel Frank era sempre più detestabile. Ma trent'anni li avrà quella tofa 'e funnale di tua sorella, vecchio balordo.
“Venticinque anni. Tanta strada per una ragazzina”
Alessandra esitò ancora un istante, poi si sedette nuovamente.
“Chi sei tu?”
“Sono Franco Quagliarello, o Frank Goodman, come mi faccio chiamare adesso. Grazie a tuo zio Michael, aggiungerei. Michael, che Dio non lo abbia troppo in gloria”
Alessandra fece per rialzarsi. “Se pensi che io rimanga qui mentre tu insulti tutta la mia famiglia un pezzo alla volta…”
“La nostra famiglia, bambina. La nostra famiglia. E credimi, Michael non era pane da far ostia più di quanto lo sia chiunque tra i fratelli Quagliarello”
“Tu sei pazzo”, disse Alessandra. “Lasciami chiamare un taxi. Ti lascio i soldi. Due dollari, bastano? Torno quando c’è Dennis”
Frank scosse la testa. “Dennis non ti può aiutare. Nemmeno se fosse qui, ti potrebbe aiutare. Ma non c’è”.
Alessandra si prese la testa tra le mani. “Non ci posso credere… Tutto questo non ha senso…”
“Oh sì che ha senso, bambina mia. Ha molto senso, invece. E lo capirai anche tu, se mi ascolterai attentamente. Cosa c’era scritto nella lettera di Dennis?”
Alessandra rimase in silenzio.
“Non mi capisci più? Cosa c’era scritto in quella lettera?”
“Diceva a mio padre che anche se lui e Michael non volevano più essere fratelli, questo… questo non avrebbe cambiato le cose, e che a New York lui aveva un fratello, e che la famiglia… la famiglia aveva una storia segreta…”
Frugò nella borsetta e ne estrasse la carta spiegazzata e umidiccia del Blackwell sulla quale erano scritte le parole che lei aveva appena ripetuto.
Frank non prese il foglio, si limitò a scuotere la testa. Riprese il portacenere e accese un’altra sigaretta.
“Non ha detto che Roberto e Michael non volevano più essere fratelli”, disse Frank.
Alessandra sbatté gli occhi.
“Dennis parlava di me. Dell’unico vero fratello di sangue di tuo padre”
Ommadonna santissima. “E… E Michael?”
“Michael era figlio di Domenico, ma non era fratello nostro”, disse Frank. Aspirò una lunga boccata.
Alessandra aveva la nausea. Nomi le ronzavano nella testa, non era più sicura di nulla a questo punto.
“E Dennis?”
“Sei ossessionata da questo Dennis. Dennis è il figlio di Michael. Ma non è sangue del nostro sangue. Period.”

venerdì 24 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - cap. 2

Aveva trascorso cinque ore nell’atrio dell’edificio principale di Ellis Island prima che il funzionario addetto alla conservazione dei registri storici le concedesse un po’ del suo tempo. Poteva stimare con un’approssimazione di una ventina il numero di piastrelle color mattone del pavimento. Aveva indugiato osservando le foto dei volti prematuramente invecchiati degli immigrati, assurdamente convinta di poter riconoscere qualche tratto, un viso, uno sguardo tra le decine di migliaia che la fissavano dalle pareti con un’espressione mista di orgoglio e di sgomento. Nel frattempo, aveva dato fondo a quasi tutto l’inglese che conosceva, a buona parte delle sue energie e anche a quel po’ di credito che i vari dipendenti dell’amministrazione le avevano concesso. Alessandra sospettava che il colorito verdognolo che la sua carnagione aveva assunto per effetto della traversata in traghetto, i capelli appiccicati sul viso e i vestiti bagnati avessero contribuito in misura non secondaria a conferirle l’aspetto di una pazza – una pazza non esattamente fluent nella lingua locale. Erano abituati a quel genere di richieste, era stato anche istituito un servizio federale, le aveva spiegato un impiegato nel tono di chi è abituato a ripetere cerimoniosamente le stesse frasi a gente probabilmente un po’ stupida.
Alessandra aveva insistito, incurante dei discreti cenni di diniego che l’impiegato – Taylor, recitava una targhetta di metallo appuntata al bavero della giacca marrone – opponeva ad ogni suo tentativo di convincerlo che era davvero importante che lei riuscisse ad ottenere le informazioni per le quali era venuta. Mister Taylor, tra un colpo di tosse imbarazzato e uno sguardo allenato a mostrare finta compassione, le stava spiegando che poteva prendere appuntamento con l’ufficio di Mister Malakian, il responsabile della Sezione Archivio di Ellis Island, ma che a quanto ne sapeva tutti i turni di consultazione erano occupati fino all’inizio del mese successivo.
“Si rende conto di quante persone che vengono qui tutti i giorni abbiano qualcuno da cercare, Miss?”, aveva alla fine detto Taylor, allargando le braccia.
“Lo so, ma io non rimarrò qui in America fino all’inizio del mese prossimo”, protestò Alessandra. “Io mi fermo una settimana solamente”.
Taylor distese le braccia lungo il corpo. La sua finta aria di cortesia stava lasciando il posto ad una tipica sensibilità da burocrate ottuso. “Non so come aiutarla, mi dispiace”.
“Per favore, la prego”, implorò Alessandra. “Non può mettermi al posto di qualcuno che è in… Come si dice? In lista, ecco, per domani?”
Taylor scosse la testa. Alessandra sospettò che da lì a poco Mister Taylor avrebbe manifestato una terza espressione, e che probabilmente non sarebbe stata piacevole. “Non sarebbe giusto nei confronti di coloro che hanno pianificato la visita con maggiore… come dire? Lungimiranza”.
Ma tu vedi ‘sto scostumato, pensò Alessandra. Aveva pronunciato lungimiranza molto lentamente, più lentamente delle altre parole, per essere certo che Alessandra, che nel frattempo aveva cominciato ad avvampare perdendo un po’ dell’incarnato color muffa, comprendesse esattamente a cosa si stava riferendo. La solita italiana disorganizzata e casinista che pensa di aggirare le regole buttandola sulla pietà.
Sentì la sua lingua pronta a saettare un’invettiva nei confronti dell’impiegato quando un ometto pingue e dal volto incorniciato da una barba ricciuta e nero bluastra si materializzò silenziosamente tra di loro, osservandoli dal basso con un’aria tra il divertito ed il curioso.
Mister Taylor lo salutò ossequiosamente chiamandolo Mister Malakian, e quando questi gli domandò quale fosse la ragione dell’alterco con Alessandra, Taylor fornì una versione particolarmente vivida dell’insistenza di Alessandra nel richiedere informazioni. Malakian scosse la testa e con uno sbuffo dalle narici pelose lo allontanò con un educato “Me ne occupo io, Taylor”.
Taylor e Alessandra fissarono stupiti l’ometto panciuto nel suo abito grigio. Malakian fece anche un cenno sventolando la mano all’indirizzo di Taylor, e Alessandra non poté trattenere un singhiozzante accenno di risata.
“Ora, Miss…?”
“Quagliarello. Alessandra Quagliarello”.
“Malakian. Davor Malakian”, si presentò con un piccolo inchino l’ometto. “Come possiamo aiutarla?”
“Sto cercando qualcuno… Cioè, la traccia di qualcuno…”
Malakian annuì. “Non è una richiesta particolarmente originale, da queste parti, come potrà immaginare. Ha un nome, qualche dettaglio?”
“Domenico Quagliarello. Arrivato il 17 aprile 1907, sulla Regia Motonave Città di Napoli”, disse meccanicamente Alessandra. “Mio nonno”.
“Napoli. Wonderful place”, disse Malakian. Le disse di seguirlo nella sala dove gli archivi cartacei erano stati microfilmati. “Non sarebbe regolare, ma faremo un’eccezione. Come avrà notato dal mio nome, anch’io sono di origini… esotiche. Armeno, terza generazione. Mi stanno ancora a cuore queste cose… Taylor… E’ wasp, non ha il cuore di un immigrato”.
Alessandra annuì, anche se in quel momento riusciva a collocare molto vagamente l’Armenia sulla cartina geografica. Da qualche parte a Est, in Unione Sovietica, pensò. O Turchia? La Turchia c’entrava sicuramente qualcosa, e si ripromise che un giorno l’avrebbe appurato.
Nella sala microfilm, il buio era spezzato solo dalla luce di una serpentina di tubi al neon che scorrevano sul soffitto proprio sopra il grande tavolo da consultazione. Malakian prese posto e cominciò a ruotare una serie di manopole mentre le immagini di pagine e pagine di archivi scorrevano ad una velocità troppo elevata perché Alessandra potesse cogliere qualsiasi dettaglio a parte la grafia ordinata ed elegante dei compilatori.
“1907… Febbraio, Marzo… Aprile. 17, sì? Sì”, concluse senza aspettare la replica di Alessandra. “Città di Napoli, ecco! Wonderful”. Malakian iniziò a tormentare un’altra manopola e le diapositive iniziarono a scorrere verso l’alto, questa volta. “…O, P… Q… Is that Q, come in coda?”. Alessandra annuì, stupita dalla rapidità con cui Malakian aveva reso il suo obiettivo un po’ più vicino. Avvicinò il volto al tavolo sul quale la riproduzione della pagina del registro veniva proiettata. Prima che riuscisse a mettere a fuoco le piccole lettere fitte e inclinate, notò che Malakian scuoteva la testa calva e appena ricoperta da un velo di sudore.
“Aha!”, esclamò Malakian con un verso simile a un colpo di tosse. Alessandra si avvicinò ancora. Poteva sentire un lieve odore acido e muschiato provenire dal piccolo uomo dall’abito elegante. Un sorriso colpevole le attraversò per un istante il viso.
“Quagliarello, Dominico. Un errore comune. Born 1864. E’ lui?”
Alessandra annuì. Il sorriso stava comparendo nuovamente sul suo viso.
“Michele Quagliarello”, proseguì Malakian. “Born 1899. Suo… Padre?”
“Zio”, lo corresse Alessandra. “Mio padre è Roberto”.
Malakian puntò il dito sulla diapositiva. “Roberto, nato nel 1905. Infatti, e poi…”
“Rosaria Castorino. Mia nonna”. Si aspettava che Malakian cominciasse di nuovo a tormentare le manopole per andare alla lettera C, ma si sbagliava.
Malakian la fissò per un attimo, mentre l’espressione di trionfo che aveva disegnato in viso scompariva per lasciare il posto ad una di stupore. “Franco Quagliarello, nato nel 1905…”, disse a mezza voce.
Alessandra lo fissò per un istante senza capire. Per almeno un minuto i due si scrutarono senza cambiare minimamente espressione. “Franco?”, domandò lei. “Un… omo… Stesso cognome”.
Malakian si strinse nelle spalle. Estrasse un fazzoletto dalla tasca dell’abito e se lo passò sulla fronte come se stesse lustrando una scarpa. “Possibile”, concesse, “ma poco probabile: vede il numero qui di fianco? Indica il numero progressivo di registrazione nei record di Ellis Island. Domenico, 9432. Michele, 9434. Roberto, 9435. Franco, 9436”.
“Manca il 33”, ribatté Alessandra. Sapeva la risposta prima che Malakian tornasse a girare le sue manopole.
“Castorino, Rosaria. 9433”. La guardò soddisfatto. “I registri originali venivano ricopiati su questi. Solo questi venivano archiviati. Perciò il criterio è sia alfabetico che progressivo per ordine di registrazione. Prima i genitori, poi i figli, di norma. Quindi Franco sembrerebbe essere uno dei figli di Domenico. O un nipote, comunque sono arrivati insieme. E’ improbabile che un bambino di due anni viaggiasse da solo, non le pare?”
Alessandra annuì. E mo’ chi è ‘sto Franco? La lettera che suo padre le aveva affidato conteneva i dati della motonave che aveva portato la sua famiglia in America, una vecchia fotografia di Domenico e la delirante missiva di Dennis Quagliarello, ma in nessun punto si menzionava questo Franco. Né tantomeno suo padre le aveva mai parlato di un altro zio. L’unico “zio d’America”, come ironicamente lo chiamavano quando a casa si toccava l’argomento, era Michael – Michele, anzi.
Le girava la testa. La lunga attesa, lo stomaco vuoto e ancora provato dal mal di mare e la sensazione di freddo che i vestiti zuppi le avevano lasciato stavano cominciando ad avere ragione di lei. E la scoperta dell’esistenza di un altro fratello Quagliarello avrebbe fatto il resto.
Afferrò una sedia di formica mentre puntini neri cominciavano ad occupare numerosi il suo campo visivo. Riuscì a sedersi prima di veder sparire il volto perplesso del signor Malakian dietro un velo nero come la sua barba.