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sabato 15 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira - Epilogo

La porta si richiuse e il buio calò. L’unica luce entrava dalle fessure formate dalle travi che coprivano la finestra. Appena i miei occhi si abituarono all’oscurità, distinsi un corpo sul pavimento. Cautamente mi avvicinai. Il corpo non si muoveva. Mi avvicinai ulteriormente, appoggiai una mano sulla spalla dell’uomo steso a terra e il suo urlo mi fece cadere a terra. L’uomo si alzò improvvisamente e si girò nella mia direzione. Era bendato, il volto era pieno di lividi e deformato dalle tumefazioni, i suoi abiti sporchi di sangue e bagnati.
Hernan De la Roca. Come è conciato? Cosa sta succedendo?
-Hernan?- chiesi con la voce tremante. Lui si voltò nella mia direzione, allungando le braccia verso di me.
Perché non si toglie la benda? Mi domandai guardandolo brancolare e rantolare come una bestia ferita.
-Non mi avete torturato abbastanza? Non siete soddisfatti? Eh? Rispondete, maledizione!- gridava con voce roca, fendendo lo spazio davanti a sé con le braccia.
-Sono Catalina…- lui smise di muoversi e si immobilizzò.
-La prego mi aiuti. Non so dove mi trovo. Hanno le armi. Hanno preso la droga. È tagliata male, è difettosa. È letale… Oh, Sabrina…- le sue parole confuse si trasformarono in pianto e cadde sulle ginocchia, battendo i pugni sul pavimento.
Non trovavo il collegamento. Marcos aveva spodestato De la Roca? Avevano trovato la coca tagliata male? E perché mai l’aveva bendato e rinchiuso qui? E perché non si levava quella benda?
-Hernan, cosa sta succedendo?- lui rantolò qualche parola che non compresi, stringendosi il volto tra le mani, poi inspirò a fondo e alzò il volto verso di me. Fu allora che lo vidi. Si era levato la benda e i suoi occhi… i suoi occhi non c’erano più. Il mio stomaco si contrasse in un conato, che riuscii a controllare per miracolo e appena smisi di respirare a scatti mi rivolsi di nuovo a lui.
-Chi le ha fatto questo, Hernan?-
-Mio figlio… E quegli altri… Doveva essere un piano perfetto. Avremmo venduto la coca in Italia e sarebbe stato tutto più facile. C’era quella ragazza, quella nuova. Non c’erano rischi.- Non sapeva che quella ragazza era in quella stanza con lui.
-Chi è suo figlio Hernan?-
-Marcos. Si chiama Marcos.- il mio cuore cessò di battere. O almeno così mi sembrò. Marcos, il figlio di De la Roca.
-Conosceva Sabrina Almodez?-
-Oh, Sabrina. La povera Sabrina. Sedotta e abbandonata. Diede un figlio a Marcos, ma Marcos dubitava di essere i padre effettivo, era convinto che Sabrina lo tradisse. Così vendette il bambino e uccise Sabrina. Diceva che era marcia come suo padre. Vuole uccidere Almodez! Vuole eliminare l’unica persona che può testimoniare contro di lui.-
-Anche lei può testimoniare!- le mie parole gli suscitarono una risata nervosa.
-Noi non usciremo mai da questa stanza, signorina.- le sue parole mi fecero sudare freddo. Annaspai come un pesce fuor d’acqua per un momento, rimettendo a posto i pezzi di quel puzzle folle e contorto.
-Perché hanno scelto quella ragazza? Quella nuova?-
-Era il collegamento più facile, la via più breve per arrivare ad Almodez.-
-Una pedina…-
-Si, era solo una pedina. L’ho voluta nella mia spedizione per salvarla. Volevo mandarla in Italia ed evitare che finisse nel piano perverso di Marcos.-
Hernan De la Roca voleva salvarmi. Marcos voleva usarmi per arrivare ad Almodez e quando aveva saputo delle intenzioni di suo padre, aveva deciso di imbottirmi di esplosivo, per eliminarmi definitivamente nel caso fossi sopravvissuta alla sparatoria. Era folle. Ma aveva senso adesso.
-Dobbiamo andarcene di qui Hernan. Ora.-
-E’ inutile, chica. Ci ammazzeranno. Ti tortureranno come hanno fatto con me, poi ti sgozzeranno come un maiale. E lo stesso toccherà a me.- deglutii e mi avvicinai a lui.
-Io sono Catalina Guilmar. Lei mi conosce come Eva, ma il mio nome è Catalina Guilmar. E il mio compito, ora, è quello di portarla via di qua, vivo.- la sua bocca si aprì in una espressione sorpresa, poi le sue mani strinsero le mie.
-Sei salva.-
-Si, signore.-
-Ho pregato tanto perché ti salvassi.-
-Lei crede, Hernan?-
-Dio è qualcosa di più forte persino delle pistole e della droga. Gli uomini possono ritenere sbagliato che io venda droghe e uccida persone. Ma io devo rendere conto solo a Dio, non agli uomini.- annuii alle sue parole. Finché aveva la fede, credeva in qualcosa. E se credeva ancora in qualcosa nonostante tutto quello che era successo voleva dire che credeva di potersi salvare. E riponeva tutta la sua fiducia in me.
L’avevo conosciuto con l’intento di distruggerlo e ora dovevo salvare quell’uomo che era rimasto vittima del suo gioco.
Mi avvicinai alla finestra e guardai attraverso le fessure. Dava su un enorme campo, in lontananza si vedeva una strada trafficata e rumorosa. Poi guardai attraverso la serratura della porta. C’era solo un uomo, di spalle, che guardava la televisione, il resto della stanza era vuoto. Mi voltai verso Hernan.
-Ha armi?- lui si tastò le tasche, poi passò alla gamba e trovò quello che cercava. Un coltello a serramanico, abbastanza lungo da farmi paura. Lo impugnai e gli raccomandai di tacere. Usando il coltello e le conoscenze acquisite da Marcos riuscii ad aprire la serratura. Coprii lo scatto battendo sulla porta e urlando:
-Aprite, per favore, lasciatemi andare!- sentii l’energumeno avvicinarsi e appena la sua mano batté un colpo sulla porta intimandomi il silenzio, la spalancai e gli saltai addosso, conficcando il coltello nella sua gola. Cadde a terra rantolando, con gli occhi strabuzzati. Presi la sua pistola, caduta a terra e lo finii con un colpo in testa. Rimase immobile, con gli occhi spalancati, mentre un silenzio innaturale cadeva nella stanza e una pozza di sangue di allargava sotto la sua testa. Non avevo molto tempo. Recuperai Hernan e lo guidai il più velocemente possibile giù dalle scale, stringendo la pistola con la sinistra, mentre Hernan si sorreggeva al mio braccio rotto. Scendemmo in strada e ci dirigemmo verso il campo, iniziando ad attraversarlo insieme, sorreggendoci a vicenda su gambe doloranti e malferme. Eravamo quasi a metà, iniziavo già a distinguere le insegne del motel che si trovava all’ingresso della zona sud della città, quando la voce di Marcos mi arrivò alle orecchie. Mi voltai di scatto e lo vidi correre verso di me insieme agli altri due che mi avevano portato nell’edificio, tutti e tre brandendo le pistole e puntandole contro di noi.
-Stia a terra!- spinsi a terra Hernan e mi chinai per evitare i colpi.
-Vogliono me, lasci che mi prendano!-
-No, io la porto fuori da questa storia vivo!- risposi sparando tre colpi nella loro direzione e colpendone due. Diego al petto e Andreas al braccio destro. Si accasciarono entrambi a terra e rimase solo la figura di Marcos a correre verso di me. Il suo volto era contratto in un sorriso folle, mentre sparava colpi nella mia direzione. Un proiettile mi colpì al braccio rotto e mi lasciai cadere a terra, immobilizzandomi. Marcos rallentò la corsa, iniziando a muovere passi veloci e pesanti nella mia direzione.
-Fine della corsa, Cat. Pensavi di scappare così facilmente? No… Dio, voi donne, quanto siete stu…- non finì mai quella frase.
Il mio proiettile lo colpì in fronte, congelandogli sul volto un’espressione quasi stupita. Rimase immobile un secondo poi il suo corpo ormai senza vita cadde a terra, con gli occhi vuoti che fissavano il cielo stellato di quella notte maledetta. Mi cadde la pistola dalle mani tremanti e mi inginocchiai davanti a lui, fissandolo.
Era finita. Ero salva.
-Siamo salvi, Hernan.- sussurrai.
-Siamo salvi!- esclamai sorridendo, ma quando mi voltai verso Hernan vidi il suo corpo giacere immobile, solo il suo petto si muoveva leggermente. Mi avvicinai urlando il suo nome e strinsi la sua mano.
-Mi hai salvato chica.- sussurrò. Aveva un foro nel petto, un proiettile l’aveva colpito. Stringeva tra le mani il cellulare dell’uomo che avevo ucciso nell’edificio.
-Stanno arrivando i soccorsi.- sussurrò chiudendo gli occhi.
-Hai salvato me, e altre vite chica. Grazie.- il suo petto fu scosso da dei colpi di tosse, poi rimase immobile.
Mentre le lacrime scorrevano sul mio volto sentii avvicinarsi le sirene delle ambulanze e della polizia. Singhiozzavo aggrappata al corpo di quell’uomo, quando una mano mi si posò sulla spalla.
-Catalina, è finita. È tutto finito ora.-

venerdì 14 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap. 7

Cosa stava succedendo? Tutte quelle informazioni, tutte quelle storie, tutti quegli intrecci mi stavano fondendo il cervello. Sentivo la testa come se la stessi tenendo sott’acqua. Respiravo a fatica. Il mio corpo era paralizzato. Percepivo ogni singolo battito del mio cuore rimbombarmi nella testa.
Marcos aveva un figlio, ma era una bugia. Non ne aveva mai avuti. Dovevo portare droga in Italia, una missione seguita e senza rischi, ma avrei dovuto ingoiare ovuli con dell’esplosivo. Marcos non aveva mai avuto figli, era tutore del figlio di Hernan, nato per stupro. La donna stuprata si chiamava Sabrina Almodez, e Almodez era il cognome dell’uomo per cui avevo lavorato anni prima. Avevo conosciuto Sabrina, me la ricordavo era una donna bellissima, con capelli lunghi e neri…
Un lampo mi passò negli occhi. Io avevo conosciuto Sabrina.
Come poteva aver avuto figli ed essere sparita? Cosa diamine mi stava raccontando?
-Tutto a posto?- mi chiese Marcos. Annuii senza alzare lo sguardo dal pavimento. Mentiva, di nuovo. Ma che senso aveva mentirmi adesso? Lo guardai negli occhi e lui mi sorrise leggermente.
-Dobbiamo andarcene di qui, Cat.- annuii e gli chiesi di uscire, così potevo sistemarmi. Appena chiusi la porta altri mille dubbi e mille domande mi invasero la testa.
Cosa era successo? Perché mi mentiva? Perché ovunque mi trovassi era il posto sbagliato? E soprattutto, cosa dovevo fare? La mia fronte sbatté contro la porta, mentre le mie spalle si rilassavano di colpo. Ero esausta. Non ce la facevo più, quella storia mi stava prosciugando ogni energia fisica e mentale. Inspirai a fondo e pensai a casa mia. A mia madre, mia sorella e a tutte le persone che contavano su di me e me lo dicevano sorridendo. Dovevo farcela. In un modo o nell’altro dovevo mettere fine a quell’incubo. Alzai la testa e mi passai una mano tra i capelli. Si, dovevo farcela. Recuperai un borsone da viaggio impolverato dall’armadio e vi buttai dentro dei vestiti scelti in fretta, un pacchetto di sigarette già incominciato e la mia pistola di riserva, già carica. Chiusi la borsa e la guardai. La riaprii con le mani tremanti e la svuotai ancora più velocemente, ridussi il carico e lo chiusi in uno zainetto che mi caricai in spalla. Indossai un cappello nero che abbassai fino a coprire quasi gli occhi, presi il mazzo di chiavi appoggiato sul comodino e cercando di muovermi il più velocemente e silenziosamente possibile uscii dalla finestra, raggiunsi la scala antincendio e corsi giù, fino al parcheggio. Raggiunsi la mia moto, una Ducati Hypermotard usata si e no tre volte, e partii spingendola al massimo per allontanarmi il prima possibile, prima che Marcos potesse rendersene conto.
In pochi minuti raggiunsi il centro della città e proprio mentre puntavo verso l’unica strada che poteva portarmi fuori città, mi accorsi di una macchina nera dietro di me, che accelerava a vista d’occhio.
Maledizione, è una delle auto di Hernan.
Accelerai anche io e alla prima curva svoltai, facendo perdere il controllo ad una altra moto che arrivava dalla direzione opposta. Sentivo la moto soffrire, sapevo che la stavo tirando troppo, ma non avevo altra scelta. L’auto mi stava dietro e si avvicinava sempre di più. Poi improvvisamente cominciò a rallentare e a mantenere un percorso rettilineo.
Dio, no, no, NO!
Bruscamente portai la moto sull’altra corsia, un istante prima di udire lo sparo. Ero sotto tiro. Cominciai a muovermi a zig zag sulla strada, cercando di evitare le altre auto e soprattutto di mantenere in piedi la Ducati. Sentii un proiettile sfiorarmi l’orecchio destro e poi un bruciore si diffuse dove prima era passato il colpo. Gli occhi mi si riempirono istintivamente di lacrime, proprio mentre piegavo la moto per portarmi sull’altro lato. Sentii lo stridore della carena sull’asfalto, e un secondo dopo rotolavo sulla strada. Quando mi fermai avevo in bocca il sapore del sangue misto a terra. Aprii debolmente un occhio e notai che ero finita sul prato a lato della strada.
Poggiai le mani a terra e provai ad alzarmi, ma un colpo sulla schiena mi rimandò stesa a terra. Avevo fiato corto e la pelle appiccicosa per colpa del sangue, iniziavo a sentire il dolore diffondersi in tutto il corpo, partendo dal punto in cui mi avevano colpito alla schiena. Chiusi gli occhi e lasciai scorrere le lacrime, mentre venivo alzata di peso e caricata con malagrazia in un’auto che odorava di cibo stantio, birra e marijuana.
L’auto ripartì e sentivo il vociare allegro delle persone all’interno: commentavano la mia moto, il mio stupido tentativo di fuga, il mio corpo.
Animali schifosi. Pensai stringendo i denti per non urlare dal dolore. Probabilmente mi ero rotta un braccio, e sanguinavo ovunque, sentivo il sangue bagnare i miei abiti e appiccicarli al corpo.
Dopo un lasso di tempo indeterminato l’auto si fermò e il motore si spense. Ovunque fossimo, eravamo arrivati. Venni trascinata fuori dall’auto e costretta a sorreggermi sulle mie gambe malferme. Quando le braccia dell’uomo che mi sostenevano mi lasciarono crollai a terra come un neonato, suscitando le risate del gruppo. Altre braccia mi alzarono e mi portarono all’interno di un edificio. Tenevo gli occhi chiusi, poiché il sangue, la terra e il sudore mi rendevano impossibile aprirli. E poi che senso avrebbe avuto aprirli? Cosa avrei visto di nuovo? Corruzione, droga, denaro sporco, menzogne e morte.
Questo era il mondo di De La Roca e io ci ero finita dentro per bene. Ma, diamine, dove erano gli altri della mia squadra? Mi era stato assicurato che sarei stata monitorata giorno e notte. Che il microchip sottocutaneo al quale ero fortemente contraria era di vitale importanza, ma adesso che ce l’avevo, dove erano loro? Perché nessuno si era preoccupato di controllarmi? Che razza di lavoro era quello?
Venni scaraventata a terra, con altre risate e commenti idioti. La mia guancia premeva contro un pavimento freddo, un freddo che entrava nel corpo e mi dava brividi ovunque.
Aprii debolmente gli occhi e vidi un paio di scarpe lucide nel mio campo visivo. Una mano mi strinse i capelli sulla nuca e mi alzò il volto, mettendomi faccia a faccia con…
Marcos.
-Marcos…- lui mi sorrise, poi mi sbuffò del fumo sul volto.
-Ciao, Cat. O Eva, come preferisci.-
-Cosa sta succedendo Marcos?- chiesi debolmente, rassegnata e sofferente.
-Io vinco, tu perdi. Semplice Cat.-
-Io ti ho dato tutto Marcos.- sussurrai mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime. Mi sentii incredibilmente stupida mentre parlavo, o meglio frignavo come una bambina, implorandolo di svegliarmi da quell’incubo. Volevo sentirmi dire che mi avrebbe salvata e protetta, che saremmo usciti da quella storia insieme. Smise di ridere, una risata scaturita dalle mie parole sussurrate e mi guardò negli occhi, tenendomi una mano sul volto.
-E mi sei stata incredibilmente d’aiuto Cat. Sei stata proprio brava, hai fatto tutto quello che dovevi fare e senza battere ciglio.- rise di nuovo e mi diede un ceffone in pieno volto, continuando a ridere.
-Eri pronta a buttar giù dell’esplosivo, povera cretina. È bastato prometterti il minimo per usarti a mio piacimento. Voi donne, quanto siete stupide.- le lacrime adesso scorrevano sul volto. Le sue parole mi colpivano come pugni nello stomaco. Erano vere, aveva ragione. Mi ero lasciata andare troppo facilmente. E per cosa? Per un niente. Per un braccio rotto, un viso sfregiato e, molto probabilmente, una pallottola in testa.
-Mi hai mentito. Mi hai mentito sempre. La storia di tuo figlio, che poi era figlio di Hernan, il carico di droga, la sparatoria, le bombe. Sapevi tutto.- mi sorrise pietoso.
-Tutti mentono, Cat.-
-Hai detto di amarmi una volta.- rise di nuovo.
-E tu hai accettato di portare abbastanza cocaina da rimanerci secca se solo starnutivi. Come hai fatto a non accorgerti del collegamento, bimba?-
-Io mi fidavo di te.- l’uomo che mi teneva il volto alzato mi lasciò andare bruscamente e io ricaddi a terra, con una guancia sul piede di Marcos, che mi allontanò con un movimento brusco.
-Portatela di là.- la sua voce suonò fredda e piatta mentre dava l’ordine agli uomini che mi avevano trascinato in quell’edificio. Quando mi tirarono in piedi vidi i loro volti in uno specchio sulla parete di fronte.
-Andreas? Diego?- la mia voce strozzata uscì come uno squittio.
Andreas Ruìz, vicedirettore dell’ufficio dell’antidroga per cui lavoravo.
Diego Vázquez, addetto alla creazione di alias, detto anche “Questo microchip sarà l’unica cosa che ti salverà il culo, chica.”Loro si guardarono per un momento, poi abbassarono lo sguardo e venni trascinata nella stanza accanto e buttata a terra.

giovedì 13 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap. 6

La sparatoria, il dolore lancinante alla testa e non ultimo questa verità su Marcos…..cos’altro poteva capitare? Avevo solo voglia di scendere dalla giostra e farla finita con tutto questo: ne avevo abbastanza. Ma forse avevo assaporato troppo in fretta la libertà, la possibilità di rifarmi una vita altrove..troppo in fretta….o, forse, per la prima volta ero stata vicina alla fine, avevo sentito il respiro della morte…per la prima volta avevo avuto paura. Non riuscivo a pensare o meglio non smettevo di pensare a Marcos…..e a chiedermi il perché. Mi ero fidata, non poteva essere così, ci doveva essere un’altra spiegazione…dovevo trovarlo...dovevo chiedergli….dovevo sapere.

- Voglio tornare a casa mia – dissi con un tono tra rabbia e pianto
- Non sei nelle condizioni di andare da nessuna parte, almeno non oggi- rispose Denver e detto questo uscì dalla stanza lasciando Catalina nuovamente sola.

No, no, non potevo restare lì ad aspettare…..dovevo uscire, tornare a casa e dovevo farlo ora. I vestiti erano stati riposti sulla sedia accanto alla finestra, focalizzai la distanza che separava il letto dalla sedia…cinque, sei passi al massimo….che a me parevano kilometri…scesi dal letto cercando di raggiungere il più velocemente possibile quella maledetta sedia…ma ogni mio movimento era come rallentato, assonnato, pigro. Ad ogni movimento avvertivo pulsazioni alle tempie, una sensazione di vomito e dolori in varie parti del corpo…ma dovevo sbrigarmi…l’inferimera sarebbe potuta passare in qualsiasi momento, il Dottor Monteiro sarebbe potuto entrare in qualsiasi momento….dovevo sbrigarmi.

Raggiunsi la porta della camera…l’aprii lentamente e guardai nel corridoio….non c’era nessuno: era il momento. Percorsi il corridoio per una decina di metri, appoggiandomi al corrimano….fino ad una porta che dava sulle scale. Entrai e mi sedetti per qualche minuto sulle scale per riprendere le forze. Sentii un vociare provenire da qualche piano sopra: non potevo fermarmi. Giunsi, non so come, al piano terra e ancora guardinga riuscii a sgattaiolare sul retro….raggiunsi la via principale, ma non potevo arrivare a casa in quelle condizioni, non a piedi. Fermai una macchina, forse un taxi, non so…e pregai l’uomo che guidava di darmi un passaggio…..raggiunsi il mio palazzo, l’ascensore e, finalmente anche l’appartamento.

Aprii la porta, varcai la soglia e mi lasciai scivolare sulla poltrona di pelle, chiudendo gli occhi: ce l’avevo fatta. Rimasi qualche secondo al buio poi accesi la luce……l’appartamento era sottosopra: chiunque fosse entrato l’aveva fatto senza scassinare nulla, non aveva lasciato tracce ma…cercava qualcosa…non aveva preso oggetti di valore…cercava altro….ma cosa?? Trascinandomi con le ultime forze in corpo, entrai in camera da letto e vi trovai Marcos …..seduto sulla sedia, il capo appoggiato alla finestra proprio dietro di lui.

Appena mi vide entrare mi corse incontro ….-Catalina…-si avvicinò e mi strinse a sé
Non riuscii a ricambiare l’abbraccio e restai tra le sue braccia come un fiore reciso senza radici né emozioni…..poi la stanchezza prese il sopravvento e svenni ….Mi risvegliai dopo…non so nemmeno quanto….
- Catalina….come …come ti senti?- chiese Marcos – ti…ti hanno detto tutto vero? -
- non mi hanno detto niente- risposi con lo sguardo al pavimento…non riuscivo a gaurdarlo negli occhi, non ancora…
- Catalina, nel nostro lavoro….-continuò lui
- “nostro”? …….. bastardo, non c’è un “nostro” del cazzo….non conto niente per te…Denver mi ha detto del piano ….. dell’esplosivo….mi fidavo di te…..mi fidavo di te- la ferita stava iniziando nuovamente a farmi male
- …posso….- disse Marcos allungando la mano verso il mio viso
- no …non puoi….-
- ….spiegarti..-
- ora? Spiegare cosa?-

Marcos aprii lentamente la giacca e dalla tasca interna ne estrasse una foto spiegazzata ….. me la porse.

- non voglio sapere niente….per favore esci dalla mia stanza e anche dalla mia vita…..in qualche modo me la caverò e uscirò da questa storia…anche senza il tuo aiuto…..-
- non aveva nemmeno quindici anni quando … quando la stuprò la prima volta -iniziò Marcos
- non voglio sapere niente….-
- …era bella - continuò lui - …era la più bella ragazza del quartiere…..la teneva segregata in una stanza, al buio…..legata per le caviglie…e quando ne aveva voglia….quel maiale se la prendeva….era diventata una proprietà….non era altro che una “cosa” per lui, un quadro, una partita di droga valevano molto di più…..dopo qualche settimana era rimasta incinta….aveva avuto un figlio, un figlio che aveva partorito in quella stanza lurida, sporca….. il bambino…non lo aveva nemmeno visto in faccia, lui gliel’aveva strappato subito e l’aveva …venduto….ad una coppia sterile....gliel’avevano pagato anche bene a quel bastardo….ce lo siamo ripresi ….qualche anno dopo….è cresciuto con noi, con me. Non so come, una decina di anni dopo, quel cane l’ha trovato…...gli ha venduto la droga…e lo ha ucciso….-
- Hernan? È stato Hernan?? Marcos…che storia è questa???? ….come si chiama questa donna….dov’è ora?-
- dopo un po’ era diventata “vecchia” per lui….troppo vecchia…..non so che ne ha fatto…-
- come si chiama ….. la donna …come si chiama?-
- Sabrina Almodez…
- Almodez????? Il boss che controlla il più grosso traffico di armi e di droga….ho lavorato per lui…
- due anni fa……sì, lo so…- rispose Marcos
- tu …….come??? Lavoravi per lui???- temevo la risposta, ma dovevo capire…..
- no io…..pagavo io il tuo stipendio-

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap 5

(parte 5)

Al primo sparo il lunotto della berlina si disintegro' in mille piccoli pezzi, e Marcos porto' d'istinto la mano alla sua fondina, abbassandosi come poteva tra i sedili dell'auto. La modella rimase impietrita per alcuni istanti, ritta in piedi, mentre una infinita' di colpi venivano sparati da e verso l'auto. In quell'inferno senti' Marcos che le urlava:
- Buttati a terra, per l'amor di Dio! Scappa se puoi!..
Ma le sue orecchie rimbombavano delle esplosioni, e tutto comincio' sembrarle un film, una pellicola che scorreva troppo velocemente intorno a lei. Spari, rumori di vetri che si infrangevano, urla di ignari passanti che scappavano per mettersi in salvo, rombi di motori che si accendevano, stridio di pneumatici... Fino a quando un violento colpo alla sua testa non le fece perdere l'equilibrio, e cadendo la vista le si annebbio'. Poi tutto divento' nero e calmo.

mercoledì 12 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap 4

Appena fuori, Marcos si voltò verso Catalina e le disse:
-          Dobbiamo andare in un posto adesso. Dovrai stare assolutamente zitta. Qualunque cosa vedrai, qualunque cosa sentirai, tu non battere ciglia. Fai finta di nulla. Ne parliamo dopo, d’accordo?
-          Dove andiamo?
-          Non posso dirtelo.

martedì 11 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap 3

Lo sparo udito mi fece rabbrividire e dato che la situazione si stava evolvendo in maniera inaspettata decisi di pormi duramente con il mio interlocutore, un po’ anche per mascherare quel velo di paura passato nei miei occhi.
- Oye tio, yo no estoy aqui por eso, recuerdas?
Non sono io che vi ho cercato, ma siete voi che mi avete scelta!
Ti ricordo che sono una delle top models più gettonate dalle agenzie di moda della Columbia, vincitrice di numerosi concorsi di bellezza e non ho bisogno di lavorare per te per poter vivere bene, ma visto che amo la bella vita e ho voglia di fare un sacco di danaro facile, ho accettato di fare il corriere per voi ma che sia chiaro, non voglio saperne niente dei vostri sporchi affari!
No quiero volver a repetirlo, si te va bien asì, para mi trato echo y si no amigos como antes. -
Catalina Guilmar in arte “ Eva Escobar “ proveniva da una famiglia poverissima, sua madre aveva speso i suoi ultimi soldi per farla studiare in una famosa scuola di modelle nel centro di Bogotà ed era stata ripagata del suo sacrificio quando Catalina aveva avuto la fortuna di essere scelta per una campagna pubblicitaria da una casa di cosmetici molto famosa a livello internazionale.
Da quel momento i loro problemi economici diminuirono ma Catalina non si accontentava della fortuna avuta, ambiva a molto di più e fu per questo che quando fu avvicinata da Marcos ( scopertosi poi il braccio destro di de La Roca ) in uno dei tanti concorsi a cui aveva partecipato, decise di frequentarlo pur sapendo quello a cui stava andando incontro.
I Narcos bazzicavano regolarmente i concorsi di bellezza ed erano pronti a pagare le operazioni di chirurgia plastica e a corrompere i giudici dei concorsi per far vincere le ragazze da loro scelte sia per piacere personale che quelle scelte per essere trasformate in “ Mulas “ ( corrieri donne ). Chi mai si sarebbe insospettito di una bionda bomba sexy vestita con abiti attillati in un aereoporto? Gli sguardi degli agenti secondo voi si sarebbero posati sulla sua valigia o altrove?
E fu così che l’ormai Eva Escobar venne scelta dai Narcos per fare il corriere della droga.
Ella era stata attratta da queste persone danarose e potenti che aprivano ogni porta loro volessero e che le permettevano di fare una vita lussuosa, tutte le sere in un ristorante alla moda, grandi macchine con autista a sua disposizione ed enormi appartamenti da poter utilizzare a suo piacimento.
Ben presto si era resa conto che quella vita in realtà non le apparteneva ma l’aveva aiutata a capire quanto era stata fortunata e che forse non valeva la pena rovinare tutto solo per del vile denaro.
Quella vita non faceva per lei.
Come venirne fuori?
La chance per Catalina venne inaspettata.
Quando Marcos intuì la sua titubanza per la strada intrapresa decise di rischiare, di seguire il suo intuito che non l’aveva mai tradito in tanti anni di lavoro e poi anche il suo cuore era convinto che Catalina fosse una ragazza molto diversa da quello che appariva e quindi decise di esporsi raccontandole chi lui in realtà fosse veramente…..
….si, perche’ l’essere il braccio destro di de La Roca era solo una copertura costruita dopo tanti anni di duro lavoro…Marcos in realtà lavorava per la Polizia Antidroga Colombiana .
- Relajate chica relajate!
Que mala leche tienes!
Recuerdate que te dejo ablar asì solo porque eres amiga de Marcos y porque se quanto lista eres.
Mujeres como tu non se encuentran cada dia!
Quindi per me affare fatto e’ giunto il momento di darti da fare,
la tratta che devi seguire imbottita di cocaina e’ Buenos Aires - Cancun per poi da li arrivare in Europa
Marcos ti darà maggiori dettagli sull’operazione……….

La verdad nace en la sombra de la mentira - Cap 2

La sala era illuminata da un'unica luce, quella di un lampadario appeso al soffitto al centro della stanza, che emetteva una luce giallognola, facendo sembrare tutto l’appartamento colorato di quella tonalità. Sebbene fuori fosse buio, lì dentro si poteva benissimo vedere ogni angolo della stanza che, a quanto pare, fungeva da piccolo salotto. Un boss dei cartelli di solito non vive in questo stato pensa buttando l’occhio qua e là. Da una porta si poteva intravedere quella che doveva essere la cucina: lo si poteva capire dai cartoni delle pizza ammucchiati sul pavimento.
Di fronte a me, un divano su cui sedeva colui che mi aveva dato il benvenuto insieme a due ragazza formose e s-vestite che, a quanto pare, si aspettavano il mio arrivo dato che non batterono ciglio al mio ingresso.

lunedì 10 gennaio 2011

La verdad nace en la sombra de la mentira

Il sole era ormai tramontato oltre gli alberi spogli e il cielo già coperto da nuvole scure di pioggia, sembrava minacciare un nuovo acquazzone.

Maledissi il vento freddo che mi correva sul collo, nudo per colpa dei capelli troppo corti, poi mi accesi una sigaretta, l’ultima del pacchetto.

Doveva funzionare, dannazione, era un piano perfetto. Aumentai il passo, scansando quanti più passanti possibile, ma non tutti erano così furbi da evitare per primi di trovarsi nella mia traiettoria per non scontrarsi con me. Una ragazza non troppo alta, bionda e piuttosto giovane che parlava fitto al cellulare, non si preoccupò nemmeno di spostarsi, schiantando direttamente la sua borsa firmata contro la mia mano, facendo cadere la sigaretta dritta in una pozzanghera. Lanciai un’imprecazione, facendo in modo che la sentissero tutti per bene, ma la diretta interessata continuò a squittire con quel tono odioso al cellulare. La seguii un momento con lo sguardo, quasi sorpresa da tanto menefreghismo, poi scossi la testa sbuffando e ricominciai a camminare a passo deciso.
Camminavo veloce, ma riuscii a notare le luminarie natalizie che decoravano tutta la via, addolcendo il grigiore della stagione con tonalità calde.

Il cellulare vibrò per qualche secondo, poi smise. Lo tirai fuori dalla tasca e lo aprii trovandoci una chiamata persa di un numero privato. Era il segnale. Guardai l’ora e rimasi piacevolmente sorpresa di essere in anticipo di quasi un’ora, ma non per questo rallentai il passo. Raggiunsi finalmente la stazione della metro e velocemente saltai oltre la bassa ringhiera in pietra, con uno scatto scesi nella zona delle rotaie e mi arrampicai nuovamente sulla banchina, sotto gli sguardi sorpresi dei presenti. Sorrisi, un sorriso finto, fatto apposta per metterli a disagio e spingerli a togliermi gli occhi di dosso. Dopo pochi minuti arrivò il treno giusto e senza preoccuparmi di chi scendeva e chi saliva, presi il mio posto con qualche spintone e cominciai a fissare il paesaggio correre fuori dal finestrino.
Sentii due anziane signore commentare la mia entrata in scena e augurarmi di incontrare uno dei controllori che spesso si fanno vivi sulle metro. Sorrisi e scossi la testa. Beate loro, che si accontentano di augurarti una brutta giornata, ma più di così non fanno. Sono sagge loro, sanno che aspettarsi il male di una persona porterebbe solo guai, e non solo in questa vita, ma anche più in la. Mi tocca ammettere che nutro un profondo rispetto per le persone anziane, sono l’espressione massima della coerenza a mio avviso. Sanno in quello che credono e continuano a crederci nonostante tutto.

La voce registrata annunciò la mia fermata e mi riportò bruscamente alla realtà. Scattai in piedi ed usci con una camminata decisa dal vagone, superando poi la folla e correndo sulle scale per uscire.

Aveva incominciato a piovere, di nuovo. Mi coprii la testa con il cappuccio della felpa e istintivamente cercai il pacchetto di sigarette, ma trovandolo vuoto lo accartocciai e lo buttai via. Camminai per mezzora, più o meno, lungo quella strada deserta che avevo percorso fin troppe volte nell’ultimo periodo. Mi guarda attorno poi con un movimento il più possibile naturale, feci toccare le mie caviglie, accertandomi che non avessi perso nulla durante la mia rapida camminata e le acrobazie in metropolitana. Raggiunsi l’ingresso di una strada laterale, sporca e male illuminata e mi addentrai nell’oscurità, fino a raggiungere una porta in legno, consumata dal tempo e dall’assenza di cura, sulla quale battei due colpi pesanti e un terzo dopo qualche secondo di attesa. Sentii lo stesso ritmo ripetersi sul vetro della finestra superiore ed entrai.
Per la prima volta in quella giornata ebbi paura.

“E se non funzionasse?” pensai. “No, allontana la negatività. Non sei fatta per essere negativa e tantomeno per avere paura. Andrà tutto bene.”
Salii le scale lentamente, trattenendo il respiro, come se potessero sentirlo. Ma in fondo mi aspettavano, no? Eppure l’ansia cresceva.

Alla fine delle scale mi accorsi di avere i palmi delle mani sudati e li asciugai frettolosamente sulla stoffa dei pantaloni. Mi passai una mano tra i capelli, spostandoli dal volto e dopo aver inspirato profondamente tre volte aprii la porta.
La voce che mi diede il benvenuto era quella di Hernàn de la Roca, boss colombiano della droga, pluriomicida, stupratore.

Il mio nome è Catalina Guilmar, e il mio compito era entrare nel suo mondo e distruggerlo.