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giovedì 30 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Epilogo

Usciti dall’aeroporto, Alessandra e Roberto presero un taxi e si recarono a Vernon Boulevard. Zio Frank li aspettava sotto il portone. Roberto scese dalla macchina e scambiò qualche parola con lui. Alessandra non se l’era sentita di assistere a quell’incontro ed era rimasta in disparte in macchina a guardarli.

Sembravano entrambi tranquilli. Dopo circa mezz’ora, entrarono in macchinaZio Frank borbottò qualcosa al tassista che né Alessandra, né Roberto riuscirono a capire. L’auto partì e nel giro di poco tempo, dopo aver attraversato un ponte, si fermò. Zio Frank insistette per pagare il taxi e fece poi strada all’interno di un edificio imponente, il cui ingresso era di forma ottagonale, con un colonnato davanti ed un passaggio simile a quello per le autoambulanze presso gli ospedali. Il luogo sembrava deserto, ma zio Frank era sicuro di sé e li portò su al primo piano, salendo per una enorme e bellissima scalinata posta al centro di una sala enorme.

Attraversarono quindi vari corridoi bui. Ciascuno si accompagnava ai suoi pensieri, senza commentare nulla di quello che si vedeva in giro: lettighe abbandonate, sedie rotte, apparecchiature medicali accostate ai muri. Poca luce filtrava dai vetri spaccati, ma zio Frank avanzava deciso e né Alessandra, né Roberto dubitavano che conoscesse il posto.

Ad un certo punto passarono dalle rovine di un palazzo ad una zona perfettamente pulita e curata. Alessandra ed il padre si scrutarono perplessi. Roberto si incaricò di parlare per entrambi:
- Frank, dove ci stai portando?

mercoledì 29 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 7

Alessandra era ferma in aeroporto, seduta, immobile, davanti al tabellone degli arrivi. Gli occhi erano fissi sulla scritta «ROME». Erano passati tre giorni da quando si era recata in Vernon Boulevard ed ora che aveva chiaro cosa fosse successo, doveva solo trovare le parole per parlarne a suo padre. Aveva fatto tutte le verifiche presso gli archivi di Ellis Island e grazie a Malakian erano state molto proficue anche le ricerche anche presso l’anagrafe.

Non era convinta che suo padre non sapesse nulla… Quando gli aveva telefonato e gli aveva accennato di aver conosciuto lo zio Frank e la donna che lo aveva cresciuto, Mariella Bonsignore, suo padre aveva taciuto. Sapeva sicuramente qualcosa, ma non capiva perché non gliene avesse parlato prima che lei partisse per New York.

martedì 28 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 6

Capitolo 6

“Period?!” pensò Alessandra “Period?!?”
Una rabbia cieca le risalì dal ventre, lungo lo stomaco e l'esofago, e quando raggiunse la gola e si trasformò in urlo, le guance della donna erano ormai di un rosso violento, e le sue mani tremavano leggermente.
- Period?! Cioè: punto e basta? Ma Period un cazzo!

domenica 26 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 4

Alessandra si stropicciò gli occhi e sbadigliò. Alzò la testa e ruotò lentamente gli occhi verso la sveglia, le cui lancette fosforescenti le svelarono che era ancora notte fonda: le tre e mezza. Tese la mano verso il comodino, accese la luce e si drizzò nel letto enorme, misura King Size. Pigramente appoggiò prima una gamba e poi l'altra a terra e si mise in piedi, un po' barcollante.

Faceva molto caldo nella stanza e decise di aprire un po' la finestra. Le luci di New York brillavano sotto di lei. Poteva vedere la Statua della Libertà, Ellis Island e il mare che brillava sotto una grande luna piena. Lo aveva scelto apposta, il migliore albergo di Battery Park. Una volta tanto che andava a New York, voleva godersi lo spettacolo anche di notte, senza essere costretta ad andare in giro…

sabato 25 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 3

Capitolo 3

Quando si risvegliò, Alessandra era sdraiata su un piccolo divanetto, con un cuscino cilindrico sotto al capo. Non riconobbe la stanzetta in cui si trovava, più piccola e più in penombra rispetto a quella in cui si trovava precedentemente: però le piastrelle erano sempre color mattone, proprio come quelle che aveva contato e ricontato prima durante l'attesa, per cui immaginò di essere ancora negli stessi locali. Lentamente mosse il capo per vedere la stanza intorno a sé: dopo il mancamento un senso di confusione ancora le annebbiava un po' la vista, e la testa le doleva quel giusto che non le faceva connettere concretamente i pensieri uno dopo l'altro.
D'un tratto una mano le strinse con delicatezza la sua, come faceva suo padre quando da ragazzina era ammalata.

venerdì 24 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - cap. 2

Aveva trascorso cinque ore nell’atrio dell’edificio principale di Ellis Island prima che il funzionario addetto alla conservazione dei registri storici le concedesse un po’ del suo tempo. Poteva stimare con un’approssimazione di una ventina il numero di piastrelle color mattone del pavimento. Aveva indugiato osservando le foto dei volti prematuramente invecchiati degli immigrati, assurdamente convinta di poter riconoscere qualche tratto, un viso, uno sguardo tra le decine di migliaia che la fissavano dalle pareti con un’espressione mista di orgoglio e di sgomento. Nel frattempo, aveva dato fondo a quasi tutto l’inglese che conosceva, a buona parte delle sue energie e anche a quel po’ di credito che i vari dipendenti dell’amministrazione le avevano concesso. Alessandra sospettava che il colorito verdognolo che la sua carnagione aveva assunto per effetto della traversata in traghetto, i capelli appiccicati sul viso e i vestiti bagnati avessero contribuito in misura non secondaria a conferirle l’aspetto di una pazza – una pazza non esattamente fluent nella lingua locale. Erano abituati a quel genere di richieste, era stato anche istituito un servizio federale, le aveva spiegato un impiegato nel tono di chi è abituato a ripetere cerimoniosamente le stesse frasi a gente probabilmente un po’ stupida.
Alessandra aveva insistito, incurante dei discreti cenni di diniego che l’impiegato – Taylor, recitava una targhetta di metallo appuntata al bavero della giacca marrone – opponeva ad ogni suo tentativo di convincerlo che era davvero importante che lei riuscisse ad ottenere le informazioni per le quali era venuta. Mister Taylor, tra un colpo di tosse imbarazzato e uno sguardo allenato a mostrare finta compassione, le stava spiegando che poteva prendere appuntamento con l’ufficio di Mister Malakian, il responsabile della Sezione Archivio di Ellis Island, ma che a quanto ne sapeva tutti i turni di consultazione erano occupati fino all’inizio del mese successivo.
“Si rende conto di quante persone che vengono qui tutti i giorni abbiano qualcuno da cercare, Miss?”, aveva alla fine detto Taylor, allargando le braccia.
“Lo so, ma io non rimarrò qui in America fino all’inizio del mese prossimo”, protestò Alessandra. “Io mi fermo una settimana solamente”.
Taylor distese le braccia lungo il corpo. La sua finta aria di cortesia stava lasciando il posto ad una tipica sensibilità da burocrate ottuso. “Non so come aiutarla, mi dispiace”.
“Per favore, la prego”, implorò Alessandra. “Non può mettermi al posto di qualcuno che è in… Come si dice? In lista, ecco, per domani?”
Taylor scosse la testa. Alessandra sospettò che da lì a poco Mister Taylor avrebbe manifestato una terza espressione, e che probabilmente non sarebbe stata piacevole. “Non sarebbe giusto nei confronti di coloro che hanno pianificato la visita con maggiore… come dire? Lungimiranza”.
Ma tu vedi ‘sto scostumato, pensò Alessandra. Aveva pronunciato lungimiranza molto lentamente, più lentamente delle altre parole, per essere certo che Alessandra, che nel frattempo aveva cominciato ad avvampare perdendo un po’ dell’incarnato color muffa, comprendesse esattamente a cosa si stava riferendo. La solita italiana disorganizzata e casinista che pensa di aggirare le regole buttandola sulla pietà.
Sentì la sua lingua pronta a saettare un’invettiva nei confronti dell’impiegato quando un ometto pingue e dal volto incorniciato da una barba ricciuta e nero bluastra si materializzò silenziosamente tra di loro, osservandoli dal basso con un’aria tra il divertito ed il curioso.
Mister Taylor lo salutò ossequiosamente chiamandolo Mister Malakian, e quando questi gli domandò quale fosse la ragione dell’alterco con Alessandra, Taylor fornì una versione particolarmente vivida dell’insistenza di Alessandra nel richiedere informazioni. Malakian scosse la testa e con uno sbuffo dalle narici pelose lo allontanò con un educato “Me ne occupo io, Taylor”.
Taylor e Alessandra fissarono stupiti l’ometto panciuto nel suo abito grigio. Malakian fece anche un cenno sventolando la mano all’indirizzo di Taylor, e Alessandra non poté trattenere un singhiozzante accenno di risata.
“Ora, Miss…?”
“Quagliarello. Alessandra Quagliarello”.
“Malakian. Davor Malakian”, si presentò con un piccolo inchino l’ometto. “Come possiamo aiutarla?”
“Sto cercando qualcuno… Cioè, la traccia di qualcuno…”
Malakian annuì. “Non è una richiesta particolarmente originale, da queste parti, come potrà immaginare. Ha un nome, qualche dettaglio?”
“Domenico Quagliarello. Arrivato il 17 aprile 1907, sulla Regia Motonave Città di Napoli”, disse meccanicamente Alessandra. “Mio nonno”.
“Napoli. Wonderful place”, disse Malakian. Le disse di seguirlo nella sala dove gli archivi cartacei erano stati microfilmati. “Non sarebbe regolare, ma faremo un’eccezione. Come avrà notato dal mio nome, anch’io sono di origini… esotiche. Armeno, terza generazione. Mi stanno ancora a cuore queste cose… Taylor… E’ wasp, non ha il cuore di un immigrato”.
Alessandra annuì, anche se in quel momento riusciva a collocare molto vagamente l’Armenia sulla cartina geografica. Da qualche parte a Est, in Unione Sovietica, pensò. O Turchia? La Turchia c’entrava sicuramente qualcosa, e si ripromise che un giorno l’avrebbe appurato.
Nella sala microfilm, il buio era spezzato solo dalla luce di una serpentina di tubi al neon che scorrevano sul soffitto proprio sopra il grande tavolo da consultazione. Malakian prese posto e cominciò a ruotare una serie di manopole mentre le immagini di pagine e pagine di archivi scorrevano ad una velocità troppo elevata perché Alessandra potesse cogliere qualsiasi dettaglio a parte la grafia ordinata ed elegante dei compilatori.
“1907… Febbraio, Marzo… Aprile. 17, sì? Sì”, concluse senza aspettare la replica di Alessandra. “Città di Napoli, ecco! Wonderful”. Malakian iniziò a tormentare un’altra manopola e le diapositive iniziarono a scorrere verso l’alto, questa volta. “…O, P… Q… Is that Q, come in coda?”. Alessandra annuì, stupita dalla rapidità con cui Malakian aveva reso il suo obiettivo un po’ più vicino. Avvicinò il volto al tavolo sul quale la riproduzione della pagina del registro veniva proiettata. Prima che riuscisse a mettere a fuoco le piccole lettere fitte e inclinate, notò che Malakian scuoteva la testa calva e appena ricoperta da un velo di sudore.
“Aha!”, esclamò Malakian con un verso simile a un colpo di tosse. Alessandra si avvicinò ancora. Poteva sentire un lieve odore acido e muschiato provenire dal piccolo uomo dall’abito elegante. Un sorriso colpevole le attraversò per un istante il viso.
“Quagliarello, Dominico. Un errore comune. Born 1864. E’ lui?”
Alessandra annuì. Il sorriso stava comparendo nuovamente sul suo viso.
“Michele Quagliarello”, proseguì Malakian. “Born 1899. Suo… Padre?”
“Zio”, lo corresse Alessandra. “Mio padre è Roberto”.
Malakian puntò il dito sulla diapositiva. “Roberto, nato nel 1905. Infatti, e poi…”
“Rosaria Castorino. Mia nonna”. Si aspettava che Malakian cominciasse di nuovo a tormentare le manopole per andare alla lettera C, ma si sbagliava.
Malakian la fissò per un attimo, mentre l’espressione di trionfo che aveva disegnato in viso scompariva per lasciare il posto ad una di stupore. “Franco Quagliarello, nato nel 1905…”, disse a mezza voce.
Alessandra lo fissò per un istante senza capire. Per almeno un minuto i due si scrutarono senza cambiare minimamente espressione. “Franco?”, domandò lei. “Un… omo… Stesso cognome”.
Malakian si strinse nelle spalle. Estrasse un fazzoletto dalla tasca dell’abito e se lo passò sulla fronte come se stesse lustrando una scarpa. “Possibile”, concesse, “ma poco probabile: vede il numero qui di fianco? Indica il numero progressivo di registrazione nei record di Ellis Island. Domenico, 9432. Michele, 9434. Roberto, 9435. Franco, 9436”.
“Manca il 33”, ribatté Alessandra. Sapeva la risposta prima che Malakian tornasse a girare le sue manopole.
“Castorino, Rosaria. 9433”. La guardò soddisfatto. “I registri originali venivano ricopiati su questi. Solo questi venivano archiviati. Perciò il criterio è sia alfabetico che progressivo per ordine di registrazione. Prima i genitori, poi i figli, di norma. Quindi Franco sembrerebbe essere uno dei figli di Domenico. O un nipote, comunque sono arrivati insieme. E’ improbabile che un bambino di due anni viaggiasse da solo, non le pare?”
Alessandra annuì. E mo’ chi è ‘sto Franco? La lettera che suo padre le aveva affidato conteneva i dati della motonave che aveva portato la sua famiglia in America, una vecchia fotografia di Domenico e la delirante missiva di Dennis Quagliarello, ma in nessun punto si menzionava questo Franco. Né tantomeno suo padre le aveva mai parlato di un altro zio. L’unico “zio d’America”, come ironicamente lo chiamavano quando a casa si toccava l’argomento, era Michael – Michele, anzi.
Le girava la testa. La lunga attesa, lo stomaco vuoto e ancora provato dal mal di mare e la sensazione di freddo che i vestiti zuppi le avevano lasciato stavano cominciando ad avere ragione di lei. E la scoperta dell’esistenza di un altro fratello Quagliarello avrebbe fatto il resto.
Afferrò una sedia di formica mentre puntini neri cominciavano ad occupare numerosi il suo campo visivo. Riuscì a sedersi prima di veder sparire il volto perplesso del signor Malakian dietro un velo nero come la sua barba.

giovedì 23 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 1

L'odore del ferro delle rotaie le allargò le narici e le inviò un sapore metallico in bocca. Alessandra assaporò quel sapore di fumo e schioccò la lingua contro il palato.

Ferma davanti al grande scalone della Grand Central Station, si sentiva come in un film. La gente le passava accanto di corsa, uno dopo l'altro uomini e donne lasciavano la loro impressione su di lei. Non si sarebbe più scrollata di dosso quell'immagine che aveva davanti ai suoi occhi, ciascuno con la propria storia chiusa a stento dentro gli occhi, gente che non avrebbe mai potuto incontrare se fosse rimasta nel suo piccolo paese. Si sentiva sperduta, ma era felice e sapeva che a quella sensazione si sarebbe attaccata, per risalire a galla quando si sentiva stanca e triste.

Finalmente le sue gambe smisero di tremare e si avviò verso l'uscita. La borsa stretta nella mano chiusa a pugno, titubante e tesa, passo dopo passo cercava di farsi forza, di trovare in sé un po’ di sicurezza. Lei, la piccola Lessie, così la chiamava suo padre, adesso era sola a New York.

Alessandra veniva da un paesino di provincia, di quelli talmente piccoli che appena incontri qualcuno lo conosci già e se non lo conosci sai che nel giro di un giorno di lui saprai tutto. Non era mai nemmeno stata a Napoli, se non il giorno prima, per prendere l’aereo. Il taxi l’aveva attraversata e con tutto il traffico aveva potuto ammirarla un po’.

Appena uscita, l’ombra dei palazzi si incurvò su di lei. Istintivamente cercò il cielo e con gli occhi risalì su per i grattacieli intorno a sé, fino a scovarne un pezzettino minuscolo. Uno spintone di un barbone ubriaco e l'odore dell'alcool sui suoi vestiti la scossero da quello stupore e il suo sguardo ricadde sulla strada, dove un’auto della Polizia stava passando a sirene spiegate. La colse di nuovo l'impressione netta di essere sul set di un film, un poliziesco precisamente: si guardò intorno ancora e istintivamente strinse a sé la borsa.

Si ricordò che appena uscita dalla stazione avrebbe dovuto girare a destra per incamminarsi verso 5th Avenue. Infilò la mano nella tasca del giubbetto di jeans e estrasse la piantina, già pronta al riquadro dove lei si trovava, con il percorso segnato dall’evidenziatore giallo.

Quando aveva pianificato quel viaggio Alessandra non sapeva bene cosa aspettarsi, perciò aveva cercato di programmare tutto il possibile, per avere il tempo poi di concentrarsi sulle sorprese. E se le aspettava, quelle… Oh sì!

Camminava con il naso all’insù, scrutando gli alti grattacieli che non aveva mai visto, lei, cresciuta nel piccolo paese dove la casa più alta aveva due piani. Aveva dovuto programmare in fretta il viaggio nella Grande Mela, la città dove il suo nonno era approdato nel lontano 1907, uno degli undicimilasettecentosette emigranti arrivati il 17 Aprile di quell’anno a Ellis Island. Faceva quasi paura a dirlo, doveva scandirlo bene per crederci: undici-mila-sette-cento-sette. Quel “sette” era il suo nonno. Arrivato fin lì per costruire il suo impero, con moglie e figlio al seguito e finito miseramente ucciso da una gang esattamente tredici anni dopo. La nonna era tornata indietro al loro piccolo paese insieme a suo padre, un bambinetto di soli due anni. L’altro figlio, Michael, era rimasto in America: era maggiorenne e aveva scelto la sua strada. Nessuno ne aveva più saputo nulla.

Alessandra sapeva che doveva cominciare a cercare da lì, da Ellis Island. Dentro di sé era cosciente che solo con un po' di fortuna sarebbe riuscita a trovare suo cugino, il figlio di Michael, che si era fatto vivo con suo padre qualche anno prima. Lui era l'unico in grado di spiegarle quella misteriosa lettera che suo padre le aveva consegnato solo una settimana prima, all'alba dei suoi venticinque anni.

Si chiamava Dennis e questo era tutto ciò che aveva in mano per incominciare le ricerche.