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mercoledì 16 novembre 2011

Cinque pezzi meno facili - Sliding doors - La Rabbia e la Notte-Epilogo


Epilogo

Le dita di Roberto ghermivano il collo di Martino, mentre lui cercava inutilmente con una mano di staccarsi dalla gola la presa dell'altro, e l'altra mano cercava altrettanto inutilmente di far ritornare i jeans al loro posto, in maniera da coprire le pudenda e lasciargli libere le gambe per restare in equilibrio.
Non si avvide bene da dove arrivasse, fatto sta che il primo cazzotto di Roberto lo centrò proprio sull'arcata sopraccigliare, facendogli vedere le più classiche delle stelle, e precludendogli nel contempo l'uso dell'occhio.  Il dolore si diffuse immediatamente dal capo alle ginocchia, che cedettero un po'.
Ma fu il secondo colpo quello più duro: l'impatto lacerò la pelle intorno al labbro, lasciando sgorgare copioso il sangue sul viso dell'uomo. Martino lasciò andare la sua personalissima battaglia persa con i jeans arrotolati alle caviglie, e si portò la mano al capo, per proteggersi da un possibile nuovo colpo, mentre le ginocchia si piegavano ulteriormente e la presa al collo da parte di Roberto restava l'unico punto di appiglio che ancora gli impedisse di rotolare sotto il lavello.
Roberto aveva caricato un terzo colpo, ma poi si fermò un secondo ed osservare l'amico: lo sguardo spaventato, il viso cianotico per le stretta che gli stava praticando alla gola, il sangue che gli colava lungo il viso, le gambe rannicchiate che ospitavano la sua virilità scemata, la mano tremante che tentava di riparare alla cieca il volto da un nuovo, devastante cazzotto... Gli fece schifo. E mentre lo colpiva nuovamente con un terzo ceffone, improvvisamente lo libero' dalla presa al collo o lo guardo' cadere floscio sul pavimento.
-Bastardo! Amico del cazzo! Stronzo...
Le braccia distese lungo i fianchi, Roberto decise che non voleva osservare oltre lo spettacolo disgustoso di quell'uomo rannicchiato e sanguinante che tremava ai suoi piedi seminudo sul pavimento. Perchè era in quello stanzino, in una discoteca di Lloret de Mar, e stava picchiando Martino? Il suo 'amico' Martino?

“Amico un cazzo!”

Roberto scosse un po' il capo, mentre la rabbia verso l'amico si stava trasformando in una sensazione di tremenda delusione. Vide accanto al corpo di Martino le chiavi della sua C3 azzurro cielo, e le raccolse, poi gli diede un ultimo calcio con la punta della scarpa, senza troppa convinzione, sulle gambe rannicchiate al ventre, e se ne ando' via.

Appena fuori dal piccolo servizio, la musica lo travolse insistente e rimbombante, ma Roberto uscì rapido dal locale, ed inizio' a cercare la sua auto che era parcheggiata lì fuori, da qualche parte.

La notte scintillava: il temporale estivo aveva lavato le strade e gli alberi, e tutto ora sembrava più... più nuovo. Mentre viaggiava lungo la litoranea, Roberto sentiva la rabbia che gli serrava la gola e gli ottenebrava la vista.

"Bastardo! Stronzo!" continuava a ripetere come un mantra, mentre non riusciva a levarsi quella cosa dalla testa.
"Stronzo! Il mio migliore amico! Bastardo!" 
Il temporale appena passato stava ancora brontolando sul mare, e le sue nubi oscuravano la sera.
"Bastardo! Lui e quella stronza di Silvia!"
Roberto ormai guidava quasi a passo d'uomo, un occhio alla strada ed un occhio al mare imbronciato, senza che nessuno dei due vedesse veramente quello che il suo cervello rimuginava.
"Stronzo! Cos'è, gli tirava? Con tutte le donne che ci sono, proprio Silvia? Bastardo!"
I lampi continuavano a scoccare tra le nubi, rievocando i giochi di luce più festosi di uno spettacolo pirotecnico che si rifletteva sulla superficie del mare scuro.
"E lei, via! Plaf, gliela sbatte li', su un piatto d'argento, senza problemi! Cazzo, che stronza, anche lei" urlo' nell'abitacolo vuoto Roberto mentre assestava un pugno rabbioso sul volante.
"E lui... Cazzo, le è subito saltato addosso, senza problemi... Due stronzi!"
Un lampo più luminoso rischiaro' per un istante un paio di barche ferme nel nero della rada, ed un tuono tardivo invase d'improvviso le orecchie di Roberto, facendolo trasalire. Lo spettacolo del temporale che si stava allontanando verso il mare aperto si stava facendo più suggestivo, e lui finalmente se ne avvide per la prima volta.
"Stronzi... Bastardi..."
Poco più avanti vide uno slargo sulla litoranea, che gli consenti' di fermare l'auto fuori dalla carreggiata stradale: in quel luogo la costa un po' rocciosa era a strapiombo sul mare, senza costruzioni che impedissero la visuale. Roberto spense il motore, e scese dall'auto, poi si avvicino' al parapetto ancora umido di pioggia, e guardo' il vuoto.
La massa scura di nubi impunturata di luci lampeggianti si allontanava piano, brontolando in sottofondo. L'uomo guardo' quelle luci, poi segui' la linea bianca della spiaggia che partiva li' a sinistra e si allargava lenta verso nordest: altre luci di locali in lontananza gli ricordarono l'estate, la vacanza, dov'era... I segnali di allegria che si stava consumando a poche centinaia di metri da lui gli presero pian piano il cuore, che si incupi' pensando per la prima volta quella notte a Mariciel.
"Stronzi...."
La immagino' seduta, mentre lentamente il tempo le stava confermando che il suo nuovo amico l'aveva subito bidonata... D'un tratto trasali': non si era ricordato di farle neanche una telefonata, nemmeno un avvertimento...
"Che stronzo..."
Ripenso' a tutta quella vacanza. Partita come l'ultimo atto di una mitica completa liberta' prima della vita vera, adulta e lavorativa, senza una Silvia, solo con un Martino, all'avventura, senza vincoli...
Ed era partita male, era andato tutto storto, fin dall'inizio. Con Martino, con Silvia, ed ora anche con Mariciel...
Roberto inizio' a pensare di aver sbagliato qualcosa: vabbe' stronza Silvia che gliel'ha offerta, vabbe' stronzo Martino che se l'è presa a cuor leggero, pero' anche lui...
Insomma... 
Aveva trovato Mariciel, ma troppo preso dai suoi cazzi, l'aveva subito messa in secondo piano...
Guardo' lo smartphone. "La chiamo?"  Ma un senso di sconforto lo pervase, al pensiero d'averla già perduta.
Appoggio' il cellulare al parapetto in pietra, poi si sedette abbracciandosi le gambe raccolte al petto, e si impose di svuotare il cervello.  Guardo' ancora una volta le nubi, i lampi, il mare... E finalmente un raggio di luna, timido, si fece largo, tuffandosi nella pece attorno alle barche immobili.
Roberto sorrise: quel temporale che si allontanava adesso simboleggiava esattamente le cose andate storte, che finalmente si allontanavano dalla sua vacanza, mentre invece la luna...

D'un tratto in lontananza risuonarono mille sirene, mille mezzi di soccorso stavano muovendosi tutti insieme, giu a Lloret.
Roberto non voleva abbandonare quella visione felice, non voleva tornare alla cruda realtà, ma a poco a poco un tarlo si insinuo' nella sua testa.
"E' successo qualcosa, giu a Lloret. Qualcosa di grave. Meno male che io me ne sono gia' andato..."
E non fini' il pensiero che era già scattato verso l'auto!
-Martino! Cazzo, lui è rimasto la', da solo, tramortito, senza auto, ferito...
Innesto' la marcia e fece una brusca inversione a U, poi spinsela sua C3 ben oltre i limiti di velocita', di nuovo verso il St.Trop'.
-Cazzo! Martino... speriamo che non gli sia successo niente...
L'auto correva lungo la strada bagnata, e l'eco delle sirene si faceva sempre più vicino, più minaccioso.
-Devo trovarlo! Cazzo, se gli è successo qualcosa... io....
La paletta del poliziotto sbucò quasi per incanto all'improvviso dal nero della notte, e l'auto si dovette accostare al ciglio della strada...

Il poliziotto si avvicinò, osservò la targa anteriore dell'auto, poi raggiunse il finestrino e, senza levarsi gli occhiali pur essendo in piena notte, disse:
-Hola, Italiano! ¿Mucha fretta, eh?
Poi si avvicinò al viso di Roberto ed aggiunse:
-¿Milano, eh?
-Sì. Perchè?
L'agente si rialzò, e sghignazzando si rivolse al suo collega:
- Hahaha! El hombre llega desde ... Monza! Y conduce muy rápido!
Poi tornando a Roberto, con massima calma, aggiunse:
-Muéstrame los documentos...
-Ma devo andare! Facciamo presto..
-Mantener la calma... Yo no tengo prisa, aquí...
-Lei non capisce: ho un amico laggiù, e forse è in pericolo!
-Yo también tengo un monton de amigos en Lloret, pero no creo que ellos están en peligro...
-Ma lui forse è ferito...
-Per questo stava... ¿como decis? … corendo.?!?.
-Certo!
-Bien! ¿Y... dónde está tu amigo ahora?
-No sé..
-¿Y no lo puedes llamar? Telefonino, intiende...
Roberto rimase un attimo interdetto, poi rispose:
-Beh, sì, ma....
-Entonces llamalo! Ahora... Forza, Monza! Llama!
Roberto annuì, scese dall'auto e mise una mano in tasca per prendere il suo Hi-Phone, e...
-No! Cazzo! Il telefono! E' rimasto là, sulla scogliera!!!! Noooo, minchiaaaa!!!!!
Il poliziotto lo guardò un po' di traverso, poi sollevò gli occhiali scuri e con uno sguardo di ghiaccio gli disse:
- Forza, Monza! Ahora tu vienes conmigo... "

Era passata da qualche minuto mezzanotte quando finalmente Roberto era riuscito a rientrare in albergo, a Cadaques. Naturalmente nessuna traccia dell'Hi-Phone sul parapetto della litoranea.
In compenso le chiavi della camera non erano depositate in reception, segno che il povero Martino era già riuscito a rientrare in albergo; ma nessuno rispondeva nemmeno alla porta, segno inequivocabile che poi lui si era cambiato, ed era uscito di nuovo dimenticandosi di depositarle di nuovo.
Tra l'altro aveva provato a comporre il suo numero da un telefono pubblico (lo ricordava benissimo a memoria, era una sua qualità), ma l'apparato era irragiungibile: ovviamente Martino aveva di certo finito il credito...
Quello che non ricordava assolutamente era invece il numero di Mariciel, l'unico che gli sarebbe davvero interessato avere lì adesso: incominciava ad averne davvero abbastanza di questa vacanza...
Forse era giunto il momento di fare la valigia e tornarsene a casa.
Però doveva aspettare che Martino si facesse vivo.
Prima o poi.
Meglio, molto meglio se sobrio....
Mentre seguiva questi pensieri, scorse nella rastrelliera delle chiavi dell'Hotel, proprio dove avrebbe dovuto travarsi la loro, un fogliettino piegato.
Si allungò, e lo prese.
“X Robi”
La scrittura era di Martino.
Lo aprì.
“Ciao, pirla!
Ho visto la tua amichetta, e le ho già spiegato tutto.
Ti aspetta, in piazza, davanti al museo, come stamattina.
M”
Roberto si trasfigurò in un ampio sorriso, poi lasciò cadere il foglietto e scappò via, verso la piazza.
Era talmente felice che non riuscì a leggere l'ultima, piccola frase in fondo:
“PS. Oh, ma che cazzo di suoneria hai messo su sto cazzo di I-Fon?
Ogni volta che suona, ululano i cani!!”

lunedì 14 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte - Cap. 8


Cap 8

Martino stava sudando freddo: Roberto sembrava davvero strano, quasi avesse intuito, fosse informato, quasi si fosse accorto di qualcosa. Quasi sapesse qualcosa. O magari anche tutto...
Rimase fermo immobile, mentre lo sguardo del compagno di camera lo radiografava, insistente.
Le immagini di lui mentre si intratteneva con Silvia gli scorrevano invisibili davanti gli occhi: ed un nodo iniziava a stringerlo allo stomaco, lentamente ma inesorabile.
D'un tratto... decise.
Doveva venirne fuori, e subito.
Primo perchè Marisol - o come diavolo si chiamava la spagnola - avrebbe “lavorato” per lui, aiutando Roberto a dimenticarsi della sua vecchia ragazza. Eh, chiodo scaccia chiodo....
E secondo perchè il corpo abbronzato ed esperto di 'mocassini' era in attesa di un visitatore: e lui voleva proprio essere 'quel' visitatore.
Una bella menatona con Robi, fatta di parole grosse, spintoni, spiegazioni assortite e prolungate, era quanto di più inutile ci fosse per lui in quel momento.
Vide improvvisamente la strada.
Negare, negare anche l'evidenza.
E partì, a testa bassa.
Trasformò il suo sguardo imbarazzato in un nuovo sguardo, stavolta preoccupato: poi si avvicinò a Roberto, gli pose le mani sulle spalle, quasi a volergli dare una scrollatina, e finalmente gli disse:
-Robi... non ti seguo. Ma cosa c'entra adesso Silvia? Eh?
Roberto prese a guardarlo incuriosito, e Martino continuò:
-Senti, hai deciso che volevi questa vacanza, hai deciso che volevi farla senza di lei, che era il momento di guardare dentro di te, di capire cosa volessi TU per il TUO futuro...
Roberto piegò un po' il capo di lato, e socchiuse le labbra, quasi a voler rispondere, ma Martino non glielo concesse, e continuò:
-Adesso che glielo hai detto, lei si è offesa. Beh, è normale, no? Lei ha capito che tu sei un essere con ali ben più grandi di quelle che servirebbero per il volo con lei... Capisci? Si è sentita scoperta nel suo gioco di volerti incastrare, di volerti limitare tenendoti legato solo a se', ha capito che tu hai capito, e non vuole che tu ti allontani da lei.. Capisci?
-Francamente, poco...
-Dai, Robi! Sveglia! Sei fatto per altre cose, tu!
-Cioè?
-Massì: guarda per esempio solo questa vacanza. Appena giunti in Spagna, appena ti sei davvero liberato di tutti i fardelli, di tutte le abitudini del tuo recente passato, appena sei stato finalmente libero, subito hai incontrato questa nuova, splendida ragazza, quella di oggi pomeriggio... Oh, l'hai detto tu: ' Una gran donna: sembra davvero una speciale, anche così a prima vista'...
-Sì, ma...
-E anche lei ha subito notato te! Questo non ti dice niente? Ha subito capito anche lei che pure tu non sei un uomo qualunque, no? Infatti stasera esce con te, vi vedete, la porti in spiaggia... e lei verrà con te in spiaggia! Ed anche dopo... E' normale, è giusto così...
-Ma, Silvia? Cosa..
-Silvia! Silvia! Ma lascia stare Silvia. Silvia è il passato, Silvia è prima. Adesso non c'è. Silvia è a casa, con le sue amichette, le sue robette, il suo piccolo mondo... Tu sei qui! Capisci? Puoi scoprire la tua vera dimensione, Robi! Cazzo, vuoi perdere questa occasione?
Roberto era un po' confuso:
-Eh?, Ah, beh... No, certo... Ma...
-Eh, che Ma e Ma!... Dimenticati di Silvia: lei ti limitava...
-Dici?
-Sì! Tu eri troppo per lei, lei l'ha sempre saputo.
-Mmm...
-Robi! E' per questo che lei non si da pace: lei sa che ha perso l'occasione della sua vita. Ci sta male perchè non può più imbrogliarti, farti credere quello che voleva lei! Tu hai capito la verità, e lei non può sopportarlo...
Roberto si allontanò dalle mani di Martino, e si lasciò cadere nella poltroncina a fianco della consolle porta-tv; allungò le gambe fin in mezzo alla stanza, e si appoggiò allo schienale imbottito, guardando un po' sbigottito l'amico. Poi disse:
-Davvero dici che è andata così? Che fino ad adesso... Mah... Non capisco...
-Credimi, Robi! E' così. Che motivo avrei io per mentirti?
-Sì, ma... Mi spiace che lei ci soffra...
-Robi, è la legge delle cose: ogni cambiamento è una frattura con il passato. Spesso è roba dolorosa...
-Sai, non so cosa fare...
-In che senso, scusa?
Roberto prese lo smartphone, e guardando il display illuminato, riprese a mezza voce:
-Non so... Non capisco... Mi pareva che ci fosse una sua chiamata – di Silvia intendo - non risposta prima...
Martino si sentì gelare il sangue. Roberto lo fissò con uno sguardo quasi colpevole, mentre continuava:
-Ecco... però adesso il messaggio non c'è più, e...
-...e?...
-E...beh, te l'ho detto non capisco....
-Robi, ti sarai sbagliato... Non crederai davvero che qualcuno sia entrato in camera, si sia avvicinato al tuo telefonino ed abbia cancellato un messaggio, no?
L'aria colpevole nello sguardo di Roberto si acuì, e Martino capì di aver vinto la mano. Così continuò:
-Dai, non ci pensare più! C'è Marisol...
-Mariciel...
-Eh, Marisol, Mariciel, quel che l'è... dicevo, c'è quella spagnola spettacolare che ti aspetta questa sera. Sarà una serata fantastica. Non ti... castrare pensando alla tua ex!
-No, no! Ma...
-Ma cosa?
-Sai, magari lei.. Silvia.. doveva dirmi qualcosa... di importante...
Martino capì che era ora di chiudere la partita, e passò al bluff finale: la va o la spacca...
-Senti Robi: fai un po' quello che credi. Ora io mi sistemo e vado, che Lloret non è proprio qui dietro, e devo comunque fare un po' di benza e magari mangiare un boccone e bermi un drinkino prima di andare al St.Trop'.
Roberto lo guardava con occhi perplessi...
-Tu dici... allora di... non richiamarla?...
Martino prese le chiavi dell'auto, si calò il cappellaccio in capo, poi raggiunse la porta e si fermò con la mano appoggiata alla maniglia. Quindi fissò Roberto e disse:
-Robi, io vado. Se vuoi chiamarla, fai come vuoi. Io lascerei stare, e mi godrei la nostra meritata vacanza spagnola, che oltretutto è cominciata così bene...
Poi abbassò la maniglia ed aprì la porta; quindi aggiunse:
-Oh, senti: se proprio vuoi, sentila pure. Cosa vuoi che ti dica lei? Ti sciorinerà tutto il solito repertorio delle donne, quando le scarichi... Anzi, chissà che fesserie si inventerà pur di farti cambiare idea, magari cercando pure di metterti contro di me, con storie impensabili, vedrai... Comunque, vedi tu. Io chiamerei invece quella Mariciel, che è un vero bocconcino da cinque stelle... Ciao, Amico! Ci vediamo stanotte... - ed aggiunse ammiccando - “Dopo le tre”..
E detto questo, gli fece un sorriso franco, un cenno di saluto e uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Roberto guardò la porta richiudersi dietro l'amico, e finalmente lasciò cadere il capo sullo schienale imbottito della poltroncina, restando con gli occhi dubbiosi, spalancati a fissare il soffitto...
Ma allora, la chiamata di Silvia c'era, o se l'era sognata?

La musica batteva irriguardosa nelle loro orecchie, a solo totale consumo dei muscoli deputati al ballo. Martino stava ballando con quelle sue movenze morbide che aveva affinato in anni di disco: davanti a lui la bionda e la sua amica stavano muovendosi a loro volta al ritmo dei bassi profondi e sincopati della musica. 'Infradito' era assorbita nel susseguirsi dei suoi movimenti, attenta a restare a tempo, mentre 'mocassini' (che adesso indossava un paio di sandali da urlo, altissimi) continuava ad alternare occhiate un po' maliziose a espressioni un po' preoccupate. Martino pensò che doveva essere un bel po' che quella donna non si 'divertiva'. Chissà che cosa le era successo... Forse una delusione, magari un marito che era fuggito con l'altra, o che magari si era riscoperto gay, lasciandola così su due piedi: il fatto era che 'mocassini' sembrava smarrita, persa, imbarazzata...
Però aveva un gran bel personale, la tipa: la guardò di nuovo tutta, scorrendola da capo a piedi (e lei arrossì un poco... “Mah, possibile? Neanche fosse una ragazzina?”), poi si ricordò che nemmeno aveva capito come si chiamasse...
Manuela? Michela? Boh... Non era Valeria, né Silvia.
Già: Silvia. D'un tratto il pensiero corse a Roberto, al suo smartphone, a....
“Cazzo, no! Non adesso...”
E d'un tratto si scosse, la prese per mano e la trascinò nella penombra, via dalla pista rutilante di colori e brulicante di corpi, via da 'infradito' che continuava a ballare ad occhi chiusi. In quel preciso istante a lei venne un tuffo al cuore: sorpresa, stimò che probabilmente rispetto a lui era ben più vecchia di soli dieci anni, come si erano detti poco prima… Titubò un secondo, incerta su come comportarsi... Poi infine si decise: decise che gli anni che si erano liberamente dichiarati l'un l'altro poco prima, per una sera, per quella sola sera, sarebbero andati benissimo.
Vada come vada.
Lui camminava deciso, muovendosi con sicurezza nella sala semibuia, voltandosi di quando in quando a guardarla con un sorriso malizioso: evidentemente conosceva bene il locale, mentre lei era costretta dai tacchi a trotterellargli dietro ubbidiente.
Arrivati davanti all'ingresso dei bagni, Martino si fermò un attimo, e si guardò intorno: poi imboccò deciso un corridoio completamente nero sulla loro sinistra e la trascinò dentro una porta mimetizzata; lei faticava un po' a seguirlo con quella gonnellina stretta, strizzata nel giubbino in pelle aderentissimo, ma aveva lo sguardo determinato ed il cuore in gola.
Il locale che si aprì si rivelò essere un piccolo bagno, quello riservato probabilmente al personale: lei notò con piacere che per lo meno era pulito...
Chiusero la porta, ed il clangore della sala da ballo si attenuò là fuori, benché il ritmo scandito dai bassi profondi li raggiungesse anche lì: dopo aver chiuso la porta a chiave dall'interno, lui la prese per entrambe le mani, poi sorridendo la guidò con la schiena contro la parete tutta di specchi. Lei gli posò le mani sulle spalle, e percepì la sua muscolatura guizzante sotto i suoi polpastrelli: lui invece fece scorrere la zip del giubbino nero, che sembrava essere stato pennellato su quel corpo sinuoso, scoprendole il reggiseno a balconcino che indossava come unico indumento lì sotto.
La donna sorrise tra sé, e chiuse gli occhi, mentre le mani dell'uomo si appoggiarono sulla sua pelle; sentì la testa girarle, ed insieme un pressante desiderio di far l'amore con il giovane sconosciuto: così gli afferrò il capo, e se lo tirò al petto: Martino assaporò per un attimo il profumo di lei, poi scese con le mani sui suoi fianchi, accarezzandoglieli. Lei allora trasse un respiro più intenso, e si rese conto di essere pronta: erano anni che non provava una bramosia come quella, e lasciò libero sfogo al suo istinto, ed a quello dell'uomo.
La loro frenesia, quasi animale, si sviluppò rapidamente, e fu molto intensa: la donna iniziò pian piano a sentire i bassi della musica house in sottofondo far da contraltare a quelli, più vicini, del suo cuore nelle sue orecchie; Martino capì subito che la desiderava profondamente, adesso, molto più di quanto non si aspettasse. E non appena lui le iniziò a sfilare i pochi indumenti succinti, lei gli buttò le braccia attorno al collo, poi gli cinse la vita con le sue gambe abbronzate, e … e Martino d'un tratto dimenticò tutto: Silvia, Roberto, i messaggi, i telefoni, le sbronze, la maria, il Trottoir ...
(segue)

giovedì 10 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte - Cap. 6


Cap. 6

L'acqua tiepida scorreva sul corpo di Roberto, nella piccola cabina doccia dell'albergo.
La sensazione di lieve calore sembrava lavare in profondità la stanchezza residua del viaggio dai muscoli dell'uomo, come se l'acqua se la caricasse su di sé e la trascinasse lungo tutto il corpo dalle spalle giù fino ai piedi, per poi portarsela via attraverso il piccolo gorgo dello scarico fino giù al mare.
Roberto ripensava al tempo appena passato con Mariciel, ed ancora non gli pareva vero.
Fece un po' di schiuma, e si frizionò i capelli con lo shampoo.
La figura di quella ragazza l'aveva affascinato fin da quando era ancora seduta davanti a quel suo bozzetto di dipinto: aveva subito notato le sue gambe, ed il colore della pelle, ed i suoi fantastici capelli, ma era stato il suo delicato movimento nel prendere i barattoli ed i pennelli che lo avevano davvero stregato.
Movimenti armoniosi, precisi ma intensi...
Si sciacquò lo shampoo dai capelli, e lasciò scorrere via la schiuma insieme all'acqua lungo il suo corpo, osservandola dividersi in mille rigagnoli bianco-azzurri che irretivano il suo busto, scendendo pian piano lungo le gambe.
Non aveva mai visto nessuno muoversi come questa donna spagnola. Sembrava che ogni suo gesto fosse ispirato, fosse pensato apposta per fondersi con la realtà che la circondava, senza mai urtarne i delicati equilibri, anzi, con l'intento esattamente opposto di esaltarli...
Immaginò quelle mani su di sé, e un fremito gli increspò la pelle.
Sorrise, e prese nel palmo della mano un po' di bagnoschiuma.
E la sua bocca? Il sorriso di Mariciel era bellissimo, dolce e invitante, ma nel contempo quasi... regale. Sembrava quello di una antica principessa, sfuggita chissà come dalle pagine di un libro di fiabe, capace di annichilirti nella contemplazione della sua bellezza e di riscaldarti il corpo per le promesse che esso sottintendeva.
Sorrise di nuovo: incominciava a riconoscere i sintomi della condizione in cui si stava versando...
Chiuse per un attimo l'acqua, ed incominciò a insaponarsi il corpo. Mentre nuovamente la schiuma, stavolta bianca candida, prendeva possesso della sua pelle, Roberto immaginò che fosse Mariciel a insaponarlo, proprio lì, nella doccia della camera del Port-LLigat, e un altro fremito lo percorse mentre la fantasia prendeva corpo.
Si immaginò che lei fosse dietro di lui, e che iniziasse a insaponargli la schiena, con movimenti delicati e rotatori. Sentì la muscolatura rilassarsi a quel massaggio, e le spalle scendere un po' verso il basso, mentre un brivido tiepido risaliva il suo petto.
Poi le sue mani delicate, le sue dita lunghe e abili da pittrice, si sarebbero spostate sul suo petto, prima accarezzandogli i fianchi, poi il ventre... Stese ben bene il sapone sulla pancia, e poi immaginò di nuovo la donna mentre faceva salire le mani verso i suoi pettorali...
Sorrise malizioso: per poter abbracciare il suo petto formato da anni di sport e di nuoto, Mariciel avrebbe dovuto abbracciarlo completamente, e così si sarebbe dovuta appoggiare con il suo corpo a contatto con la schiena di lui, sarebbe dovuta venire con il suo petto, con i suoi seni, contro la pelle
del suo dorso.
Mentre si passava il sapone sui pettorale, istintivamente Roberto li tese, e tese anche i muscoli della schiena, chiudendo gli occhi e preparandosi al contatto con lei.
Rimase fermo per un secondo o due, assaporando la virtuale sensazione di piacere che il contatto avrebbe potuto provocargli.
Sorrise...
Poi d'un tratto la porta del bagno si aprì:
-Roby! Sei qui?... Ah, scusa.
-Ciao, Marti. Finisco subito la doccia ed esco.
-Ok, ok, scusa ancora...
-Niente...
Sentì la porta chiudersi, e sentì tutto il momento magico appena vissuto scivolare via come bruma evaporata. Scosse la testa alla sua fantasia, e aprì di nuovo la doccia, ficcandosi sotto al getto con la testa.
Beh, Mariciel non era in doccia con lui adesso, ma era stata con lui tutto il pomeriggio. L'aveva abbracciato con dolcezza, gli aveva sorriso più volte, lo aveva baciato teneramente, ma soprattutto...si sarebbero rivisti quella sera stessa, a cena!
Roberto sorrise un'altra volta, dritto in piedi sotto il getto dell'acqua, il viso rivolto alle fitte goccioline che piovevano dal soffione e gli picchiettavano sul viso, per poi raccogliersi in rivoli che scendevano daccapo lungo il suo corpo sciacquando via il bagnoschiuma.
La serata sarebbe arrivata prestissimo, e con lei le allettanti promesse del corpo di Mariciel...
Chiuse gli occhi, trasse un profondo sospiro, poi aprì il flusso dell'acqua fredda e si lasciò colpire da un getto che rispetto al tiepido di poco prima gli sembrò di ghiaccio.

Martino si aggirava per la camera d'albergo, pensando a mille cose insieme ed a nessuna in particolare.
Mentre ritornava all'incontro con 'mocassini', si lasciò cadere sulla poltroncina a fianco della consolle, che in quella stanza fungeva anche da tavolino, svuotatasche, porta-tv e qualsiasi altro servizio che richiedesse la funzione di un qualsivoglia appoggio.
Quella donna l'aveva intrigato: ma lei non si rendeva conto che le sue occhiate di soppiatto erano tanto evidenti ed eloquenti quanto il fatto che lui l'aveva puntata per tutto il tempo? Ridacchiò: probabilmente lei era un bel po' di tempo che non praticava più giochetti di quel tipo...
Arrugginita...
Quanti anni avrà avuto? Boh, una quarantina, a giudicare dalle mani... Forse anche di più , ma comunque ben portati...
Non sapeva nemmeno il suo nome: come si sarà mai chiamata? La sua amica non le si era mai rivolta per nome. Provò a indovinare: Elena? Donatella? Manuela? No, no.. non le si addicevano.
Laura? Angela? No, troppo dolce, non era il tipo. Michela? Paola? Uhm... forse. Valeria? Eh, magari... Silvia?..
Silvia?!? Naah.... Eh, già. E la Silvia?
Martino prese il suo vecchio Nokia dalla tasca, poi guardò la porta del bagno chiusa, e attese un secondo...
No, Silvia adesso no. A lei ci pensiamo dopo.
Riguardò il suo vecchio cellulare, e lo confrontò con il nuovissimo modello Apple di Roberto: ma che servirà mai un modello così complesso e sofisticato?
Appoggiò il suo e prese quello del compagno: bello era bello, che diamine, con quello che costava...
Però era anche un po' pesante...
Involontariamente accese il display: bello, coloratissimo, e grande... Mille icone. Cosa diavolo erano? Twitter, Gmail, Facebook..
Cliccò Facebook, e si aprì la schermata.
“Mariciel Pichot ti ha mandato una richiesta d'amicizia. Confermi?”
E chi è 'sta Mariciel?
Ah, già, deve essere la sua nuova amichetta, la spagnola di oggi pomeriggio... Si è già dato da fare, il Roby, eh? O forse è anche lei una supertecnologica... Beh, comunque si sono trovati, questi due...
E poi? Vediamo che altro fa 'sto I-Phone...
Messaggi non letti: 0. Beh, questo te lo dice anche il mio che è dell'anteguerra..
Messaggi letti: 197. Ma non li cancella? Boh..
Chiamate non risposte: 1. Sarà Mariciel; vediamo se riesco a fregargli il numero...
Martino schiacciò con la punta del dito in varie parti dello schermo fino a che non apparì il dettaglio: 1 chiamata non risposta. Silvia.
-Silvia? - mormorò tra sé l'uomo -Silvia! Oh, cazzo, e per che cazzo lo chiama a fare, adesso?
Martino alzò la testa, e guardò la porta del bagno chiusa. L'acqua aveva smesso da tempo di scorrere, ed ora era appena cessato anche il rumore del phon: l'altro stava per uscire.
Che fare?
Decise in un baleno: schiacciò tutti i punti dello schermo, fino a che non comparve una scritta:
“Eliminare tutte le voci del registro chiamate per questo contatto?”
Martino pigiò 'Sì' più volte, esasperato, fino a che lo smartphone non accettò il suo comando, poi mise svelto il congegno elettronico sul piano della consolle, e proprio mentre la porta del bagno si apriva lui assunse un'aria annoiata e distratta.

-Ciao, Marti. Ti sei ripreso dal coma?
Martino si girò verso Roberto, sorrise debolmente e rispose:
-Sì, tutto ok. Ah, e complimenti per la topa di oggi.
Roberto sorrise:
-Hai visto? Si chiama Mariciel.
-Fantastica...
-Oh, stasera esco con lei, a cena... Ti spiace?
Martino aggrottò le sopracciglia, in una espressione fintamente contrariata. Poi l'espressione si tramutò in sorriso, e rispose:
-Ma va', figurati. Fai bene... Anche io ho rimediato qualcosa per la serata, però è giù a Lloret.
Poi, accigliandosi un po' daccapo, aggiunse:
-Ma a te serve l'auto?
Roberto scosse il capo, mentre controllava sul suo I-Phone se c'erano messaggi, o chiamate non risposte.
-No, andiamo giù al DiscoPub, e poi ho intenzione di portarla in riva al mare. Toh, guarda, mi ha già mandato la sua richiesta di amicizia su Facebook...
Martino si finse stupito:
-Ah, di già? Cavolo, svelta la topa... ehm.. la tipa!
-Già -rispose l'amico -Una gran donna: sembra davvero una speciale, anche così a prima vista...
-Beh, sono contento per te. Allora, se non ti serve l'auto, me la lasci per stanotte?
-Ma, sì... Basta che non ti fai vedere prima delle tre...
Martino si alzò, e guardando l'altro con uno sguardo da presa in giro, gli domandò:
-Ma non la portavi in riva al mare?...
Roberto sorrise, ammiccò e rispose:
-Certo! Prima...
Martino gli si avvicinò, gli diede un bel cinque dall'alto in basso, e poi concluse:
-Ok, andata. Vuol dire che io la mia me la farò giù alla disco...
Roberto sorrise:
-Che tipo è?
Martino si lasciò cadere sulla poltroncina, le gambe aperte stese in avanti, le braccia stese sui braccioli con le mani penzoloni ben aperte, e lo sguardo perso fuori dalla finestra:
-Ti dirò... Biondina, non proprio di primo pelo ma decisamente interessante, cosine tutte a posto, occhio furbo...
-Vecchio maiale! E... si chiama?
Martino pensò tra sè: “Silvia!”
Poi scosse la testa, si alzò per dirigersi in bagno a sua volta e disse:
-Boh? Valeria, forse? Non gliel'ho ancora chiesto...
E mentre chiudeva la porta alle sue spalle, si toccò la punta del naso con il dito indice e soggiunse ridacchiando:
-Ma sì, mi 'sa' proprio di... Valeria!
(segue)

mercoledì 9 novembre 2011

Cinque Pezzi Meno Facili - Sliding Doors - La Rabbia e la Notte

Riassunto delle puntate precedenti:

Roberto e Martino sono due amici di vecchia data. Da bambini, da sempre. Non potrebbero essere più diversi, però: mentre Roberto è il classico ragazzo che sta per passare la soglia dell'età adulta e dopo la laurea sa che il tempo del divertimento spensierato è in larga misura alle sue spalle, Martino non sembra rassegnarsi ad abbandonare una vita fatta di notti brave, di birra, di musica e di "maria".
Hanno deciso di imbarcarsi in un viaggio "on the road" in terra di Spagna, Roberto per chiudere una parentesi della sua vita - e per lasciarsi alle spalle il ricordo di Silvia e di una relazione finita con un sms - e Martino per continuare a fare quello che sa fare meglio: divertirsi come se non esistesse un domani.
Dopo un viaggio ai limiti del grottesco dall'Italia alla Spagna, con Martino collassato sul sedile posteriore dopo l'ennesima serata "esagerata" a Milano, i due amici cominciano a vivere due vacanze distinte: quella di Roberto, che si scopre molto interessato alle giovani pittrici catalane; e quella di Martino, che dopo un risveglio "problematico" cerca di iniziare una incerta carriera di seduttore nei locali notturni della zona...


Stay tuned...

venerdì 9 settembre 2011

Cinque pezzi meno facili - Cap. 4

Cap. 4

Roberto dissimulò immediatamente nei confronti di Mariciel la sua irritazione per quell'interruzione, causata dal sopraggiungere del redivivo compagno di viaggio, applicandosi sul viso un plateale sorriso che non aveva: quindi si girò verso di lui con giocosa noncuranza e cingendo con il braccio le spalle della donna, gli disse di rimando, come fosse lieto di rivederlo:
- Hei, vecchio troglodita! Ma che ca...volo ti urli, eh?!
Poi sempre tenendo un tono ed un sorriso che avrebbero meritato altre parole, continuò:
-Ti sei svegliato proprio ora, eh? Bravo... Ed adesso vai a farti un bel giro a quel paese e scompari immediatamente, eh?... Già, vai...
Martino sollevò un po' il sopracciglio, e disse:
- Ma... dove devo andare?..
E Roberto, senza perdere il finto sorriso ed il tono giocoso:
- Ma vai... affanculo, no? E magari anche subito, eh, ca-ro A-mi-co mi-o?! Ciao, eh!.. Ciao... A dopo...
Martino annuì, poi raddrizzò il suo corpo ancora ciondolante per i postumi degli stravizi, con gli occhi socchiusi e le mani ben affondate nelle tasche dei jeans tagliati al ginocchio compì un rapido giro d'orizzonte attorno per la plaza, quindi rispose:
- Ok Robi, vado: ciao... Cena alle otto?
E senza attendere risposta si avviò con passo lento e strascicato, mentre le sue orecchie sentivano l'amico che mormorava alla fantastica mora che aveva appena conosciuto qualcosa del tipo:
- Eh? Ah, no:.. lui... mio... amigo! Sì... Ma dove eravamo rimasti...?

Il caldo esterno della strada rimbombava nelle orecchie di Martino, mentre si incamminava verso l'ingresso del Museo: i raggi del sole rimbalzavano sui muri candidi, e gli ferivano le pupille con i loro bagliori. La strada era pressoché deserta, e lui pensò di ripararsi un po' nel fresco delle sale espositive, ma quando giunse sulla soglia si avvide che non indossava null'altro oltre ai bermuda, ad un paio di logore infradito in cuoio, ed ad un cappello marrone con le tese che aveva già vissuto numerose altre estati vagabonde.
Così agghindato non l'avrebbero certo fatto entrare...
Rinunciò a malincuore a ficcarsi nell'antro ombroso del Museo, che prometteva di essere davvero fresco, e si guardò intorno: i due piccioncini erano già scomparsi, nemmeno più le carabattole della pittrice erano in vista. E la torrida solitudine di quella giornata lo stava abbracciando un po' troppo stretto per i suoi gusti.
Spinse lo sguardo intorpidito verso l'altro lato della strada, e subito sul suo volto si dipinse un sorriso: c'era un baretto che sonnecchiava vuoto, mentre sotto la piccola tettoia di legno pallido due tavolini rotondi in ferro attendevano pazienti l'arrivo di un avventore.
Martino attraversò la bolla d'afa silenziosa che lo separava dal piccolo dehor, e si lasciò scivolare su una sedia rossa di metallo e plastica, proprio sotto una pala che ruotava indolente: l'uomo lasciò quindi che le sue gambe si allungassero verso la strada, e curò che ogni piccolo pezzetto della sua schiena fosse comodamente appoggiata allo schienale; infine chiuse gli occhi e reclinò all'indietro il capo fino ad appoggiarlo al muro, assaporando l'odore del mare appena fuori dal cono d'ombra in cui si era riparato.
Un ragazzetto magro e scalzo uscì dal piccolo locale, e gli si parò silenzioso a fianco, in attesa: Martino aprì solo mezzo occhio per guardare chi fosse, poi disse:
- Cerveza... por favor!
Poi richiuse quello stretto spiraglio visivo, riappoggiò il capo all'indietro contro il muro bianco, e mentre il ragazzetto stava per andare a prendergli la consumazione aggiunse:
- Ahi, cico! La cerveza...: muy... fria... intiendito?
Il bicchiere si materializzò di lì a poco sul suo tavolo: era lungo e fresco, pieno di minuscole goccioline d'acqua che rendevano diafano il vetro, mostrando il liquido in esso contenuto più ambrato di quanto in realtà non fosse; la sottile schiuma bianca sembrava interrogare Martino, esortandolo a dissetarsi: e lui rispose al suo richiamo afferrando con la mano il vetro gelato.
La birra fredda ed amara si espanse gaia nella sua bocca, mentre la lingua ne assaporò il fresco aroma, prima di lasciarla scivolare lungo la gola verso lo stomaco ancora strapazzato dalle ultime ventiquattr'ore. Un senso di disgusto lo colse all'improvviso di rimbalzo, ma Martino ricacciò indietro la sgradevole sensazione, privilegiando il fresco che la bevanda gli regalava.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della vecchia sedia, distendendo i muscoli del dorso, mentre con la mano sinistra faceva scorrere le dita tra i suoi capelli arruffati dalla nottata; poi estrasse una sigaretta senza filtro e se la accese, aspirandone un primo ed unico tiro e lasciandola poi penzolare dalle sue dita, mentre di nuovo chiudeva gli occhi.
Il silenzio era totale, e Martino strizzò un po' le palpebre: il sorso di birra aveva disturbato il processo di normalizzazione che era in atto nel suo ventre, ed il mal di testa che appena poco prima sembrava si fosse sopito, ora tornava a martellargli le tempie.
Il giovane cercò di non pensare a quanto fosse stato male nelle ultime ventiquattr'ore, al sapore acido del vomito ripetuto, al cerchio alla testa che ancora lo frastornava, e si sforzò di svuotare il cervello: il silenzio quasi totale ed il caldo fecero il resto, mentre la falda del suo largo cappello piano gli scese sugli occhi, e la sigaretta gli scivolò dalle dita e finì di consumarsi a terra, proprio sotto la sua sedia.

Furono due voci di donna a destare la sua attenzione; aprì gli occhi e da sotto la tesa abbassata riuscì a distinguere solo due coppie di piedi che attraversavano la strada: un paio di consunte infradito nere di gomma, ed un paio di mocassini in morbido cuoio scamosciato con le frange.
Le due donne erano uscite dal Museo ed ora camminavano verso il bar, chiacchierando tra loro:
- Grande questo Dalì..
- Un genio, davvero...
- Vedi che ho fatto bene a strapparti dalla spiaggia per un giorno?
- Sì sì, lo ammetto. Ora però mi serve qualcosa di fresco...
Martino sollevò solo un po' il cappello, poi fece partire uno sguardo da serpente verso le due donne: 'infradito' portava un caftano lungo ben oltre il ginocchio, color sabbia e cinto in vita, che tradiva un po' di sovrappeso nel corpo della donna. Aveva lunghi capelli crespi e bruni, che erano legati da una fascia arabescata e le ricadevano sulle spalle in una coda legata morbida; una grossa borsa tracolla, dall'intreccio di mille colori, ed un paio di occhiali da vista con le lenti fotocromatiche completavano la figura. Dimostrava una cinquantina d'anni, anche se forse ne aveva qualcuno meno..
Invece 'mocassini' sembrava più interessante: capelli biondo scuro tagliati corti, tutti pari subito sotto la base della testa, lisci ma un po' voluminosi; la pelle del viso era già abbastanza abbronzata, ed i tratti erano forse un po' spigolosi anche se nel complesso armoniosi. Gli occhi erano nascosti dietro un paio di occhiali a goccia, con le lenti non troppo scure, e sulle labbra un filo di rossetto sottolineava il suo bel sorriso. La donna portava una canottiera sportiva, elasticizzata, del tipo con le spalline intrecciate sulla schiena, che metteva in risalto le sue spalle ed il suo fisico asciutto e snello; sul petto le risaltava quasi automaticamente il seno, che le tendeva la stoffa elasticizzata del corpetto; le gambe lunghe, abbronzate e toniche uscivano dai mocassini di incerta foggia indiana, e si fiondavano in un paio di hot pant in jeans sabbia che le avvolgevano i fianchi come se le fossero stati pennellati addosso.
Il predatore aveva appena puntato la sua preda: forse lei avrebbe potuto avere anche una quarantina d'anni, ma con un fisico cosi Martino pensò che il tentativo ne sarebbe valsa la pena...
Lo sguardo dell'uomo si agganciò alla vita della bionda, e ne seguì i passi ed i dolci movimenti fino a quando le due donne non si fermarono sulla soglia del bar: mentre la sua amica continuava a parlare della mostra appena visitata, la donna con i mocassini sembrò accorgersi delle occhiate che l'uomo le riservava.
E d'un tratto un lieve rossore imbarazzato le imporporì le guance, poi subito dopo ricambiò lo sguardo un paio di volte con delle occhiate di soppiatto, cercando però di non farsi notare: era da tanto che non si sentiva osservata da un uomo in quel modo.
Anzi, in 'quel' modo. E la cosa le fece piacere...
Martino invece la notò. Notò che con la coda dell'occhio lo osservava, notò che poi lei si mise di schiena, forse un po' imbarazzata, quasi a difendersi da quegli occhi implacabili, ma notò pure che la curva dei suoi fianchi era decisamente molto attraente, ed allora alzò ancora un po' di più la tesa del vecchio cappellaccio, arricciando nel contempo un sorrisetto furbo: certo che se i grandi pittori avevano avuto bisogno di una musa che li ispirasse, questa donna sarebbe potuta andare benissimo...
Anzi, nel rimbambimento che gli aveva causato il sole, gli sembrava che anche a lui stesso lei ispirasse qualche idea “artistica”...
Lo sguardo da serpente si acuì, ed immediatamente dopo tese l'udito ed affilò il sorriso.
Le donne intanto stavano parlano tra loro della serata, anche se ogni tanto a 'mocassini' sfuggiva uno scatto della coda dell'occhio verso l'uomo ancora stravaccato sulla sedia.
-Insomma, stasera però basta passeggiate e telefonate a casa... - diceva 'infradito' – Stasera voglio scatenarmi, ballare, divertirmi. Servirebbe anche a te sai?
-Beh, ma sai, io... è tanto ormai che...
-Appunto! Cerchiamo un bel posticino, dai, qui sulla costa...
La donna bionda lasciò scivolare una nuova occhiata di soppiatto, mentre mormorava:
-...Mmm... In riva al mare?
-Non necessariamente. Magari sì...
-Mah.. Non so...
L'amica la prese per le spalle e le si mise di fronte, poi scrollandola leggermente le disse:
-Ma dai! Su, un po' di vita....
-Ma qui a Cadaqués... non mi pare che ci sia...
-C'è il disco-bar...
-Sì, ma...
-E allora andremo giù a Lloret, al Colossos...
Martino colse l'attimo:
-Se volete andare in disco, una buona però, beh... c'è solo il St.Trop' che merita giù a Lloret!
Le donne si voltarono verso di lui, ma Martino si era già abbassato il vecchio cappello sugli occhi, ed aveva di nuovo appoggiato la testa al muro, come fosse tornato in 'siesta'.
'Infradito' disse:
-Il St.Trop' hai detto? - poi rivolta all'amica – Beh, vedremo come è...
'Mocassini' invece stava osservando silenziosa le spalle dell'uomo, lasciando scorrere lento sui quei muscoli il suo sguardo, un po' triste, un po' no.
Subito dopo le due donne se ne andarono, camminando lente lungo la strada che portava verso il mare.
Quando fu certo che fossero abbastanza lontane, Martino si raddrizzò di poco sulla sedia, sollevò anche un po' il cappello, e prese in mano la sua birra, che ormai stava diventando calda: con lo sguardo seguiva la schiena di una delle due donne che si stavano allontanando, ma lei non si voltò mai indietro...
Mai, finchè non raggiunsero la fine del marciapiede: infatti, mentre stavano attraversando di nuovo la strada, 'mocassini' girò con fare distratto la testa verso il bar; Martino sorrise, ed in una frazione di secondo alzò il bicchiere in una specie di brindisi lontano, verso di lei.
La donna girò subito di scatto la testa dall'altro lato, ma Martino avrebbe giurato di averla vista sorridere.
“Bene!” pensò tra sé “Stasera si scende al St.Trop'! E vuoi vedere che stavolta ci divertiamo anche senza la Maria?”

(segue)

martedì 26 luglio 2011

La pecora nera - Cap. 4

Capitolo 4

Edgardo guardò lo schermo del piccolo computer: il cursore lampeggiava ancora sul foglio bianco tutt'ora intatto, ma dentro di sé sentiva un lieve rimescolio di emozioni, di sensazioni, di sentimenti. Forse qualcosa stava affiorando, forse di lì a poco avrebbe iniziato a scrivere.
Ripensò ad Irma: gli era simpatica quella minuscola vecchietta, ed era un po' pentito di averla trattata così bruscamente poco prima. Irma, l'instancabile, il motorino senza pause: sempre in movimento, sempre con qualcosa da fare, sempre con le piccole mani intente a muoversi veloci. Le ricordava qualcosa, o qualcuno: ecco, ora precisamente l'aveva chiaro, Irma le ricordava uno... scoiattolo: anch'egli sempre vigile, sempre in movimento.
L'uomo sorrise tra sé a quell'immagine, poi lasciò fluire i suoi pensieri. Irma... Il Maresciallo... la lettera... quel petulante nuovo arrivato...
E quasi d'incanto le dita iniziarono a ticchettare sulla tastiera: il magico flusso era finalmente arrivato, ancora una volta...

In qualche camera appena un po' più in là, Irma era amareggiata. Si alzò, ed uscì dal suo miniappartamento: come sempre camminava lungo il corridoio con il suo passo molto affrettato, quasi dovesse correre a fare chissà quali importantissime ed urgenti commissioni. Era una donna fatta cosi', sempre in movimento, sempre di fretta, ed il suo muoversi rapido contrastava con le piccole fattezze del suo corpo.
Sul suo volto gli occhi grigi adesso erano accigliati, e le labbra increspate in un broncio quasi indignato; il suo cervello intanto lavorava febbrilmente: da un lato conosceva l'efferatezze compiute in Libia ed in Etiopia dal Graziani, e non poteva esimersi certo dal condannarle.
Ma dall'altro provava una certa tenerezza per Edgardo, quell'uomo ombroso ed un po' ruvido nei rapporti umani, che però conservava pur negli anni del declino fisico un piglio distinto ed un portamento quasi elegante.
Le piaceva stare in sua compagnia, ad ascoltarlo, quelle rare volte che lui le permetteva di far parte della sua conversazione: era un uomo colto, sensibile, ed i suoi argomenti erano sempre interessanti, cosi' diversi dalle sequele di malesseri e malanni che ripetevano come infinite giaculatorie gli altri ospiti della pensione.
Per questo la infastidivano le parole e le considerazioni che quell'altro, il nuovo arrivato, riservava ad Edgardo: dopotutto lui manco lo conosceva... Eppoi, via.. Stava parlando di fatti avvenuti quando sia lui che Edgardo erano poco più che bambini...
Immersa nei suoi pensieri, scese le scale che portavano al grande spazio diurno del piano terreno, e rapidamente raggiunse la porta del grande camerone: all'interno erano radunati quattro o cinque uomini, ed un gruppetto di donne. Si soffermò per un momento sulla soglia, ed abbracciò con lo sguardo la scena: tutti gli ospiti presenti formavano un semicerchio irregolare, e ciascuno di loro era più o meno attento alla discussione che si stava evolvendo.
Riconobbe di spalle le due sorelle Mapelli, una che, in piedi, si reggeva al suo bastone completamente piegata a metà dall'artrite, e l'altra – vestita immancabilmente nello stesso modo della prima, quasi a voler sottolineare con ciò l'appartenenza alla stessa famiglia - le stava a fianco, seduta, ed ascoltava i discorsi con malcelato disinteresse.
Altre due anziane signore, le sue compagne di canasta e di pinnacola, stavano accomodate sul sofà vicino ad una delle grandi finestre della sala, l'una lavorando a maglia e l'altra sfogliando distrattamente un noto mensile scandalistico: Irma osservò come tra le due – pur distratte ciascuna nella propria attività – continuasse a svilupparsi imperterrito un flusso di chiacchiere a mezza voce, che si collocava sullo sfondo della discussione dominante, e che aveva come effetto di provocare un alternato e lento annuire del capo di quella che volta per volta stava ascoltando. La scena la fece sorridere, e divertita scosse un po' il capo.
“Ma guarda! Frequentare l'Edgardo mi fa cogliere particolari che non avevo mai notato prima!“ pensò.
Alcuni uomini erano poi seduti intorno ad un tavolo: Casadei, il vecchio postino, stava sfogliando con superficialità un quotidiano: con gli occhialini da lettura appoggiati sulla punta del naso piluccava qua e là stralci di articoli e brandelli di curiosità; ogni volta poi che girava una pagina, era solito inumidirsi la punta dell'indice destro, per muovere invece il grande foglio con la mano sinistra, scuotendo la testa e mormorando invariabilmente un masticato “Eh.. Già già già!...”, come se ogni cosa nel mondo ormai fosse prevedibilmente destinata al peggio.
Intorno all'improvvisato oratore, ormai padrone assoluto del filo del discorso, c'era il Menghini, un anziano ospite che abitualmente interloquiva con chiunque stesse parlando per affermare con altre parole esattamente lo stesso concetto appena espresso dal primo...
Ad un lato del tavolo, seduti su due sedie vicine, c'era un'altra coppia di vecchietti: uno dei due, munito di occhiali, osservava la scena da dietro le sue enormi e spesse lenti, annuendo ritmicamente; il suo compare, che era quasi completamente sordo, continuava a guardare in viso ora l'uno ora l'altro dei presenti, mentre con sguardo quasi implorante ripeteva un mantra: “Eh?!.. Eh?!..”. Infine, seduto su una sedia messa d'angolo, un po' discostato dagli altri, c'era 'il dutur', un anziano signore sempre elegante nel suo abito grigio ormai liso, l'immancabile cravatta annodata ad una camicia chiara che aveva visto annate migliori, le vecchie scarpe nere lustre: in teoria l'ometto sarebbe stato pronto per uscire, ma buffamente si era assopito sulla sedia, con il cappello da passeggio ancora appoggiato sulla testa e le mani posate sul manico del bastone.
In mezzo a tutta quella eterogenea platea, Andrea stava arringando i presenti: la luce del giorno filtrava attraverso la finestra, e lo poneva in un cono luminoso.
Irma lo osservò per qualche istante, ed ebbe la netta sensazione che quell'uomo stesse parlando più a beneficio di se stesso che degli altri, quasi desiderasse convincersi maggiormente delle sue tesi... Decise così di avvicinarsi, per ascoltare le sue parole.
- … e se lo avevano chiamato 'Il Macellaio', ohè, c'era un motivo, no?
Molte teste annuirono, e Andrea continuò:
- Quel Graziani, di cui abbiamo un fiero discendente proprio qui, tra noi, non si fece scrupoli a usare l'ipirite, un gas terribile, che faceva morire gli uomini tra atroci dolori! Contro innocenti e civili, e contro soldati che avevano l'unico sacrosanto dovere di difendere la loro terra ed il loro popolo dall'invasore fascista!
- Eh, certo! - commentò il Menghini - I fascisti mica dovevano andare là a fare la guerra, eh...
- Giusto! - affermò Andrea - E lui per di più, quel maiale, ne massacrò moltissimi, tanto che si disse che la terra era divenuta rossa da quanto sangue era stato versato! E tutto questo il Graziani non l'ha mai pagato, eh!
- Eh, certo! Il Graziani non ha mai scontato un giorno di galera, neh...
- Esatto! Tutto quel sangue grida ancora vendetta: anche se quell'uomo ormai è morto e sepolto, qualcuno deve pur rispondere dei suoi orrendi misfatti!
Irma decise che era giunto il momento di intervenire:
- E quindi, Signor Cattaneo, lei vorrebbe far pagare per questi crimini il nostro Edgardo?
Le parole di Irma attirarono maggiormente l'attenzione dei presenti: anche il vecchio postino smise di sfogliare il giornale, e prestò loro ascolto.
- Ma certo, cara Signora! - rispose Andrea. Poi, rivolto al folto gruppo di astanti, aggiunse - E' o non è un diretto discendente del Macellaio, quel porco?
Mentre la platea annuiva beota, Irma si accigliò, e mise le mani sui fianchi, stringendo le labbra ed alzando un po' il capo. Poi, protendendo l'indice destro con fare lievemente minaccioso, apostrofò Andrea dicendo:
- Porco? Ma che razza di ragionamenti sta facendo, caro Signore!?!
- Io? Perchè?
- Si rende conto che sta parlando di fatti che si sono svolti tantissimo tempo fa?!?
- Ma, come...
- Fu quando c'erano le Colonie! Nemmeno più le abbiamo, noi, le Colonie! Ma come può rivangare simili eventi oggi!?!
Le signore anziane avevano anche loro smesso il loro febbrile lavoro di ciarle, e stavano ora attente a Irma, come tutti gli altri. Andrea si sentì al centro dell'attenzione di tutti, e incalzò:
- Ah, cara Signora! Lei lo difende, eh? Minimizza i fatti, eh?!? Ma tutti quei morti, dove li mettiamo? Eh?!? Dove?
Irma rispose a muso duro, per quanto fosse possibile indurire i tratti del viso di quella simpatica donnetta:
- Ma come ragiona lei?!? Ma lo sa che quando Graziani commise quei fatti, lui era in guerra? E lo sa che in guerra si devono eseguire gli ordini? Eh?
La platea beota ora stava annuendo silente alle parole della donna. Andrea incrociò le braccia al petto, e si appoggiò allo schienale della sedia. Poi con un sorriso sornione rispose:
- Bene bene. Abbiamo un avvocato difensore, qui...
Poi si alzò, e camminando lentamente in tondo con le braccia dietro la schiena, e guardando verso l'alto come se stesse riflettendo ad alta voce, disse:
- Ma se è vero che in guerra si devono eseguire gli ordini, è pure vero che qualcuno questi ordini li ha dati, non le pare?
- Beh, certo. Ma...
- Ora, se il nostro Macellaio era, come era, uno dei Capi di Stato Maggiore dell'esercito, gli ordini li dava lui...
- Eh, certo. - interloquì il Menghini – Se lui era il Capo, il Capo era lui, eh!
Irma non levava gli occhi da quelli di Andrea, che invece continuava a sorridere sornione; allora lei aggiunse con impazienza:
- E quindi?
- Quindi, se è stato lui a dare l'ordine di usare il gas mostarda, lui è colpevole!
- Se davvero lo ha dato lui...
Andrea si girò verso la donna, e si appoggiò con le mani al tavolo guardandola con occhi spiritati, quindi concluse quasi esultante:
- E visto che nessuno ha mai pagato per quelle stragi, è giusto che qualcuno finalmente paghi per lui!
- Eh, certo! - chiosò Menghini – Quello che è giusto, è giusto...
Irma si sentì ribollire:
- Ma cosa c'entra Edgardo, eh?
- C'entra, cara Signora, c'entra! - e poi rivolgendosi alla improvvisata platea, aggiunse: - E' o non è il suo diretto discendente? Eh? E' o non è lui?!?
Il gruppo di anziani era un po' disorientato, e nessuno adesso aveva intenzione di rispondere; il vecchio postino riprese a piluccare il quotidiano, e solo Menghini si sentì in obbligo di precisare:
- Eh, ma se è lui, è lui! Eh, certo!
Una punta d'odio verso Andrea indurì per un attimo lo sguardo dell'anziana donna; poi però con voce più conciliante, riprese:
- Signor Andrea, veda una cosa: capirei se lei volesse incolpare il povero Graziani, buonanima, di quello che a lui lei attribuisce. - poi continuò con tono più deciso - Ma non capisco perchè mai dovrebbe essere Edgardo a pagare per un fatto che ha commesso un suo antenato...
- Oh, Signora: ma come faremmo a far pagare al Graziani, che è morto...
- Eh, certo! - inesorabile interloquì il Menghini - Se è morto, è morto...
- Ma andiamo! Lo dice anche la Bibbia, Signor Andrea! Non ricadano sui figli le colpe dei padri! Su! Figuriamoci poi, qui si tratta addirittura di nipoti....
Andrea, un po' a corto di argomentazioni, si irritò:
- Ah, cara Signora! Lei lo difende anche, eh? Quel... Quel...
- Certo che lo difendo! Lui non ha mica fatto niente, sa?
- E che ne sa lei? Se è discendente di quel Macellaio, chissà, magari anche lui ha compiuto i suoi orrori, e...
- Ma, via! Non dica sciocchezze, Signor Andrea!
- Con lei non si può discutere!
- E' lei che non ragiona!
Andrea divenne tutto rosso, poi si avviò verso la porta che conduceva alle scale delle camere, e disse:
- Grazie a gente come lei, cara Signora, quelle vittime resteranno per sempre tali! E quell'uomo non sarà mai punito! Ecco...
Ma mentre stava per entrare nel vano della porta, una figura alta ed elegante gli si parò di fronte: fra le mani teneva nervosamente un piccolo fascio di fogli appena stampati dal suo computer, ed i suoi occhi apparivano tristi e determinati allo stesso tempo.
Fermo sulla soglia, Edgardo osservò un istante la sala, poi disse:
- Ho sentito che alzavate la voce. Stavate forse parlando... di me?

(segue)

martedì 28 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 6

Capitolo 6

“Period?!” pensò Alessandra “Period?!?”
Una rabbia cieca le risalì dal ventre, lungo lo stomaco e l'esofago, e quando raggiunse la gola e si trasformò in urlo, le guance della donna erano ormai di un rosso violento, e le sue mani tremavano leggermente.
- Period?! Cioè: punto e basta? Ma Period un cazzo!

sabato 25 giugno 2011

Il Segreto dell'Ottagono - Cap. 3

Capitolo 3

Quando si risvegliò, Alessandra era sdraiata su un piccolo divanetto, con un cuscino cilindrico sotto al capo. Non riconobbe la stanzetta in cui si trovava, più piccola e più in penombra rispetto a quella in cui si trovava precedentemente: però le piastrelle erano sempre color mattone, proprio come quelle che aveva contato e ricontato prima durante l'attesa, per cui immaginò di essere ancora negli stessi locali. Lentamente mosse il capo per vedere la stanza intorno a sé: dopo il mancamento un senso di confusione ancora le annebbiava un po' la vista, e la testa le doleva quel giusto che non le faceva connettere concretamente i pensieri uno dopo l'altro.
D'un tratto una mano le strinse con delicatezza la sua, come faceva suo padre quando da ragazzina era ammalata.

giovedì 16 giugno 2011

Roxen - Cap. 4

Capitolo 4

- Voglio quel numero di telefono, adesso!
Il suo viso pallido, incorniciato da quei capelli neri portati un po' lunghi, e soprattutto i suoi occhi neri come l'abisso, beh... mi intimidivano.
Diciamo che il casting di questo ipotetico film è stato un po' quello che è stato (a parte ovviamente la protagonista principale – io – che è bellissima e sexxissima), ma in questo caso il nostro finto-medico aveva le physique du role: insomma, era proprio inquietante.
Mentre mi guardava ancor più da vicino, pensai che in effetti con gli occhiali nerissimi prima, e con gli occhi nerissimi contornati da grandi sopracciglia nerissime adesso... beh, non fosse molto diverso, ecco.
E poi pensai immediatamente dopo a quanto fossi “fuori:” questo era lì vicino a me, avrebbe potuto uccidermi se appena lo avesse voluto, dovrei aver avuto una paura fottuta, ed io stavo lì a pensare ai suoi occhiali...
Un balcone al mio confronto è un dilettante al debutto.
- Fino a che non mi dirai dove hai nascosto quel numero, non ti darò pace!
Mi venne ancor più vicino, ed potei così apprezzare la sua carnagione diafana, ed il suo alito...
Ok, lo so, ci sono anche dei bambini che leggono, non parlo dell'alito.
Pensai ”Quasi quasi il bigliettino con il cellulare glielo consegno subito, giusto per levarmelo dai piedi. Ma possibile che negli altri telefilm americani il dottore è sempre un gran pezzo d'uomo, e noi qui abbiamo 'sto qui?”
Piano piano elaborai una strategia: ora chiuderò piano gli occhi, come se a poco a poco perdessi conoscenza.... poi penserò un po' a come venirne fuori.
Silenzio...
Eh eh... se l'è bevuta!... Tsè! Mata-Hari, a me, mi fa un baffo!....
Dunque: facciamo mente locale. Dove ho visto l'ultima volta quel bigliettino maledetto con il numero di Luca? Boh? Eppure l'ho visto di recente.
Tasca dei jeans? Naah!
Frigorifero sotto il magnete di Praga? Naaah!
Specchio del bagno? No, non mi pare...
Scarpiera? Naah...
Agenda? Potrebbe essere lì! Anzi, sì, l'ho visto proprio stamattina, era lì, mentre cercavo il passaporto l'ho visto...
Un profumo non proprio allettante mi trapanò le narici: lui si era avvicinato di nuovo.
- Dì, bambina! Pensavi di fregarmi? Non sono mica nato ieri, veh!
Mi stava urlando nell'orecchio; o almeno, mi parlava da così vicino che sembrava stesse urlando. Strinsi istintivamente le palpebre, evitando di aprire gli occhi.
Ecco forse Mata-Hari non faceva questi errori...
E infatti:
- Guarda che le donne svenute non strizzano le palpebre, sai... Dove è quel biglietto? Dimmelo subito!
Seeh: ma se non posso parlare! Come faccio a “dirtelo subito”? (Anche il copy ha ideato dei colloqui fantastici, eh? Un genio!)
- Mgmmm Gnmmm...
Vabbè, non riesco a parlare. Speriamo non si metta a frugarmi in borsa....
- Senti, bellina! – Ma come si permette? 'Bellina'? A me!? - Apri gli occhietti e mostrami dove è il numero di cellulare che sto cercando! Altrimenti io....
Ommioddio: qui ci vorrebbe...
Click!
Rumore di porta che si apre...
- Permesso... Bu.. Buongiorno dottore... Disturbo?....
Oh, buon vecchio Stefano! Meno male! Aprii gli occhi riconoscente!
L'uomo pallido con i capelli lunghi e neri ebbe un moto di disappunto sul viso, che però colsi solo io, poi si alzò dalla sedia su cui era seduto:
- No,no. Prego. Entri pure.
- Grazie, io non volevo disturbare, e...
- Nessun problema. Lei è un parente, o un conoscente intimo della signorina?
- Si. Sono Stefano Botta, e sono il suo diretto superiore all'ufficio...
Il finto-medico pallido annuì con fare comprensivo, poi aggiunse:
- Venga pure: visite brevi, mi raccomando. Si segga pure qui, dove ero seduto io prima. Io comunque mi sposto un attimo lì a fianco, a controllare gli strumenti di sorveglianza dei parametri vitali...
- Oh, grazie. Troppo gentile...
Stefano, Stefano! E' il cielo che ti manda... Adesso devo solo trovare un modo per farti capire che lui, il finto-medico, in realtà è….
- Ciao, Roxen. Come ti senti?
E come vuoi che mi senta?! Mi hai appena buttato fuori dalla squadra, ho vomitato tutto quello che avevo mangiato da natale scorso fino ai giorni nostri, in più hanno già tentato di uccidermi un paio di volte, quindi come starò?...
- Ti vedo in forma, Roxen!
Eh?! In forma?! Ma.. Ma...
- Ma cosa ti è successo? Dimmi...?
Probabilmente Stefano notò il mio sguardo stupito, perchè poi si voltò verso l'uomo pallido, e gli disse:
- Ma, Dottore, cosa...?
L'umo rispose con un po' di condiscendenza:
- Vede, in questo momento la signorina è sotto l'influsso di alcuni farmaci, e non riesce ad articolare nessun suono...
- Oh, quindi... non riesce a parlare!
- Ecco, detto in parole un po' più povere, è esattamente così.
- Ah! Ecco....
Intuitivo, lo Stefano! Ecco perchè l'avevano messo a capo della struttura...
Tornò a guardarmi, con aria afflitta. Oddio, me ne stavo accorgendo solo ora: il capo doveva avere un tic, perchè il suo sguardo non riusciva a restare a lungo sul mio volto: ogni tre secondi scivolava lungo il collo, fino a insinuarsi nello scollo del camicione verde che mi avevano messo in ospedale. Utili, questi camicioni incrociati e abbottonati davanti: in caso di necessità, con un solo movimento il rianimatore può liberarti il torace e praticarti – chessò – una respirazione bocca a bocca, un massaggio... polmonare, insomma, ecco....cose così.
Chissà perchè invece l'occhio esperto del mio capo sembra nutrire altre speranze, altre immaginazioni.... Non ero proprio tranquilla, con quel suo sguardo addosso....
- Allora, Roxen... - si ridestò - Cosa ti è successo?...
Iniziai a fargli segnali con gli occhi, fissandolo intensamente e indicandogli ripetutamente prima il finto-medico poi la valigia con la roba dell'ufficio che scorgevo
nell'armadio socchiuso. Stefano d'un tratto mi guardò con più attenzione, quasi sembrasse capire cosa gli stavo dicendo. O per lo meno, quello che stavo cercando di dirgli. Poi...
Poi lasciò scivolare gli occhi ancora nella scollatura...
E vabbèhhh... La prossima volta i messaggi importanti te li scrivo lì, ok? Un po' su un po' giù, a seguire l'onda... Così li vedi: è il primo posto dove controlli!
Stefano dovette cogliere un senso di delusione da parte mia, perchè distolse lo sguardo, poi osservò di soppiatto il medico, poi mi si avvicinò e mi disse:
- Sai, Roxy? Posso chiamarti Roxy, vero?
Ma se non posso rispondere! No! No no no no! Mi fa schifo Roxy! Sembra il nome di un bar!!!
- Beh, Roxy: la tua missione, sai, era importante. Stiamo cercando un tipo, piuttosto belloccio, che si chiama Slazic. Luka Slazic. Era lui che avresti dovuto contattare, pedinare, agganciare...
Luka?! Luka... Luca? Quel Luca-Luka che ho incontrato nella macchinetta per le fototessera, e che mi ha lasciato quel numero di cellulare che dovei avere nell'agenda, e che interessa anche all'uomo pallido?
Alt, stop! Sceneggiatore, questa è forte davvero! Ma dai... Ma chi ci crede!...
Però Stefano non si avvide dell'assurdità della situazione, e continuò:
- Guarda, ho qui una foto. Te lo mostro, giusto per farti vedere...
Giusto per farmi capire come sono sfigata ad aver perso questa missione, eh? Cioè, la motivazione verso i sottoposti nel nostro ufficio è una cosa sacra ed inviolabile, eh?
La foto non la guardai molto, tanto lo conoscevo già: era lo stesso tipo che al caffè mi fece pensare che tra noi ci sarebbe potuta essere una remota speranza...
Il capo ricominciò:
- Dicono che sia un terrorista internazionale, ma io... -
Poi si guardò in giro, come se la stanza fosse piena di fantasmi pronti ad ascoltare le sue parole, ignorando completamente che invece l'unica persona presente, quello sullo sfondo e un po' cadaverico, era proprio quello che non avrebbe dovuto sapere proprio un bel nulla...
Finalmente, dopo aver dato l'ennesima sbirciatina fisiologica nel mio decolletè, continuò:
- … ma io ho capito che lui fa il doppio gioco! Eh, già! E' dei nostri...
Oh, bella. Ma se lui non ha nemmeno un decolletè decente, come hai fatto a capirlo, capo?
- Non so perchè, ma lo intuisco... Intuito professionale! Non dirlo a nessuno, eh? Mi raccomando...
Lo fissai esterrefatta. Tra l'altro sarei lievemente impossibilitata a parlare... Lui sorrise soddisfatto, poi abbassò inevitabilmente lo sguardo: una sbirciata ogni tre respiri, dev'essere vitale per lui. Io invece buttai gli occhi al cielo! Se fossi pagata 50 centesimi per ogni occhiata che il mio seno attira, sarei già da tempo milionaria...
Ricominciai disperatamente a fargli segnali con gli occhi, indicandogli ripetutamente prima il finto-medico poi la valigia nell'armadio. Dovevo fargli capire che avevo bisogno di lui, che ero in pericolo di vita, che il mio potenziale assassino era in quella stessa stanza...
- Mmmhh!... Mmmhh!...
Stefano mi guardò incuriosito, poi colse finalmente il mio sguardo che indicava il medico pallido, poi tornò su di me, fece una capatina rapida nella scollatura, poi mi guardò di nuovo negli occhi, ed annuì, compìto.
- Ho capito, Roxy... Va bene!
Poi si alzò, e si rivolse verso il dottore: io lo guardai orgogliosa. Ero riuscita a fargli capire qualcosa, e lui – al di là dell'immagine superficiale che dava, sicuramente solo esteriore – aveva colto il problema, e stava per intervenire ed arrestare il mio aguzzino...
Stefano si rivolse al dottore e disse:
- Dottore, non disturbo oltre la sua paziente. Mi raccomando, abbia cura di lei!
Avevo gli occhi sbarrati.
Lui poi si rivolse a me, e continuò:
- Ciao Roxy! Rimettiti presto. Che magari poi, quando ti sarai rimessa... - lo sguardo scivolò ancora una volta proprio lì, arguisco per salutarle - … magari usciamo a cena. Insieme io e te, eh? Ciao, ciao....
E uscì.
Tutto mi era perfettamente chiaro: Stefano era un imbecille, un deficiente matricolato e patentato.
Ed io ero particolarmente fregata...
Girai esausta lo sguardo verso il finto-medico pallido, con la precisa sensazione che questi sarebbero potuti essere gli ultimi attimi della mia vita...
Ed io non potevo nemmeno urlare!!!
Ma con mio sommo sbalordimento, l'uomo pallido con i capelli neri lunghi e gli occhi neri e le sopracciglia nere nere era... scomparso. 

(segue)